Il Fenomeno della pirateria nel Mediterraneo Antico – L’intervento romano con Pompeo

Larga parte delle responsabilità dell’incremento ed intensificazione del fenomeno piratesco, prima nel Mediterraneo orientale e successivamente in quello occidentale, è da attribuire alla politica di Roma adottata a decorrere dalla fine delle guerre puniche e alla sconfitta di Annibale.
Il timore, infatti, il metus che Roma per tutta la sua vita porterà impresso nel suo ricordo storico, di veder ripetere la medesima esperienza dell’invasione subita con la campagna di Annibale, portò Roma a distruggere tutte le flotte del Mediterraneo come quella di Cartagine nell’anno 200-201 a.C., quella della Macedonia, quella della Siria successivamente alla pace di Apamea in seguito alla quale mutò la condizione delle città dell’Asia Minore tanto che lo stesso Polibio descrive come tale pace le avesse liberate dai tributi, dalle guarnigioni, dai prostàgmata, cioè dalle prescrizioni, regi.
Nell’ambito di questa politica di costante distruzione delle flotte mediterranee Roma, però, non si preoccupa di ripristinare una pulizia dei mari dai pirati, alimentando da un lato una pirateria, di terra oltre che di mare, che assalta non soltanto le navi ma anche le città della costa e dall’altro lato alimentando il mercato degli schiavi che a Roma per un certo periodo fa comodo.
Nel mercato di Delo, infatti, si arrivava a vendere fino a 10.000 schiavi in una giornata e le potenze ellenistiche, quando Roma chiede il loro aiuto, esternano la loro incapacità e impossibilità in quanto non hanno più forze poichè gli schiavi venivano catturati dai pirati per essere venduti sul mercato.
I segni di un forte ed incontrollato incremento della pirateria e dello spostamento del centro di interesse della stessa dal Mediterraneo occidentale a quello orientale sono rappresentati da una serie di episodi storici come l’attacco delle colonie africane da parte di Sertorio e dei pirati cilici nell’81 a.C., l’accordo tra Spartaco e i pirati nel 72 a.C., le relazioni tra i pirati e Verre
durante il suo governo in Sicilia nel 71 a.C., gli attacchi della popolazione da parte dei pirati anche su suolo italico; sia la popolazione che il Senato furono coscienti della gravità della situazione quando oltre alle incursioni sulla via Appia, entrando nel porto di Ostia, i pirati lo attaccarono mettendo, così, a repentaglio l’approvvigionamento della stessa Urbe.
L’interruzione del commercio marittimo o, comunque, una riduzione dello stesso, infatti, comportarono effetti pesanti sul rifornimento di Roma soprattutto di grano. Le navi che provenivano dalla Sicilia, dalla Sardegna e dall’Africa e che trasportavano grano, spesso, non partivano dai loro porti o non giungevano ai porti di destinazione provocando come conseguenza un forte incremento del prezzo del pane.
Tale situazione comportò dei riflessi di ordine pratico sulla organizzazione dell’approvvigionamento dell’Urbe tanto che iniziò a diventare produttore di cereali anche la Spagna mentre eccezionalmente si iniziò ad importare anche cereali asiatici pur di evitare speculazioni nel mercato con il conseguente innalzamento dei prezzi. Tra le altre cose sembrò essere insufficiente, a difendere le navi mercantili che facevano rotta verso i porti di Roma, la presenza non solo di una scorta armata composta da militari regolari ma anche di vigilanti privati alle dirette dipendenze dell’armatore o del comandante della nave.
Tale situazione è riportata da Plutarco il quale racconta che le prime misure adottate da Pompeo furono quelle di scortare le navi mercantili garantendone l’arrivo a destinazione e, conseguentemente, garantito l’approvvigionamento consentire un crollo repentino nel prezzo delle materie prime e del pane e un tripudio dell’opinione pubblica nei confronti di Pompeo.
Roma tuttavia non decide con immediatezza ma impiega circa un mese e mezzo a decidere dopo discussioni accese e anche violente; alla fine dell’anno 68, quando Cesare torna dalla Spagna dove è stato questore, e alla fine di gennaio del 67 il Senato ancora si arrovella in una serie di discussioni sui poteri da conferire al comandante di questa guerra; ora naturalmente ci sono delle ragioni politiche sottese a questo problema e alla difficoltà di decidere con rapidità; c’è la lotta tra gli ottimati e i popolari c’è l’appoggio degli equites cioè dei Cavalieri del ceto mercantile ai popolari ma c’è soprattutto il problema di un fronte vasto che tocca l’intera superficie del Mediterraneo e il cui comando
deve essere affidato e gestito per legatus gestito,cioè, attraverso una serie di deleghe del potere e del controllo che anticipa di fatto quella che sarà la successiva soluzione data da Augusto al problema.

Sebbene la lex Gabinia de bello piratico non fu la prima che si occupava del problema della pirateria fu la più incisiva e la sua importanza consiste soprattutto nei riflessi costituzionali che derivavano dalla sua applicazione e dalla creazione di un imperium extraordinarium.
Il dibattito politico, che imperversò con veemenza, è rinvenibile nella strenua opposizione di Quinto Lutazio Catulo, Quinto Ortensio e Lucio Calpurnio Pisone mentre solo Giulio Cesare era favorevole e non perché soffrì personalmente il problema della pirateria né per favorire Pompeo, bensì per questioni esclusivamente politiche poiché approvare la legge significava garantirsi l’assenza da Roma di un avversario politico che avrebbe potuto impedire le sue attività e dalla cui parte era schierato il popolo.
Tra le principali obiezioni che venivano mosse dal Senato nei confronti dell’imperium proveniente dalla legge Gabinia vi era la sua resistenza a perdere la competenza e il controllo nel concedere autorizzazioni straordinarie a singoli soggetti; il potere concesso a Pompeo, infatti, privava il senato del monopolio legale consistente potere di controllo di tutte le trasgressioni allo status quo della repubblica.
In realtà Pompeo non aveva in mente di trasformare questo potere in un potere personale ma tutti gli oppositori e tutti coloro che interferiscono rispetto alla legge così come buona parte dei sostenitori temevano o speravano che egli volesse instaurare un potere assoluto nei confronti della Repubblica; nello stesso tempo, tuttavia, la situazione generale così come pure la previsione strategica della lotta ai pirati obbligava alla concessione di un potere smisurato che è ciò che si teme a Roma.
Cicerone nella de imperio Gnei Pompei dice che la guerra fu preparata in inverno, la fine della discussione avvenne nel gennaio del 67 a.C. e ci vollero probabilmente un paio di mesi ad allestire l’apparato necessario cioè 15 legati 13 zone; poi si discute di cosa ci sia bisogno, quali risorse raccogliere e qui è estremamente sintomatico di come Roma non sappia definire la dimensione del problema tanto che si parla prima di 500 e poi di 200 navi poi nuovamente di 500, di 120.000 uomini e alla fine la decisione è di Pompeo con 270 navi.
Pompeo adotta un comando centrale con una serie di comandi periferici che operano come forze separate e responsabili di altrettanti settori iniziando, così, a dare la caccia ai pirati con l’occupazione delle loro sedi prima nel settore mediterraneo occidentale e poi gradualmente la riduzione del problema nel settore orientale.
In quaranta giorni il quadrante del Mediterraneo occidentale è libero dai pirati tre mesi il problema viene risolto. La battaglia più importante fu quella di Coracaesium, nella costa meridionale dell’Anatolia, durante la quale Pompeo attaccò sia per mare che a terra garantendosi la sconfitta definitiva degli ultimi pirati, catturandone circa 10.000, ottenendo un lauto bottino oltre che una enorme quantità di navi ed essendo osannato dai suoi uomini e acclamato come imperatore.
Il problema dei pirati è molto più antico di Roma; già nell’Odissea (VI sec. a.C.) si fa riferimento ad essi ed il problema sociale, posto alla base del brigantaggio a cui accedeva chi non aveva altre risorse per vivere, Pompeo lo comprende, lo capisce e spinge queste forze piratesche che non hanno dietro di sé una base territoriale-politica ad arrendersi, d’altra parte la Cilicia non prevede la presenza di un potere politico autentico che si pone a sostegno dei pirati così come dietro non c’è neanche l’appoggio di Mitridate il quale è colui che chiede il loro appoggio.
Pompeo propone ai pirati di arrendersi, di deporre le armi in cambio della sua indulgenza e infatti dei 40.000 pirati che si arrendono solo una parte vengono giustiziati, vengono ridotti con la forza e uccisi, mentre 30.000 vengono stanziati in altri territori.
Del modello tattico utilizzato da Pompeo purtroppo non sappiamo quasi niente poichè è una battaglia che si combatte prevalentemente per mare e le fonti sono scarne.
Appiano riferisce che i pirati hanno navi di tutti i generi fino alle triremi; la flotta di Roma quasi certamente è dotata le liburne, navi di forma allungata e affilate a poppa, munite di sperone, di un albero e di due ordini di remi, un tipo di nave che, forse attraverso la marina macedonica, si diffuse largamente in quella romana nella seconda metà del sec. I a. C.; le sue origini sono chiare e determinate dallo stesso nome, infatti la Liburnia era la zona delle coste illiriche i cui pirati avevano creato questo tipo di nave leggera e veloce.
Successivamente tale tipo di navi venne adottato da Augusto sebbene, in epoca imperiale, ne vennero prodotti altri modelli completamente diversi e più pesanti da quelli utilizzati nella campagna di Pompeo pur mantenendo lo stesso nome.
Pompeo sembra, con il suo comportamento, essere l’ispiratore di Cicerone che nel De officiis, composto nel 44 a.C., dice est ulciscendi et puniendi modus cioè c’è una misura nel punire e nel vendicarsi delle offese e qui armis positis ad imperatorum fidem confugient ovvero se fanno appello alla clemenza dell’imperatore li devi accogliere ed è quello che, effettivamente, Pompeo mette in pratica con un sistema che Roma ha sempre impiegato nelle campagne militari e di conquista e con i popoli conquistati.
La vittoria di Pompeo, in effetti, si inserisce all’interno della politica propagandistica di Roma; il fenomeno della pirateria era diventato un problema di immagine per Roma che portava con sé anche pericoli reali, materiali e morali e ciò giustificò che si includesse la celebrazione di Pompeo per la vittoria sui pirati nel trionfo che gli fu accordato nel 61 a.C. in seguito alla vittoria su Mitridate; altrimenti sarebbe spettata a Pompeo soltanto una ovatio in quanto la lotta alla pirateria non era da considerarsi bellum in senso tecnico mancando una dichiarazione di guerra poiché i pirati non erano identificabili, nella loro appartenenza, ad alcuno stato.
Roma ha un verbo che noi abbiamo tradotto sempre nella stessa maniera che è il verbo composto da ex e dalla parola terminus cioè confine, limite quindi exterminare è portare fuori dal suo limite, dalla sua identità snaturandolo, trasformandolo, modificandolo che è ciò che Roma ha sempre fatto permettendo di trasformare la struttura sociale dei barbari senza farli romani completamente ma permettendo alle loro aristocrazie di diventarlo ne hanno trasformato l’identità.
Pompeo utilizza la stessa tattica che Roma aveva utilizzato nei confronti dei popoli vinti ovvero la civilizzazione.

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - Pompeo

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