La fine dell’Impero tra migrazioni, immigrazione, corruzione e invasioni – 1° parte

Parlare della caduta dell’impero romano non è così semplice come potrebbe apparire, è un argomento complesso che potrebbe essere affrontato in maniera appena esaustiva in un voluminoso tomo. In questa sede ci si limita ad accennare solo a qualche particolare elemento che nella trattazione storica è stato considerato, in parte giustamente e in parte erroneamente, il principale motivo della fine di Roma; quello dell’immigrazione, all’interno dell’Impero Romano, considerata sotto diversi aspetti e dell’invasione dei barbari.

Perché dopo 1000 anni di splendore la civiltà romana si è estinta lasciando il posto al Medioevo?

È stato solo a causa delle immigrazioni e invasioni dei barbari o ci sono stati altri motivi e altre cause?

Proviamo a rispondere a tali domande tenendo presente che quello degli ultimi tempi dell’impero romano è un periodo estremamente interessante ma poco conosciuto anche perché alquanto complesso; la fine non avviene all’improvviso e le convenzioni storiche dei libri scolastici, che datano la fine dell’impero romano, lasciano il tempo che trovano. Il “crollo” è certamente avvenuto nell’arco di pochissime generazioni influenzando secoli di storia europea e quando pensiamo al tracollo dell’impero romano pensiamo ovviamente subito ai barbari, alle loro invasioni, alle loro distruzioni ma non pensiamo al fatto che in realtà i barbari sono sempre stati presenti nella storia di Roma sin dai secoli immediatamente successivi alla sua fondazione.

Basti pensare all’invasione dei Galli, guidati da Brenno, con il sacco di Roma del 390 a.C.; evento tale da essere annoverato dai romani come dies nefastus.

Troviamo immagini di barbari su diversi monumenti edificati dagli imperatori, basti pensare all’arco di Costantino a Roma dove sono scolpiti prigionieri con le mani incrociate, o anche alla colonna traiana nel foro di Traiano dove sono rappresentati i Daci,  barbari sconfitti dall’imperatore Traiano dopo feroci battaglie.

Ma chi erano i barbari?  Il termine è di origine indo-europea, barbaras; poi ripreso dai greci βάρβαρος e significa letteralmente chi pronunzia suoni sgradevoli, inarticolati, simili a quelli degli animali[1]. Tanta era l’importanza che assumeva il linguaggio per i Greci, che si consideravano “civili” e superiori agli altri, che, pur con tutte le loro divisioni politiche, si sentirono sempre uniti, appartenenti ad una medesima nazione di fronte a tutti coloro che Greci non erano. Essi con il termine barbari indicavano, pertanto, l’opposizione tra Elleni e non Elleni. Quando il mondo e la cultura ellenica si affermò sopra ogni altra, quando il popolo ellenico ottenne anche un predominio politico, al senso di differenziazione linguistica si aggiunge anche quello politico e quello morale con varie connotazioni anche dispregiative del termine barbaro.

I greci vivevano, infatti, la forte contrapposizione tra loro esseri razionali e i barbari spesso considerati come bestie, la cultura greca che destinava i propri appartenenti alla libertà e considerava i barbari schiavi per natura; contrapposizione basata sul ricordo delle Termopili e di Maratona, su cui il popolo greco costruì in gran parte la propria identità, quando gli uomini liberi vinsero contro i barbari per difendere la propria libertà. È chiaro che, sulla base di tale concetto di fondo, se i barbari per natura erano schiavi significava che i greci avevano il diritto di ridurli in schiavitù, non a caso lo stesso Aristotele affermava che i Greci potevano tenere come schiavi i barbari in quanto i barbari sono nati per tale scopo.

Altri barbari, questa volta provenienti da occidente, successivamente sconfiggono i greci sottomettendo l’intera Grecia, annettendola al loro impero; sono i romani, che i greci continuano a chiamare barbari , come riferisce lo stesso Plinio e come emerge nelle commedie di Plauto ambientate in Grecia, fino a quando i Greci accettano un compromesso, in cambio di grossi privilegi da parte di Roma i Greci accettano di modificare il concetto di barbaro che non vuol più dire chi non è greco ma indica chi non è romano.

Da questo momento il rapporto tra romani e barbari non è soltanto conflittuale, si evolve sempre più nel corso dei secoli e da un lato vede la grande disponibilità dei romani a integrare, a volte anche con la forza, i barbari nel loro impero e dall’altro una paura, non espressa apertamente e legata a tragici momenti della Repubblica, che è presente nell’animo dei Romani e si comprende quando pensando al mondo che si estende al di fuori dell’impero loro lo chiamano il Barbaricum.

La parola barbaro, quindi, inizialmente diffusa dai Greci i quali con tale termine identificavano coloro che balbettavano perché non sapevano parlare il greco e che poi passò a indicare tutti gli stranieri fu assorbita con questo significato dai romani per i quali barbari erano tutti i popoli che avevano usi e costumi diversi dai loro.

Nel 117 d.C. circa, nel momento della massima espansione di Roma, la distribuzione dei popoli barbari lungo i confini dell’impero vedeva, in generale, i Galli in Francia, nell’attuale Gran Bretagna i Britanni, in Germania i Germani, nella zona dell’attuale Romania vivevano i Daci, nell’odierna Bulgaria i Traci, i Parti che erano molto temuti dai romani avevano un regno indipendente nell’attuale Iran; essi bloccavano l’ulteriore espansione romana verso est, i Numidi erano distribuiti tra Algeria e Tunisia, i Mauritani in Marocco, i Nabatei nell’Arabia nord-occidentale, i Quadi e i Marcomanni, entrambi popoli germanici, ai confini del Danubio all’altezza dell’Austria. Questo era il quadro generale che vedeva l’allora ben definito confine imperiale “circondato” dalle predette popolazioni barbare assieme a moltissimi altri gruppi che andavano a formare un complesso mosaico di popoli, molti dei quali consistenti in tribù dello stesso ceppo ma indipendente ciascuna dalle altre, che costituiva una spina nel fianco dell’impero.

Tra quelli legati più strettamente alla fine dell’Impero Romano (d’Occidente) sono da annoverarsi soprattutto i barbari del Nord, quelli appartenenti al ceppo dei Germani.

Essi, per Roma, furono un problema costante nel corso dei secoli e addirittura sei secoli prima della sua caduta Roma dovette affrontare una prima invasione di questi barbari che venivano dal nord Europa, dalla Danimarca; essi erano coloro che conosciamo con il nome di Cimbri e Teutoni e vivevano ai confini del mondo abitato sparsi in centinaia di piccoli villaggi in tutta la Danimarca. Si calcola che nel II secolo a.C. vivessero dai 60.000 agli 80.000 Germani divisi in tribù e in piccoli villaggi costruiti con legno e paglia; erano ben organizzati e oltre ad essere pastori e contadini erano anche tessitori, fabbri, maniscalchi che forgiavano armi abbastanza evolute per il grado di civiltà da loro raggiunto. Le conoscenze su queste popolazioni del Nord ci vengono soprattutto dalle paludi che erano i cimiteri della preistoria e che hanno conservato i corpi per millenni restituendone agli studiosi diversi.

In tali paludi, determinate condizioni come l’acidità dell’acqua, il freddo e la mancanza di ossigeno combinati tra loro fecero sì che lo stato di conservazione dei corpi fosse elevato; la pelle diventava scura ma ben conservata, la conservazione dello scheletro, invece, è molto rara in questi reperti, perché l’acido presente nella torba scioglie il carbonato di calcio delle ossa, tuttavia, le condizioni ivi presenti hanno contribuito alla preservazione della pelle e degli organi interni. Su alcuni resti è stato addirittura possibile rilevare le impronte digitali, mentre su altri si sono conservati persino dei tatuaggi.

 Una delle mummie meglio conservate e quasi intatta, infatti, è la mummia della ragazza di Windeby ritrovata ancora vestita della sua veste di pelliccia e con un nastro nei capelli di tessuto fine. La mummia di Windeby, datata tra il 41 e il 118 a.C. e ritrovata nel 1952 fino a non molto tempo fa si pensava fosse una ragazza ma di recente l’esame del DNA ha dimostrato che si tratta di un ragazzo che dell’età di circa 16 anni al momento della morte.

Altra mummia ritrovata in una torbiera della Danimarca è quella dell’uomo di Tollund sulla quale, a parte la pelle annerita dal tempo, sono visibili i peli della barba, le cicatrici e il terribile cappio al collo vittima forse di un sacrificio. Dagli studi il corpo risulta appartenente a un uomo vissuto all’incirca nel IV secolo a.C. in Scandinavia, durante l’età del ferro. La mummia di Tollund è di notevole impatto visivo per il fatto che il suo corpo, in particolare il volto, si è così ben conservato da sembrare morto solo di recente ma è altrettanto di pregio per gli studi cui è sottoposta. Il suo corpo era stato disposto, al momento della sepoltura, in posizione fetale e seppellito sotto circa 2 metri di torba. Indossava un cappuccio di pelle tenuto saldamente fermo da una cinghia annodata sotto il mento ed intorno alla vita si trovava una cintura di pelle di bue. Ad eccezione di questo il corpo era completamente nudo. Solitamente i corpi dell’età del ferro rinvenuti nelle torbiere sono vestiti oppure i loro abiti sono posti accanto a loro. Non si conosce il motivo per cui l’uomo di Tollund non avesse degli abiti, anche se è possibile che questi si siano decomposti nel tempo se realizzati in fibre vegetali. Intorno al collo della vittima vi era un cappio con il nodo scorsoio rivolto verso le spalle. I capelli erano stati tagliati molto corti, della lunghezza di un paio di centimetri.

 Ci si pone a questo punto una domanda: perché queste popolazioni decisero di lasciare i loro villaggi così a nord per dirigersi verso i territori romani?

È probabile che furono prima di tutto il freddo e la fame a costringerli ad abbandonare la loro terra; la vita dei Cimbri e dei Teutoni, infatti, era dura, la terra non eccessivamente ricca di prodotti dell’agricoltura e non conoscevano l’abitudine delle riserve alimentari per i periodi difficili, non erano esperti nella conservazione dei prodotti alimentari probabilmente perchè erano essenzialmente pastori e l’agricoltura era ancora poco sviluppata e si cibavano di quello che trovavano, avena, nocciole, erbe. È molto probabile che non partirono esclusivamente per l’estrema necessità, forse da quei mercanti romani che si spingevano fino ai loro villaggi per commerciare in pellicce avevano sentito raccontare di quelle regioni in cui il freddo non era così intenso, in cui vi erano terre con ricchi pascoli e campi fertili sui quali splendeva il sole; al nord, invece, le speranze di vita erano molto più basse tanto che, intorno al 120 a.C., ebbe inizio la migrazione dei Germani, quasi 100.000 persone non solo guerrieri o mercanti ma anche donne, bambini, anziani, con tutte le loro cose si misero in marcia ordinandosi in colonne lunghe anche 20/30 km che, giorno dopo giorno, si ingrandivano e raccoglievano altri clan, altre tribù, altri villaggi; una massa di persone che cammina faticosamente dietro ai carri trainati dai buoi, scortati da qualche guerriero a cavallo, alla ricerca di una meta e così giorno dopo giorno, mese dopo mese, fermandosi e riparandosi durante l’inverno per poi riprendere la marcia nella primavera. Quando potevano seguivano il corso dei fiumi e le antiche rotte commerciali, è immaginabile che anche l’attraversamento di un fiume potesse diventare un ostacolo insormontabile e che passassero giorni perché tutti riuscissero ad attraversarlo; erano afflitti da mille disagi ma soprattutto dalla fame e per sopravvivere ricorrevano alle rapine, al saccheggio di tutto quello che trovavano sul loro cammino, attaccavano soprattutto piccoli insediamenti indifesi da cui portavano via ogni cosa utile e in breve la loro fama divenne quella di razziatori feroci.

Ma chi erano i Germani?

Il termine Germani indica un insieme di popoli che parlavano lingue germaniche, nati dalla fusione fra gruppi etnici di origine indoeuropea e gruppi etnici autoctoni, delle zone da essi “invase”, di origine paleo-mesolitica e neolitica che, dopo essersi stabilizzati in un’unica compagine grazie alla fusione, più o meno pacifica, di questi elementi pre-indoeuropei con i gruppi indoeuropei provenienti dal sud, a partire dai primi secoli del I millennio si diffusero fino ad occupare un’ampia area dell’Europa centro-settentrionale, dalla Scandinavia all’alto corso del Danubio e dal Reno alla  Vistola. Da qui numerose tribù germaniche migrarono, in molteplici ondate, verso ogni direzione, toccando gran parte del continente europeo e arrivando fino in Africa del nord. I Germani furono, pertanto, il risultato dell’indoeuropeizzazione, nella prima metà del III millennio a.C., della Scandinavia meridionale e dello Jutland da parte di genti provenienti dall’Europa centrale, già indoeuropeizzata nel corso del IV millennio a.C. Sebbene la cronologia esatta di questa penetrazione non sia pacifica nel mondo scientifico, è comunque riconosciuto che entro il 2500 a.C. si determinò la stabilizzazione ed integrazione dei Germani. Nonostante la scissione in numerose tribù e l’assenza di un etnonimo, consolidato e generato dalla stessa comunità, è molto probabile che i Germani avessero una coscienza della propria identità etnica, sia sulla base dei fatti storici e sia sulla base di quanto ampiamente attestato dalla coeva storiografica greca e romana.

 Avvicinatisi ai confini romani lo scontro con Roma diventa inevitabile; i Germani erano in cammino da circa sette anni e avevano percorso intorno ai 3.000 km, dalla penisola dello Jutland attraversarono territori di altre stirpi germaniche Angli, Sassoni e Svevi proseguirono lungo il fiume Elba, che nasce nella Repubblica Ceca per attraversare la Germania e sfociare nel Mare del Nord, attraverso la Boemia verso le regioni danubiane, si mossero verso occidente fino a giungere alle Prealpi austriache pericolosamente vicini alle terre dei romani.

 A Roma era console Papirio Carbone il quale si diresse oltre le Alpi orientali per contrastare questi barbari dei quali si era sentito parlare come spietati guerrieri dalla forza sovrumana; Papirio, temendo che valicassero le alpi, si accampò al di sotto di esse lì dove il passaggio risultava essere angusto e si diresse verso i Cimbri accusandoli di aver arrecato danno ai Norici, abitanti del Noricum (l’attuale Austria), dei quali i romani erano amici; i barbari inviarono degli ambasciatori affermando di non essere a conoscenza di tale amicizia con promessa di non interferire in futuro;convinto di avere buon gioco su quelle masse disordinate Carbone offrì delle guide agli ambasciatori con l’ordine di riaccompagnarli attraverso un tragitto lungo mentre egli, giunto attraverso una via più breve sul grosso dei Germani, lanciò le legioni all’attacco ma il combattimento fu spaventoso, i Cimbri nello scontro corpo a corpo erano imbattibili e si narra che combattessero senza alcuna paura della morte mentre i legionari romani furono costretti alla fuga nella foresta; è sempre lo storico Appiano a raccontare che i romani si salvarono dall’annientamento solo grazie all’intervento di un temporale violentissimo.

 113 a.C., il primo scontro con i Germani, quindi, nella battaglia di Noreia fu traumatico per i romani i quali raccontarono di essersi battuti contro selvaggi di forza imbattibile ed aspetto simile a giganti; in effetti da studi antropologici, che hanno effettuato un confronto tra lo scheletro di un germano e quello di un romano, emerge che la notizia riportata nei testi dell’antichità, secondo la quale i Germani sarebbero stati molto più alti dei Romani, non era una fantasia ma rispecchiava un dato di fatto oggettivo. Questa sconfitta segna per Roma, con ancora vivo il ricordo e le ferite delle guerre puniche, un ulteriore momento cruciale della propria storia che serve ai romani da insegnamento e stimolo per riorganizzare l’esercito trasformandolo in una specie di macchina da guerra micidiale; questa battaglia, inoltre, segnò l’esordio di quelle che sono definite le guerre romano-germaniche che si susseguirono per i sei secoli ulteriori fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente; in realtà è stata proprio da questa riorganizzazione che nasceranno legioni molto meglio impostate, organizzate ed efficienti che assicureranno a Roma protezione, forza e predominio per secoli.

Successivamente Roma ottiene, tra altre sconfitte e ridenti vittorie, una prima grande vittoria sui Teutoni in Francia cancellandoli dalla storia e successivamente sui Cimbri che nel frattempo erano penetrati in Italia ed è proprio a Vercelli, nel 101 a.C., che avviene lo scontro finale durante il quale la vendetta delle legioni è micidiale.

Non ci sono notizie certe sullo svolgimento della battaglia ma sappiamo che i romani si batterono per l’annientamento, la cavalleria romana era più numerosa e meglio organizzata, una volta sconfitti i guerrieri puntò sugli accampamenti; chi non morì in battaglia si uccise per la vergogna mentre le donne per non essere ridotte in schiavitù uccisero i figli prima di togliersi la vita.

In quella battaglia, si calcola, morirono dai 65.000 ai 100.000 barbari mentre Mario, come ricompensa per avere sventato il pericolo dell’invasione barbarica, venne rieletto console anche per l’anno 100 a.C..

Sui libri di storia, soprattutto quelli scolastici, leggiamo una sequenza schematica della storia romana, prima c’è la fondazione di Roma, poi c’è la monarchia, poi la repubblica, successivamente l’impero e poi arrivano i barbari che lo distruggono e quindi ci si trova nel Medioevo; in realtà non è tutto così scontato e schematico, è la società romana che cambia, anche in seguito agli eventi bellici e socio-politici, e così avviene per lo stesso impero romano che quando è ancora in vita lentamente si trasforma e lo fa attraverso una serie di crisi, di invasioni, di riprese e poi di crolli definitivi e intanto sono passati decenni se non secoli e i barbari che hanno variamente interagito con e nella storia romana sono solo uno dei motivi del crollo, non l’unico sebbene importante.

Esempio di come gli interessi e le interpretazioni degli storici cambiano a seconda delle epoche è il modo di studiare il passato che cambia in base anche alla visione, ai problemi e alle preoccupazioni del presente; gli storici dell’800 e della prima metà del 900, infatti, vivevano in un mondo di nazionalismi, di razze, ed era ovvio che gli storici italiani o francesi che credevano di essere i discendenti degli antichi romani si identificavano con il mondo romano che ritenevano essere stato aggredito e parlavano di invasioni, dall’altra parte gli storici tedeschi che credevano di essere i discendenti dei barbari si identificavano con i popoli migratori che cercavano il sole, cercavano un nuovo futuro e non parlavano di invasioni bensì di migrazioni.

Nell’epoca attuale in cui sono fortemente scemati i discorsi sulle identità etniche come principale motore della storia, non diamo più molta importanza alle identità nazionali, alle razze, e lo scontro fra Romani e Germani non ci colpisce più in modo nazionalistico ma ci richiama obbligandoci ad uno studio più puro, più distaccato e più in grado di affrontare l’analisi delle fonti e dei fatti con maggiore obiettività.

Il presente ci suggerisce che il problema dell’immigrazione è un problema cruciale non solo per i popoli che decidono di muoversi ma anche per chi deve accoglierli.

Una domanda è naturale: come fare in modo che l’accoglienza sia efficace, che l’immigrazione sia una forza, una risorsa e non provochi invece un disastro?

Nel nostro presente abbiamo questi problemi e la nostra considerazione, la nostra analisi delle migrazioni, delle invasioni, delle annessioni barbariche è cambiata; in realtà comprendiamo che, prima di diventare invasioni, i movimenti dei popoli germanici verso l’impero sono stati per molto tempo migrazione e immigrazione; per secoli, a partire da Marco Aurelio, quindi dalla fine del II secolo fino alla fine del IV secolo, l’impero romano ha subito invasioni, respinto invasori ma almeno altrettanto spesso ha accolto profughi, fatto entrare gente che voleva entrare nel mondo romano, in un universo nuovo e maestoso che veniva visto dall’esterno dei suoi confini come un miraggio verso cui tendere; a volte Roma deportava anche gli stranieri verso l’impero e ciò per un motivo semplice ma vitale per l’impero, c’era bisogno di gente, di forza lavoro.

Da Marco Aurelio in poi è sempre più frequente che l’impero abbia bisogno di forza umana, l’impero si è ingrandito incredibilmente, Roma è divenuta la superpotenza del Mediterraneo e ha bisogno di contadini per coltivare la terra, ha bisogno di soldati per reintegrare l’esercito e il modo di ottenere gente è di farla entrare o di andarla a prendere.

In realtà l’immigrazione nell’impero romano fu un modello di successo in quanto per molto tempo i romani integrarono gli immigrati, l’Impero Romano, però, si muoveva in un contesto in cui non c’era praticamente opinione pubblica che potesse protestare e se l’imperatore decideva nulla ostava.

Un esempio su tutti sia la decisione di Costantino di stabilire 300.000 Sarmati in Italia distribuendoli fra le varie regioni sia pur se prevalentemente incorporati nell’esercito.

I Sarmati erano un popolo iranico e facevano parte della famiglia linguistica iranica, di orgini indoeuropea. Aperti alla cultura e alla religione persiana essi in origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Con i Romani non ebbero sempre rapporti pacifici e spesso si fronteggiarono in lunghe guerre fin dai tempi di Augusto. Prima alleati per tutto il I secolo d.C. di Roma, sul finire del I secolo e gli inizi del II d.C., si schierarono contro i Romani con i Daci per difendere questi ultimi da Traiano che intendeva conquistarne i territori, e fu proprio Traiano a sconfiggerli durante la campagna. Furono, tuttavia, integrati nell’esercito di Roma risultando essere, in più occasioni, preziosi combattenti e di valido aiuto all’interno delle legioni.

È chiaro che in queste condizioni fu facile gestire una politica di immigrazione efficace, rispetto a quanto si potrebbe fare oggi, però ciò che c’è da imparare è che l’impero romano agli immigrati impose condizioni dure, impose l’assimilazione ma, contemporaneamente, li legittimò offrendo concrete possibilità di integrazione e di carriera.

Alcune iscrizioni in cui i senatori romani salutano Teodorico re degli Ostrogoti come Augusto sono la prova di quali livelli di integrazione avessero raggiunto i “barbari” e a ulteriore prova il fatto che il re dei Goti, Alarico si chiamasse Flavio Alarico, quindi cittadino romano, e fosse un generale romano comandante di tutte le truppe romane di stanza nei Balcani.

Dal tempo di Costantino in poi l’esercito romano iniziò ad essere composto in buona parte di immigrati che facevano carriera; si è calcolato che forse una metà dei generali romani del IV-V secolo erano di origine barbarica, figli di immigrati; in passato questo non era sembrato possibile a quegli storici che ragionavano sulla base di considerazioni razziali e che consideravano tale fenomeno un inquinamento dell’esercito romano non più costituito di romani bensì di barbari.

[1] Aristof., Av., 1521 per gli Sciti, 1681 per i Triballi, e Corippo, nel sec. VI d. C., IV, 350 per i Mauri; Omero per i Cari che definisce βαρβαρόϕωνοι (Il., II, 867) dal linguaggio aspro, inintelligibile.

 

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