Sacrifici umani nell’antica Roma – Sepolture rituali e pax deorum

Quello dei sacrifici umani nell’antica Roma è un tema che lascia alquanto perplessi o, melius,  disorientanti nel momento in cui si pensa alla città di Roma come simbolo di grande evoluzione e civiltà rievocando con la memoria gli antichi fasti dell’impero o anche la grandezza di templi e opere pubbliche che denotavano un estremo grado di evoluzione civica che la città stava raggiungendo assieme ad una contemporanea e parallela evoluzione del sistema giuridico e religioso/giuridico.

Tuttavia tanto non deve trarre in inganno soprattutto se si pensa a quali fossero le origini di Roma, città fondata su una cultura di ambiente pastorale e risalente all’età del ferro della cui epoca Roma ha conservato  lungo le radici; se a ciò si aggiunge la capacità del mondo romano di restare ancorato alle antiche tradizioni costituite da riti arcaici legati al mondo rurale e della pastorizia (basti pensare ai lupercalia[1]), allora si comprende come non solo i sacrifici animali ma anche quelli umani  rientrassero in una visione più generale che afferisse  a quella pax deorum cui tutta la società romana tendeva e intesa come il giusto equilibrio tra le azioni umane e il favore degli dei.

La convinzione che vi fosse un legame indissolubile tra la vita del popolo romano e gli dei nonchè l’esistenza di uno strettissimo rapporto di causalità tra le azioni umane e il comportamento degli dei nei confronti della stessa popolazione aveva prodotto che tutta l’attività cultuale della religione romana fosse orientata al conseguimento della “pace con gli dèi” e alla sua conservazione in un rapporto di amicizia tra dei e uomini.

Tale concetto di pace divina è espresso anche nella sua forma arcaica (pax divom, pax deum) da autori come Tito Livio, Virgilio, Plauto, Lucrezio e questo ci permette di capire quanto sia cronologicamente radicata nella cultura religiosa di Roma sin dai suoi  primordi[2].

La possibilità, da parte dell’essere umano, di mantenere la pax deorum  consisteva in una  serie di atti e comportamenti che, sia la popolazione nella sua collettività e sia il cittadino nella sua individualità, dovevano necessariamente osservare quotidianamente per poter ottenere e successivamente conservare il favore degli dèi; tale concezione permetteva, pertanto, di considerare possibili vittime sacrificali non solo gli animali ma anche gli stessi esseri umani e nonostante il Senato di Roma li avesse proibiti fin dal 97 a.C., continuarono ad essere praticati eccezionalmente fino all’età imperiale avanzata anche sotto forma di sepoltura rituale.

Gli scavi condotti dall’Università La Sapienza sotto la direzione del Prof. A. Carandini hanno messo in luce, in seguito al ritrovamento della porta Mugonia, la sepoltura, al di sotto della soglia della stessa porta, di una bambina (sacrificata realmente o ritualmente) con relativo corredo funerario risultante, in seguito ad indagine con radiocarbonio, risalente all’epoca della fondazione intorno al 750 a.C.[3]  In Plinio[4] come anche in Tito Livio e Plutarco si riportano episodi di sacrifici umani rituali; Tito Livio descrive il sacrificio di due coppie (una di Celti e una di Greci) che furono sepolte vive allo scopo di ingraziarsi gli dei in seguito alla sconfitta di Canne e pertanto con un chiaro intento propiziatorio.

La stessa condanna a morte della vestale, riconosciuta colpevole di incestum[5] e quindi di aver violato l’obbligo di castità, avrebbe costituito un valido pretesto per compiere un sacrificio umano nonostante le fonti siano tra di loro discordi; infatti alcune vorrebbero l’interramento, da viva, all’interno del pomerium mentre altre individuano come luogo della sepoltura il Foro Boario; in questo caso il sacrificio ha un chiaro intento espiatorio.

Un’altra circostanza in cui si è dato individuare sacrifici è quella della celebrazione della primavera sacra (ver sacrum), durante la quale il magistrato faceva agli dei un voto   pubblico[6], a nome del popolo romano, consacrando ad essi tutti i nati della primavera ormai prossima, fossero essi vegetali, animali e/o uomini.

I vegetali e animali venivano offerti e sacrificati da ciascun cittadino nel fondo dove erano nati. Che in origine il ver sacrum fosse un vero e proprio sacrificio umano, che «consisteva nella soppressione fisica dei nati di talune generazioni», è sostenuto da una parte della dottrina[7]; successivamente, almeno in epoca storica, i neonati umani non venivano più uccisi bensì, erano come votati alla divinità e pertanto non più appartenendo alla comunità, una volta divenuti adulti, erano banditi dai confini della patria e andavano a fondare altrove una colonia.

Appare, pertanto, abbastanza chiara la presenza di sacrifici umani sotto la forma di uccisioni e/o sepolture rituali sin dalla fondazione dell’Urbe e fino all’età imperiale; d’altra parte l’uso di seppellire bambini di pochi mesi o di età inferiore ai 3-4 anni, accompagnati da sontuosi corredi, in aree di chiara occupazione abitativa, è documentato al Foro Romano e al Palatino.

Le tombe di infanti presso il tempio di Antonino e Faustina e sotto il Palazzo Flavio, testimoniano probabilmente la volontà dei gruppi aristocratici di distinguere l’area di pertinenza delle loro abitazioni delimitandole con le tombe dei membri della famiglia morti in età infantile.[8]

 

[1] Festa, celebrata il 15 febbraio, di purificazione durante la quale i sacerdoti del dio (detti luperci) sacrificavano animali e celebravano riti per propiziare la fecondità femminile e la fecondità delle greggi; festa alla quale, successivamente, fu sovrapposta la ricorrenza della fondazione della città.

[2] M. SORDI, Pax deorum e la libertà religiosa nella storia di Roma

[3] cfr. Carandini

[4] Plinio, Nat. hist.

[5] L’incesto è da intendersi in modo diverso dal significato attuale bensì come qualsiasi rapporto sessuale che costituisse un sacrilegio e una profanazione, soprattutto perché uno almeno dei due soggetti fosse persona votata alla divinità. Ricordiamo, infatti, che la punizione per le vestali era la messa a morte.

[6] La formula di questo voto, ci è stata trasmessa da Tito Livio (XXII, 10).

[7] T. Trincheri, La consacrazione di uomini in Roma. Studio storico giuridico, Roma 1889

[8] E. Gusberti, Status sociale e significato rituale dei morti in abitato a Roma tra VIII e VII sec. a.C.

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