Sacrifici umani e sepolture rituali tra etruschi e romani

Che tutto il mondo conosciuto fosse popolato da divinità era un’idea fortemente radicata nella coscienza dell’uomo antico e la terra lo era non meno di quanto lo fosse la volta celeste.

Per assicurarsi la benevolenza o la complicità di questi potenti abitanti del sottosuolo i Romani, così come gli altri popoli dell’antichità, ricorrevano a riti e sacrifici antichissimi la cui origine e spesso il significato si erano perduti nel tempo, ma che, ciononostante, continuavano ad essere celebrati, perché la fiducia nel loro potere propiziatorio non era incrinata dalla mancanza di una comprensione razionale.

In tali contesti rituali il sacrificio umano rappresenta un momento di particolare importanza e delicatezza, pur essendo diffuso più di quanto si pensi e non solo in età primitiva.

Si hanno numerose testimonianze relative a deposizioni da contesti di abitato protourbani, in particolare della prima età del ferro etrusco-laziale; si tratta generalmente di deposizioni com­poste, spesso in tutto confrontabili a vere e proprie sepolture, con corredo personale a volte indos­sato, sia ceramico, anche in lotti sepolcrali specifici e delimitati, come alle pendici del Palatino, presso il Foro romano, o anche frammiste ad altre aree di attività, come sul Campidoglio.

In area etrusca, il rinvenimento, nell’area sacra di Tarquinia, dello scheletro di un bambino sottoposto a sacrificio ha, inevitabilmente stimolato ulteriori riflessioni sul tema dei sacrifici umani e di quei rituali sacri per i quali non si prevedevano la messa a morte.

Nuovi scavi archeologici, nuovi ritrovamenti e scoperte e, conseguentemente, nuove conoscenze danno conferma della pratica del sacrificio umano in quanto la messa a morte per sgozzamento è risultata evidente dalle analisi ed esami di laboratorio.[1]

Le sepolture tarquiniesi offrono segnali di pratiche antichissime e per noi completamente oscure ma che possono, in piccola parte, aiutare a comprendere riti e sacralità della Roma della fondazione.

Mentre in Grecia, infatti l’opera omerica e il consistente apparato mitologico indirettamente hanno gettato abbondante luce su momenti remoti e continuano ad essere un’inesauribile fonte di dati, i Romani, al contrario, non hanno tramandato un corpus di miti comparabile con quello greco pur avendo, Roma, le sue leggende le quali in qualche modo lasciano intravedere riti della messa a morte in epoche remote accompagnati da significati che si cerca di comprendere benché gli stessi romani, nel corso dei secoli, persero di vista l’origine arcaica degli stessi.

Una ricerca attenta, accurata, meticolosa, del deposito votivo dei bronzi, delle offerte, dei singoli depositi votivi, degli altari; una ricerca che analizzi gli elementi di maggiore importanza in termini di significato assieme alle strutture maggiormente significative equivale a esaminare singolarmente le sepolture in tutti i loro elementi e caratteri, metterle a confronto e riuscire a percepire analogie, similitudini, affinità e differenze delle sepolture in generale e delle singole deposizioni più in particolare.

In Tarquinia, come in Roma, la più antica delimitazione della zona si configurava come il luogo delle memorie e dell’identità acquisendo una sacralità espressa anche e soprattutto attraverso l’opera edilizia ed architettonica.

L’esame archeologico ha permesso di rilevare e datare le varie fasi della strutturazione dell’antica area che inizialmente fu delimitata (IX secolo a.C.) con un recinto realizzato con materiale deperibile per essere, successivamente (VIII sec. a.C.), sottoposta ad un “consolidamento” mediante la realizzazione di edifici e muri di cinta in pietra contemporaneamente alla formazione di una comunità più organizzata.

Solo agli inizi del VII secolo iniziò a trasformarsi in un complesso monumentale, attraverso la costruzione di un edificio di culto[2], che acquisì carattere ancora più importante grazie alla realizzazione, nel IV sec. a.C., di nuove strutture di culto e fu significativamente potenziato fino alla pianificazione urbana del del V secolo a.C.

All’interno dell’area sacra, nei pressi del mundus  è stato rinvenuta una prima sepoltura, risalente al IX secolo a.C., all’interno della quale fu inumato un bambino, deceduto per morte naturale.

Ma cos’era il mundus nel mondo antico?  Nell’antico culto romano dei morti, e molto probabilmente anche etrusco, era la fossa circolare che veniva scavata al centro di ogni città, attraverso la quale si riteneva che le anime dei morti potessero risalire sulla terra.       In Roma il mundus, individuato sul Palatino, si apriva solennemente il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre.

Successivamente nell’VIII sec. a.C. l’area del sito ove era stato precedentemente deposto il bambino, risultato epilettico da indagini diagnostiche effettuate sui resti[3], fu delimitata con strutture murarie ed ivi furono inumati altri tre neonati quasi sicuramente sacrificati a giudicare dalle indicazioni dei più recenti rinvenimenti; nella stessa zona, inoltre, furono edificati degli altari attorno ai quali si svolgevano le attività di culto.

Un individuo adulto sacrificato fu, invece, inumato ai margini dell’area sacra; mentre una donna ed un uomo, defunti di morte naturale, furono sepolti al di sotto del muro occidentale, nel VII secolo.

Altri reperti sepolti sono stati rinvenuti al di sotto di muri di edifici probabilmente sacri; un’offerta di propiziazione è stata rinvenuta al di sotto del muro settentrionale di edificio del VII-VI sec., mentre, in un ambiente annesso alla stessa area, fu sepolto un fanciullo sacrificato con i piedi sotto un muro ove è evidente la logica della pars pro toto.[4]

La pars pro toto, la parte, il frammento, ci informa di un tutto che non viene palesato, ma si manifesta negli occhi dell’osservatore, che ne diviene cosciente grazie alla comprensione delle parti che compongono l’opera, che raccontano la storia dell’unità. Il frammento si fa custode di un’unità primordiale iniziale e successivamente perduta.

Altre inumazioni sono state rinvenute nell’area sacra di Tarquinia, in un numero decisamente superiore ai rinvenimenti sul Palatino; un neonato sacrificato e disposto in un piccolo pozzetto che conteneva resti di combustione e ceramiche tra cui frammenti di bucchero risalente alla prima metà del VI secolo, così un altro neonato risalente alla metà del VI secolo.

Tra tali sepolture ci sono diverse similitudini e contestualmente differenze.

Innanzitutto tutti i defunti furono inseriti nel perimetro dell’area sacra e furono deposti con la testa ad Oriente senza alcun corredo funebre mentre le differenze consistono nelle modalità di morte che sono molto importanti e permettono di rinvenire due principali categorie con specifiche peculiarità: defunti di morte naturale e defunti di morte violenta.

Tra i ritrovamenti di defunti di morte naturale che presentano  caratteri singolari è certamente da annoverare quello di bambino di circa 8 anni il quale fu inumato in un contesto sacralizzato, vicino al c.d. mundus, con la testa orientata verso Oriente. La sepoltura è apparsa subito di grande importanza sia per il rito funebre inusuale nelle prime fasi del villanoviano sia perché dalla ricerca  archeologica è emersa una preziosa evidenza ovvero che il defunto era divenuto il punto di riferimento di tutta la zona insieme con il mundus  rimanendo tale nel tempo.

In effetti la prima età del Ferro, nella sua fase più antica (900-820 a.C. ca.) è caratterizzata da una prevalenza dell’incinerazione, l’utilizzo delle tombe è quello del tipo a pozzetto mentre l’ossuario è un vaso cinerario biconico con decorazione incisa o un’urna fittile a forma di capanna; i corredi sono sobri (rasoi quadrangolari, armi, elmi fittili nelle sepolture maschili; fibule, ornamenti personali in quelle femminili). Nelle sepolture di cui abbiamo accennato nessun corredo è stato rinvenuto se non alcune fibule che fanno pensare all’utilizzo di un sudario in cui i corpi erano avvolti.

Soltanto nella fase successiva (820-770 a.C.) del villanoviano si fa più comune l’uso dell’inumazione in tombe a fossa e i corredi divengono più ricchi.

Per l’età del bronzo e la prima età del ferro è spesso difficile comprendere se alcune deposizioni di resti umani con tale collocazione siano assimilabili a sepolture formali o non siano piuttosto da considerare tracce di altri comportamenti e rituali, a volte cruenti.

Sono stati rinvenuti due casi di morte naturale; quello di una donna in età matura, il cui corpo fu deposto in parte su roccia e in parte su uno strato di allettamento, con orientamento Est-Ovest e con il cranio a Oriente; quello di un individuo di sesso maschile di età avanzata anch’esso orientato in direzione Est-Ovest.

Relativamente al rinvenimento di sepolture nelle quali sono stati ritrovati soggetti morti di morte violenta viene inevitabilmente in evidenza la distinzione tra riti di sacrifici umani offerti alla divinità ma compiuti dalla comunità in occasioni particolari e il sacrificio umano  che segue regole già “codificate” come nel caso dei Fratres Arvales romani[5] i quali, sacerdoti addetti al culto della dea Dia e scelti tra la classe senatoria, procedevano al sacrificio di un’agnella grassa (agna opima), negli ultimi 3 giorni di maggio. Gli Arvales intonavano quindi, all’interno del tempio, il carmen fratrum Arvalium la cui arcaicità linguistica riporta ai primordi della religione romana.

Nella ritualità che caratterizza il sacrificio dei neonati e dei fanciulli si individua, indubbiamente, un significato propiziatorio testimoniato dalla presenza dei resti del rituale di libagione. Le modalità del rinvenimento hanno indotto a pensare ad un rituale con libagione al termine del quale i vasi adoperati sarebbero stati sepolti con il neonato.

Chiaramente non bisogna confondere tale ritualità con la procuratio prodigi[6] di cui parla Livio né con i neonati deformi di cui parla Cicerone quando riferisce la regola secondo la quale l’«insignis ad deformitatem puer» doveva essere ucciso.[7]

Il prodigium era qualsiasi fatto non usuale che veniva interpretato come segno dell’ira divina o comunque premonitore di disastri. Tali disastri, appunto perché preannunciati, potevano essere evitati attraverso un rito appropriato, la procuratio appunto. I prodigia possono essere fatti naturali (terremoto, fulmini a ciel sereno, eclissi, ecc.), nascite di esseri mostruosi, i monstra, (come vitelli a due teste, pulcini a quattro zampe ecc.). Il concetto del prodigium si fonda su una visione del cosmo basato sull’equilibrio ed in cui ogni squilibrio su un piano si ripercuote con squilibri su altri piani.

A Tarquinia l’importante novità è costituita, dallo scheletro del bambino che è stato rinvenuto nell’angolo di un ambiente dell’area sacra ove fu seppellito agli inizi del VII secolo a.C. disposto con i piedi sotto uno dei muri secondo l’orientamento solito, Est-Ovest, mancante del cranio. L’elemento di maggiore rilievo, che porta immediatamente la memoria al ritrovamento  sotto la porta Mugonia sul Palatino della sepoltura rituale di una bambina decapitata[8], è costituito proprio dalla mancanza della testa che risulta recisa. Infatti l’analisi delle vertebre residue del collo mostrano una frammentazione molto indicativa che permette di ipotizzare come la morte sia avvenuta a seguito di un taglio netto. Anche in questo caso tutti gli elementi convergono verso l’ipotesi che si tratti di un sacrificio propiziatorio.

Va d’altra parte tenuta ben chiara la distinzione tra le sepolture di infanti e quelle di bambini, soprattutto se questi ultimi furono deposti con corredo perso­nale e vascolare: in tal caso non sono facilmente escludibili dal novero delle tombe a pieno titolo, né riconducibili alla definizione di suggrun­darium ovvero quel tipo di usanza prettamente latina, ben definita dal grammatico Fulgenzio[9], che prevedeva inumazioni di individui non adulti entro il perimetro di gronda di un edificio, anche all’interno dell’area urbana.

Al contrario del sacrificio di bambini il sacrificio di adulti è documentato finora da un solo caso a carattere espiatorio e si tratta molto verosimilmente di uno straniero sepolto nell’VIII secolo a.C. ai margini dell’area sacra, come escluso dalla comunità, ma non molto discosto dal mundus, in una posizione liminare. Anche per questa sepoltura l’orientamento era grosso modo Est-Ovest con il cranio a Est.  Si può lasciare da parte ogni ipotesi che si trattasse di un personaggio di rango dal momento che è venuta a mancare la primaria condizione, quella della collocazione nell’area sacra; tuttavia, non si può escludere un rituale nell’ambito della sacralità.

Un aspetto da prendere in considerazione è quanto sappiamo in merito alle concezioni dei Greci e dei Romani, vale a dire come ogni offesa arrecata agli dei fosse ritenuta azione gravissima e richiedeva un atto che allo stesso tempo frenasse l’ira della divinità offesa e impedisse la sua vendetta che sarebbe ricaduta sull’intera comunità. Il rimedio era l’espiazione che si risolveva con l’uccisione di colui che si era reso colpevole dell’affronto.  Così l’atto espiatorio assumeva al contempo la valenza di un’azione purificatrice.

A questo punto, se si pensa che la grande maggioranza delle esecuzioni capitali in Grecia e a Roma esisteva, secondo il parere largamente diffuso nella comunità scientifica, prima della formazione della città, vi sono gli estremi per ipotizzare che non sia stato diverso per gli Etruschi.

D’altro canto a Tarquinia le analisi antropologiche, condotte in questa direzione su uno degli scheletri adulti, hanno fornito dati rilevanti con la segnalazione di un lasso di tempo intercorso tra il primo colpo e la messa a morte evidenziando che l’individuo subì un primo colpo sulla testa e molti altri sul corpo che lo ridussero quasi in fin di vita pur non procurandone la morte immediata perché si riscontra nella fenditura del primo colpo la presenza di osso neoformato, situazione che dovette richiedere un tempo di alcuni mesi prima che gli fosse sferrato un ulteriore colpo, questa volta mortale.

In realtà la sepoltura “formale” non costituisce una prerogativa di tutti gli individui ma va vista come espressione dello status sociale del defunto; ciò significa che il bambino non aveva sempre diritto ad essa e le fonti latine di età classica, richiamandosi a tradizioni più antiche, riferiscono che ai morti prematuramente spettava il funus acerbum che da un lato sanciva la “incompletezza” del defunto e dall’altro metteva in evidenza, attraverso il rito, la singolarità della sua scomparsa.[10]

La sepoltura “domestica”, i suggrundaria, di prerogativa infantile, è legata a elementi igienici e rituali quali la circostanza che il corpo infantile è più puro e non presenta gli stessi rischi di contaminazione del corpo di un adulto.

In ambito romano il sito sepolcrale infantile di fase laziale presso il tempio di Antonino e Fau­stina fu creato in una fase in cui la necropoli romana era stata ormai allontanata dal centro della città e collocata sul colle Esquilino. Tale sito non appare identificabile con il concetto di suggrundaria, mentre, con i suoi ricchi corredi, ci testimonia probabilmen­te i comportamenti di autorappresentazione di segmenti dell’élite romana, tramite i propri soggetti defunti in tenera età.

Per il sito sepolcrale di deposizioni, a composizione mista (adulti-bambini), alle pendici settentrionali del Palatino è stata ipotizzato che si tratti dell’esito di comportamenti sacrificali, ma va sottolineato che esso assume una connotazione totalmente differente da quanto riscontrato in altre aree europee, anche in fase protourbana.

In ogni caso bisogna tener presente il collegamento con il cd. muro di Romolo, che si riporta all’associazione tra mura di cinta e presenza di resti umani ai margini dell’abitato.

Credo che riportare un brevissimo brano di una delle conferenze tenute dal prof. Carandini serva a rendere molto più chiaro il senso di ciò di cui stiamo trattando: “Romolo segna il confine della città servendosi di un aratro. Traccia un solco facendo compiere al toro e alla vacca ad esso aggiogati un giro antiorario. Accanto al solco sarà eretto il muro, che non è altro che la monumentalizzazione di esso. Per segnare le porte della città, Romolo solleva l’aratro. La più antica di esse è la Porta Mugonia, che abbiamo ritrovato, è fatta con travi di legno e argilla pressata e sotto la sua soglia è stato rinvenuto il cadavere di una bambina decapitata. Un sacrificio umano. Il sacrificio è un’offerta al dio, e in genere cosa offriamo a un dio? Ma quello che abbiamo di più caro. E cosa c’è di più caro di un figlio?”

Si intende, pertanto, il rapporto con gli dei, con il trascendente, ed è così che si giustifica, ottenendo un senso e uno scopo,  anche la vivisepoltura che è la sorte che spetta generalmente alle vittime dei cosiddetti “sacrifici di fondazione”[11]

In qualche caso poi il sacrificio può essere incruento: è sufficiente seppellire nelle fondamenta qualcosa che abbia un valore, primizie o cibo come fece Romolo.

Perché proprio la vivisepoltura? Secondo alcuni lo scopo che si prefigge questo genere di rituali è la creazione di uno spirito guardiano: la vittima, “consegnata” ancora viva alla terra diverrebbe, in seguito alla morte, uno spirito guardiano o una sorta di genius loci[12].

Altri invece ritengono che il sacrificio sia indirizzato alle divinità del luogo a titolo di risarcimento per l’intervento che gli uomini si apprestano a compiere in uno spazio di loro pertinenza; il tutto sempre nell’ottica di un equilibrio con gli dei, nell’ambito di quel concetto di pax deorum cioè la buona armonia tra la città, gli uomini e i suoi dei, ciò che costituiva l’aspirazione suprema della legalistica religiosità romana.

Un esempio emblematico di vivisepoltura è rappresentato dalla pena irrogata alle Vestali condannate per incesto. La verginità della vestale era ritenuta un requisito indispensabile e imprescindibile per il corretto funzionamento della vita religiosa romana. Una vestale che avesse infranto il voto di castità contaminava i sacra, pertanto la verginità della vestale era da considerarsi come espressione rituale dell’integrità di Roma. Il luogo predisposto ad accogliere il corpo ormai corrotto della vestale incesta si trova invece all’interno del pomerium.

Questo privilegio straordinario va evidentemente connesso con il loro status religioso;[13] esse non venivano sepolte nella nuda terra ma in una sorta di ambiente sotterraneo e il cubicolo sotterraneo nel quale veniva reclusa la vestale incesta è descritto con dovizia di dettagli da Plutarco il quale parla di un corredo la cui presenza indicherebbe la volontà da parte della città di allontanare da sé la responsabilità di uccidere la vestale.

Dionigi di Alicarnasso ha compreso la reale natura degli oggetti che seguivano la vestale quando li definisce oggetti appartenenti al corredo funebre che di norma accompagna il morto. La vestale ancora viva viene trattata come fosse già morta. La vestale incesta, infatti, come prigioniera di un corpo irrimediabilmente corrotto, è già morta per la comunità: la sua lettiga, sulla quale viene adagiata fino al luogo della vivisepoltura, è un vero e proprio feretro coperto esternamente e stretto con cinghie, come ad impedire che gli sguardi degli astanti penetrino all’interno; il corteo che l’accompagna alla porta Collina dove verrà sepolta è un corteo funebre.

Plutarco afferma che quando la lettiga in cui è reclusa la vestale attraversa il Foro tutti si ritraggono in silenzio e l’accompagnano muti con una terribile costernazione.

Infine, una volta giunti sul luogo, la vestale è fatta scendere dalla lettiga, ma è velata perché il pontefice massimo che officia il rito non può essere contaminato dalla vista di un cadavere.

Teniamo presente che i pontefici, sommi garanti dell’ortodossia del rito nazionale, custodi e interpreti delle tradizioni giuridiche romane, consuetudinarie e legali, non assolvevano, al contrario di altri sacerdoti, a precise funzioni di culto; essi stabilivano in base a quali regole un qualsiasi rito – sacrale, processuale o negoziale che fosse – doveva essere compiuto.

La presenza, pertanto, del pontifex maximus nella rituale comminazione della pena alla vestale diveniva un momento eccezionale conferendo maggiore gravità al fatto e maggiore importanza alla cerimonia che è descritta quindi nei termini di un funus tanto che la stessa vestale colpevole è trattata come fosse già morta.

Nella storia romana vi sono molteplici episodi storici di incesto da parte delle Vestali, molti dei quali accaduti contestualmente al prodursi di momento di grave pericolo esterno, rappresentato ad esempio dall’inizio della guerra contro Veio o dalla ribellione dei Volsci.

Il primo è quello della vestale Pinaria. L’episodio ad essa relativo si colloca sotto il regno di Tarquinio Prisco. Si tratterebbe in assoluto del primo caso di Vestale che si è «accostata ai sacra in stato di impurità»; appunto al suo riguardo Tarquinio Prisco avrebbe escogitato la pena del seppellimento, ο in base ad una sua riflessione personale, oppure «in obbedienza ad un sogno». Può ritenersi emblematico il fatto che, sempre nella tradizione pervenuta in Dionisio di Alicarnasso, οί των ίερών έξηγηταί dicano di aver rinvenuto questo tipo di pena dopo la morte del re nei libri sibillini.[14]

Altro e diverso esempio è quello di Tarpeia che può essere rappresentata tanto più facilmente come Vestale grazie forse anche al suo tipo di morte: ancora una volta per seppellimento, benché un seppellimento operato nel caso specifico di Tarpeia non sotto terra né dai suoi concittadini, ma attraverso e al di sotto degli scudi dei nemici che la sovrastano e la ricoprono.

In ogni caso il luogo di sepoltura delle vestali era individuato più precisamente nel campus sceleratus presso la Porta Collina, al contrario di altri casi di vivisepoltura effettuata al di fuori delle mura.

La vivisepoltura sembra essere stata praticata a questo scopo anche presso altre culture. Erodoto[15] testimonia che questa pratica era nota anche al mondo persiano: Amestri, la moglie di Serse ormai vecchia, infatti, avrebbe fatto seppellire vivi quattordici fanciulli persiani per ingraziarsi «la divinità che si dice abiti sottoterra» .

Un altro esempio di vivisepoltura è contenuto nel mito che descrive l’origine del Lacus Curtius. Poiché nel Foro si era improvvisamente spalancata una voragine che sembrava essere incolmabile gli indovini vaticinarono che doveva essere consacrata a quel luogo la cosa più preziosa che il popolo romano possedeva mentre alcuni si domandavano se mai vi fosse qualcosa di più grande delle armi o del valore, il giovane Marcus Curtius, uno dei più valenti cavalieri dell’esercito, avendo compreso che il bene più grande per un cittadino romano erano le armi e il valore (arma virtusque), si precipitò armato con il suo cavallo in quella vasta bocca apertasi nel terreno. Solo allora, racconta Valerio Massimo, la terra si richiuse come appagata da quella giovane vita.

Livio riferisce inoltre che, al momento del salto nella fossa, gli uomini e le donne lì riuniti ammassarono sul corpo del ragazzo doni e primizie.

Poco prima di gettarsi nell’abisso, infatti, egli invoca gli dèi Mani non diversamente da quanto fa il generale romano che, nell’incertezza della battaglia, impegna con le divinità infere la propria vita per garantire la vittoria del suo esercito.

La storia di Marcus Curtius si pone, pertanto, come un mito trasfigurante in senso eroico la morte di un individuo che in realtà fu sepolto vivo per placare la sete degli dèi Mani.

Successivamente sul luogo della morte sorgono degli altari, infatti nei pressi del Lacus Curtius esisteva fino al 46 a.C. un’ara che commemorava il gesto del giovane cavaliere romano.[16]

L’elemento è evidentissimo: nell’acqua o nella terra, il corpo raggiungeva le profondità misteriose ove abitavano gli dèi, realizzando gli estremi di un’esecuzione sacrale, resa ancor più evidente, nel caso del Lacus Curtius, sia della scelta del luogo in cui venne attuata, sia dalle particolarissime modalità che la caratterizzarono[17] la ricomposizione della pax deorum e con essa la piena riacquisizione di una parte del suolo urbano.

Ora, l’origine sovrannaturale di questa fossa, il suo aspetto quasi animato e vorace (in patentes terrae hiatus), ma soprattutto il fatto che essa venga utilizzata dal devotus come una via per raggiungere da vivo il mondo dei morti, ci riconducono, inevitabilmente, alla nozione di mundus. Questo pozzo, la cui parte inferiore era consacrata agli dèi Mani, veniva aperto solo tre giorni all’anno (il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre), durante i quali la collettività era soggetta a specifiche interdizioni rituali.

Dobbiamo rilevare a questo punto che esisteva a Roma almeno un altro luogo in cui la gente finiva ancora viva sotto terra. Si tratta di una fossa, probabilmente una sorta di cripta, situata nel foro Boario, dunque fuori dal pomerium, in cui per ben tre volte, nel 228, nel 216 e poi ancora nel 113 a.C., in ottemperanza ad un responso dei Libri Sibillini vennero sepolti vivi una coppia di Galli e una coppia di Greci.[18]

Livio, dalla cui testimonianza traspare chiaramente quel clima di terrore religioso scatenatosi a Roma in seguito alla sconfitta di Canne, afferma che si trattava di un sacrificio non solo straordinario ma anche «molto poco romano».

Si è molto discusso sull’origine, la natura, e le finalità di queste cerimonie, se trattasi di sacrifici umani o uccisioni rituali. Sicuramente attraverso la morte per seppellimento si intendeva dunque consegnare al mondo infero e alle sue divinità i rappresentanti di due éthne considerati non solo culturalmente estranei alla koiné italica, ma storicamente pericolosi per il popolo romano.

Attraverso la vivisepoltura delle due coppie di Galli e di Greci nel Foro Boario probabilmente i Romani si aspettavano di ottenere l’annientamento del nemico attraverso la sua consacrazione alle divinità del sottosuolo.[19] Tale ritualità potrebbe rappresentare una devotio hostium. Del resto, ciò che caratterizza la devotio rispetto alle altre forme di votum è il fatto che l’oggetto consacrato viene “consegnato” anticipatamente rispetto al conseguimento del beneficio richiesto, in modo tale da costringere gli dèi ad esaudire la preghiera del richiedente.

Come dunque le arae o gli altaria, per il fatto di essere edifici rialzati dal suolo, sono i luoghi adibiti ai sacrifici in onore degli dei superi, così le fossae o i mundi, in quanto buche scavate nel terreno, si qualificano come gli spazi più appropriati per le cerimonie indirizzate agli dei inferi.

Per quanto concerne altri edifici documentati da scavo, già nella prima fase dell’Auditorium Flaminio sono segnalate alcune sepolture infantili entro il perimetro dell’edificio, che richiamano l’uso dei suggrundaria, ed analoghe sepolture sono state rinvenute nell’edificio tardo arcaico di Acqua Acetosa Laurentina.

A conclusione bisogna riflettere sulla circostanza che ogni sacrificio, e dunque anche quello di fondazione, va letto e interpretato alla luce del contesto culturale di cui fa parte.

Si direbbe, insomma, che non si possa fondare un confine senza un sacrificio. Ma chi è il destinatario di questo sacrificio?

Nonostante il sapore funebre di questo rituale, il fatto che qui il sangue dell’hostia immolata venga versato nella fossa prima che venga adagiato il cippo di confine, in modo da lambirne la base, lascia presumere che il referente del sacrificio sia lo stesso cippo di confine. Del resto non dobbiamo dimenticarci che ogni terminus, a partire dal momento in cui viene istallato, non è più un semplice oggetto culturale, ma una sorta di immagine divina: a partire da quel momento, infatti, esso diventa, come dice Ovidio[20], un indicium del dio Terminus, una manifestazione concreta della sua potenza (numen).

Il sangue è la sostanza in cui si concentra la vita, ed è pertanto considerato capace di veicolarla, di trasmetterla alle cose con le quali viene in contatto, la terra stessa, gli spiriti che la abitano, i segni della cultura che vi sono impressi.

 

[1] Milano 1986; Bonghi Jovino

1997a; Bonghi Jovino 1998; Tarchna I; Tarchna

II; Tarchna III; Bonghi Jovino 2005a; Bonghi Jovino 2006a.

[2] Torelli 1987

[3] Le analisi paleoantropologiche mostrano malformazioni consistevano in aneurismi artero-venosi, alterazioni vascolari di origine congenita localizzate nella parte alta degli emisferi cerebrali. La sintomatologia doveva essere caratterizzata soprattutto da crisi epilettiche focali ricorrenti. L’interessamento del lobo parietale doveva produrre improvvisi attacchi sensoriali. Il decesso fu causato da una massiva emorragia conseguente alla rottura dell’aneurisma. Cfr. Fornaciari – Mallegni 1986; Fornaciari – Mallegni 1987, pp. 95-98; Chiaramonte Treré 1995, pp. 241-243

[4] Cfr. Bonghi Jovino

[5] 1987; Briquel 1992, con riferimento al massacro dei prigionieri romani nel foro di Tarquinia, contrastava l’interpretazione di Pfiffig che escludeva ogni carattere sacrificale per una equivalenza tra immolare e occidere o obtruncare.

[6] Il racconto di Livio si riferisce all’episodio di un parto avvenuto a Frosinone: una donna aveva dato alla luce un neonato dal sesso incerto e, per quella ragione, erano stati chiamati gli Aruspici dall’Etruria. Il neonato, essi dissero, era un foedum ac turpe prodigium che andava immediatamente portato via, lontano dal contatto con la terra, sommerso in acqua alta. Prima di essere gettato in mare il neonato venne chiuso in una cassa (Liv., 27, 37, 5 ss.; allusione alla sommersione dei prodigia anche in Tibullo, 2, 5, 79-80: «Questo era una volta: ma tu ormai benigno, Apollo, sommergi i prodigi sotto l’indomito mare»

[7] Cic., De leg.

[8] Cfr. Carandini

[9] serm. ant. 7

[10] Tac. Ann.XIII Cfr. Modica, 1993

[11] Sallustio, Bellum Iugurthinum

[12] H. Hubert – M. Mauss, Essai sur la nature et la fonction du sacrifice; W. Burkert, Homo necans. Antropologia del sacrificiocruento nella Grecia antica

[13] Plutarco, Vita Numae

[14] Dion. Hal. III

[15] Historiae VII, 114, 2

[16] Plinio, Naturalis historia xv

[17] E. Cantarella, I supplizi capitali in Grecia e a Roma. Origini e funzioni della pena di morte nell’antichità classica

[18] Per il 228 a.C., si vedano Plutarco, Vita Marcelli 3, 6-7; Orosio, Historiae ad versus paganos iv, 13, 3, che parla in proposito di sacrilega sacrificia; Giovanni Tzetzes, Scholia in Lycophronis Alexandriam 602, ed. E. Scheer, Weidmann, Berlin 1908; per il 216, si veda Livio, Ab Urbe condita libri xxii, 57, 6; per il 113, si veda Plutarco, Quaestiones Romanae 83

[19] Plutarco, Quaestiones Romanae 83, parla in proposito di demoni bizzarri e stranieri. È probabile che la praecatio recitata per l’occasione dal magister del collegio dei quindecemviri (Plinio, Naturalis historia xxviii, 12), fosse una formula di consacrazione.

[20] Ovidio, Fastorum libri II

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - Sacrifici umani e sepolture rituali tra etruschi e romani

Storia di Roma antica, del...