La fine dell’Impero tra migrazioni, immigrazione, corruzione e invasioni – 2° parte

In realtà un impero che ha la capacità di accogliere ed integrare, attraverso una organizzazione efficiente e corretta, trasforma tale ingresso non in una debolezza ma in una forza.

Purtroppo la storia del rapporto di Roma con l’immigrazione cambia, si altera e assume una connotazione negativa; Roma, infatti, a un certo punto non ha più saputo gestire quei “flussi migratori”, quei “flussi d’ingresso” che inizialmente e per tantissimi anni furono un punto di forza per l’organizzazione dello Stato, forse perché tali flussi diventarono troppo pesanti e ancor più perché gestiti male e perché, in parte, anche la corruzione gioca un ruolo negativo.

L’invasione ha una data di inizio precisa, il 378 d.C. con la battaglia di Adrianopoli, quando i Goti sconfiggono e uccidono l’imperatore d’Oriente Valente e “sfondano” i confini; tuttavia, anche in questo caso bisogna analizzare con attenzione e obiettività i fatti storici, le loro fonti e la sequenza dei fatti storici per giungere alla conclusione che quei Goti non erano invasori ma profughi che due anni prima l’impero aveva accolto poiché, come in passato, c’era bisogno di manodopera e di soldati e che poi aveva sistemato in campi profughi, lungo i confini del mondo romano, senza praticamente nessuna assistenza; lo Stato aveva stanziato i fondi per mantenere questi profughi ma i generali romani se ne appropriavano, sottraendoli al loro scopo, e costringendo i Goti a pagare per sopravvivere fino a vendere i propri figli come schiavi pur di pagare una sorta di tangente ai funzionari romani. Questo è lo scenario in cui matura il malessere, l’insofferenza e, alla fine, la ribellione che ha dato inizio alle invasioni; l’immigrazione regolamentata, strutturata, organizzata e ordinata si trasformò inaspettatamente in una invasione.

La conquista militare di un numero crescente di territori, la loro annessione e l’assoggettamento delle popolazioni che li abitavano all’autorità di Roma, questo è l’impero romano chiaro risultato di un espansione politico-militare che nel corso di 4 secoli, segnati anche da crisi, divisioni, arretramenti e riconquiste, ha raggiunto 3 continenti, ha conquistato l’intero bacino del Mar Mediterraneo rendendolo casa propria; il mare nostrum rappresentava il centro del mondo romano ed era attraversato da navi da carico che portavano olio grano e molte altre merci a Roma, una metropoli di un milione di abitanti.

A Fare da confine tra il mondo ricco civilizzato dell’impero e la vastità oscura del mondo abitato dai barbari c’era una frontiera che non era fatta solo per escludere ma anche per comunicare per commerciare, c’è una parola latina che indica l’insieme delle frontiere romane sin dai tempi di Traiano nel I secolo d.C., il limes; in origine con questo termine si faceva riferimento alle strade militari in prossimità delle frontiere ma successivamente venne utilizzato per indicare le fortificazioni erette a protezione delle stesse strade finendo così per acquisire una dimensione geografica e amministrativa e indicare l’intero territorio delle province di confine nella tarda età imperiale. Con il termine limes si finì, pertanto, per intendere una linea di confine, un limite costituito da barriere naturali che potevano essere di tipo fluviale o montuoso o desertico e da barriere artificiali costruite con scavi, palizzate, torri di avvistamento e fortezze in muratura lungo le strade di frontiera. In Europa del Nord, dalla Britannia fino al Mar Nero, il limes si stendeva per migliaia di chilometri dei quali restano pochissime tracce; il limes è scomparso, distrutto dallo scorrere del tempo e dall’agricoltura intensiva che ha trasformato il territorio.

Nell’immaginario collettivo la frontiera dell’impero romano, il limes, ha un’importanza enorme; la fantasia e l’immaginazione lo vuole come una barriera impenetrabile, una specie di muraglia cinese concepita per non lasciar passare nessuno con un presidio militare costante e invalicabile ma in realtà non era proprio così; i Romani davano poca importanza alle loro frontiere anche perché ufficialmente non le riconoscevano in quanto nella concezione romana l’imperatore era il signore del mondo intero.

Addirittura una frontiera, quella orientale era, in realtà, “virtuale”; a oriente, infatti, Roma confinava con un altro impero, quello persiano conosciuto come l’impero dei Sassanidi e anche se i Romani consideravano pure loro come dei barbari in realtà i Persiani avevano un impero solido, civilizzato, e quella frontiera che passava in Mesopotamia (l’attuale Iraq) sul Tigri o sull’Eufrate a seconda delle vicende belliche comunque era una vera frontiera dalla quale i romani non potevano andare e venire a piacimento. Con le altre frontiere dell’impero romano, quella verso i barbari del Nord sul Reno e sul Danubio oppure quelle a sud verso i nomadi dell’Arabia e dell’Africa, era tutta un’altra cosa poiché lì i Romani passavano quando volevano. Lungo il confine Arabico e quello africano non c’erano fiumi a proteggere l’impero ma c’era il deserto, un confine di difficile individuazione e definizione topografica per gli stessi funzionari romani di frontiera; in quelle zone le popolazioni locali erano nomadi, beduini e berberi che si muovevano continuamente lungo e attraverso le frontiere; essi dai romani erano considerati dei barbari del Sud con cui l’impero poteva convivere senza troppi problemi e quando i nomadi esageravano con le razzie erano prontamente puniti mentre in altri casi i romani si accordavano con alcune tribù che venivano pagate per scortare le carovane e guidarle lungo le piste del deserto.

Al confine settentrionale la situazione era molto diversa, qui la frontiera dell’impero era definita dai grandi fiumi Reno e Danubio che consentivano il trasporto di merci così come di truppe per questo i convogli tra l’Europa centrale e orientale richiesero protezione e sicurezza fino alle sponde del Mar Nero che segnava il termine del limes nell’Europa orientale.

Quelle due masse d’acqua avevano la funzione di tenere a bada i barbari che provenivano dalle terre fredde ma durante gli inverni gelidi quando i grandi fiumi ghiacciavano o durante le estati torride quando il livello delle loro acque si abbassavano la barriera naturale cessava di funzionare e l’allerta si faceva massima perché oltre i grandi fiumi abitavano i barbari più pericolosi e pressochè sconosciuti.

La Germania per i Romani era un paese sinistro, con un clima tremendo, un paese di foreste, di paludi, dove non c’era niente, non cerano strade, non c’erano città e tuttavia i Romani provarono ugualmente a conquistarlo perdendovi tre legioni; subirono una delle sconfitte più dure della loro storia, nel 9 d.C. il governatore romano della Germania Quintilio Varo viene attirato in un’imboscata con tutto il suo esercito di tre legioni nella foresta di Teutoburgo, mai sconfitta fu più sanguinosa di quelle subite come ricorda Publio Cornelio Tacito negli Annales. A guidare i Germani un condottiero di nome Arminio che apparteneva al popolo germanico dei Cherusci, figlio di un notabile che a 10 anni viene condotto col fratello a Roma per essere educato e trasformato in un fedele ufficiale alleato secondo la prassi romana consolidata che avrebbe dovuto favorire l’assimilazione delle vite locali e consolidare il dominio romano[1]. È l’autunno del 9 d.C., le tre legioni di Quintilio Varo, la XVII, la XVIII, la XIX, composte da quasi 20.000 uomini vengono attirate nei boschi all’inseguimento di Arminio, errore decisivo[2].

Dopo Teutoburgo i romani si spingono ancora qualche volta nella Germania del Nord ma non arrivano mai più a conquistarla tanto che si abitueranno a chiamarla la Germania libera ed è su questo paese e sui suoi abitanti che Tacito scrive quello che può essere considerato uno dei primi reportage etnografici della storia, la Germania. I barbari che vivono lì sono dei nemici feroci, odiati ma iniziano a risentire della cultura che c’è al di là della frontiera del Reno, infatti ritrovamenti archeologici di ville in stile romano, e ancor più pavimenti di mosaico lo confermano.

La frontiera del Danubio è tutta un’altra storia soprattutto verso la foce del fiume lì dove il fiume  sbocca nel Mar Nero perché i Romani sanno molto poco di ciò che riservano le terre al di là della frontiera. Al di là del Danubio i cronisti del tempo parlavano di immense steppe che continuavano verso nord e dove nessuno si era mai spinto. Sappiamo che quelle steppe erano la patria di nomadi ma 1.700 anni fa la presenza di quei popoli nomadi rendeva inquietante il confine danubiano assieme alla presenza di altri popoli, sempre dell’area danubiana, che avevano cominciato a civilizzarsi commerciando con i Romani e pur praticando una agricoltura di base oltre all’allevamento continuavano a destare apprensione presso i romani; tra queste popolazioni i Goti erano una delle più importanti.

Oggi grazie agli specialisti di linguistica comparata sappiamo che si trattava di un popolo germanico ma al tempo dell’Impero i Goti erano semplicemente degli orribili barbari, alti, con i capelli biondi o rossi, tutte caratteristiche negative agli occhi dei romani con tratti mediterranei, piccoli e bruni i quali ritenevano di essere superiori e guardavano tutti gli altri con disprezzo.

Il fatto che i barbari si muovevano in massa e anche facilmente era il motivo principale di timore per i romani perché, pur essendo temuti dai barbari, i romani avevano l’incubo di queste masse che si presentavano all’improvviso alla frontiera pretendendo di entrare con la forza così come era accaduto nel passato della storia di Roma; basti pensare ai Galli di Brenno, ai Cimbri e i Teutoni che furono fermati e sterminati da Caio Mario quando erano già entrati in Italia dopo aver sconfitto le truppe del console Papirio Carbone.

La capacità di integrare i barbari attraverso la concessione della cittadinanza è stato da sempre uno dei punti di forza di Roma e teoricamente l’impero apparteneva ai cittadini romani, al popolo conquistatore e gli abitanti dei paesi conquistati erano semplicemente degli indigeni, dei barbari appunto, fino a quando non ottenevano la cittadinanza romana che Roma assegnava senza guardare al colore dei capelli o della pelle, senza chiedere a quali dei sacrificassero poichè tutti coloro che potevano essere utili prima o poi diventavano cittadini.

A forza di concedere la cittadinanza la distinzione tra cittadini e indigeni cominciò a sembrare anacronistica tanto che nel 212 d.C. l’imperatore Caracalla prese una decisione epocale: tutti coloro che vivevano nell’ Impero Romano automaticamente diventavano cittadini romani.

L’editto di Caracalla è stato a lungo sottovalutato dalla storiografia ma sicuramente ebbe anche un effetto negativo poichè incoraggiò l’immigrazione in quanto i barbari sapevano che chi riusciva a entrare nell’impero dopo un po’ veniva considerato un cittadino romano.

Quando l’imperatore Caracalla pubblicò il suo editto per i romani iniziò una delle epoche più terribili della loro storia anche perché la paura dei barbari che premevano ai confini stava diventando un’ossessione quotidiana; intanto nel III secolo l’impero romano paga un prezzo pesantissimo per il suo principale difetto che era quello della mancanza di un sistema di successione al trono; infatti nel giro di 50 anni si susseguirono 27 imperatori romani e di loro solo tre morirono di malattia mentre tutti gli altri vennero uccisi, con questa situazione di governo e con la difesa delle frontiere che presentava delle serie carenze, i barbari ne approfittarono e le loro invasioni arrivarono in profondità, gli Alamanni[3] devastarono l’Italia del Nord, i Goti arrivarono fino ad Atene ed in seguito a questa situazione sembrava che per l’impero romano fosse arrivata la fine invece l’impero venne salvato da una serie di imperatori militari provenienti dai Balcani; Aureliano, Diocleziano, Massimiano, Costantino, erano generali durissimi, brutali, spietati, ma con le idee chiare tanto da trasformare profondamente l’Impero rimettendolo in piedi. Il loro segreto fu quello di aver compreso che i barbari si potevano anche usare e che non era necessario sterminarli; era più conveniente assumerli e arruolarli nell’esercito tanto che nel IVsecolo l’esercito romano era diviso in un esercito campale e in un esercito di frontiera per un totale di oltre 500.000 effettivi[4]. L’esercito, in realtà, può essere considerato come la principale istituzione e fonte di occupazione dell’Impero Romano, assorbiva la maggioranza delle sue risorse umane ed economiche ed era tra i più importanti meccanismi di integrazione se non addirittura il principale.

Reclutava ed assorbiva una grande quantità di barbari che, dopo un lungo e logorante servizio, ritornavano alla vita civile trasformati in cittadini romani[5]. Le reclute erano anche oggetto di scambio che, spesso, i Romani esigevano come parte dei trattati di pace imposti alle popolazioni barbariche sottomesse.

Nell’esercito imperiale questi immigrati potevano fare carriera arrivando a diventare anche generali producendo, così, gradualmente una “barbarizzazione” dell’esercito che dal IV secolo portò a produrre molti generali romani che per nascita erano dei barbari Goti, Franchi, Alamanni e così via.

Nel IV secolo la retorica della paura era ormai passata e anacronistica, veniva “tenuta in vita” solo dagli inviati delle province di frontiera che chiedevano all’imperatore misure preventive, spedizioni punitive contro i barbari, ma il governo imperiale non si preoccupava sia per la mancanza di risorse e sia perché era impossibile evitare che lungo qualche frontiera scoppiasse una crisi; questa condizione creatasi portò i barbari ad essere domabili e gestibili mentre l’impero si rafforzò. L’arrivo di nuovi gruppi di barbari veniva gestito in modo organizzato mettendoli al lavoro oppure arruolandoli ma senza perdere di vista che questo flusso di profughi, di deportati, di immigrati dovesse essere tenuto rigidamente sotto controllo in modo da costituire non una debolezza, una minaccia ma un punto di forza, un elemento di crescita per l’impero.

L’impero romano non era più in crisi, era un impero solido con un’economia in crescita ed era anche un impero in grande trasformazione e un elemento molto importante di tale trasformazione era dato dal fatto che l’Oriente iniziava a prendere il sopravvento rispetto all’Occidente; le province orientali come l’Egitto, la Siria, l’Asia Minore, diventavano più ricche rispetto alla Gallia, alla Spagna e perfino all’Italia. Tale fenomeno sarà acclarato già a partire dal regno dell’imperatore Costantino il quale fondò una nuova capitale ad oriente, Costantinopoli.

Nel 325 d.C. ampliando l’antica Bisanzio l’imperatore Costantino fondò una nuova Roma, Costantinopoli che divenne il cuore dell’impero.

Quando nel 364 d.C. muore l’ultimo discendente diretto di Costantino, Gioviano, l’esercito romano acclama imperatore uno dei suoi generali, Valentiniano, che appena proclamato divide l’impero in due parti una occidentale e una orientale; Valentiniano decide di tenersi l’Occidente dove ha combattuto fino a quel momento contro i Germani del Reno e nomina imperatore d’Oriente suo fratello Valente.

Il rapporto con la religione era una caratteristica che distingueva i due imperatori; Valente era un fanatico religioso, un cristiano ariano[6] che perseguitava i cattolici, chiudeva le loro chiese e mandava in esilio i vescovi che cercavano di resistere; Valentiniano, al contrario, impose una tregua e una sostanziale tolleranza per cui pagani, cristiani cattolici e cristiani ariani furono costretti a convivere.

Intanto l’impero cambiava e diventaav cristiano sempre più, nel corso del IV secolo cambiò anche l’atteggiamento nei confronti dei barbari, infatti, nel pensiero politico emerse una nuova ideologia umanitaria, l’imperatore era il padre di tutti gli uomini quindi anche dei barbari, l’impero era la casa di tutti dove anche gli immigrati barbari potevano imparare a vivere razionalmente e a pagare le tasse. Mentre in passato si elogiavano gli imperatori che dopo aver vinto i barbari li sterminavano successivamente si lodava la benevolenza degli imperatori che dopo aver vinto i barbari li risparmiavano e li accoglievano come nuovi sudditi e nuovi contribuenti.

Gli Imperatori nelle loro leggi si rallegravano perché sempre nuovi popoli venivano a cercare la felicità romana mentre l’impero diventava, ora più che mai, un crogiuolo di popoli; ma a un certo punto qualcosa andò storto, qualcosa cominciò a non funzionare più bene nei meccanismi di accoglienza e di controllo degli immigrati e l’immigrazione da risorsa diventò nuovamente un fattore destabilizzante facendo riaffiorare quella paura sopita o scomparsa.

Siamo sempre nel IV secolo e il luogo di attenzione era, ancora una volta, la frontiera del Danubio lungo la quale si creava, giorno dopo giorno, una vera e propria emergenza umanitaria, un intero popolo di profughi, i Goti, si ammassava lungo la frontiera e la gestione di questa operazione umanitaria da parte dei Romani fu disastrosa e sfociò in un evento drammatico: la battaglia di Adrianopoli nel 378 d.C.

Fu una battaglia epocale, tanto che tale data venne considerata come la data in cui fu sancita la fine dell’impero romano, la fine di Roma e di mille anni di storia, di dominio sul mondo conosciuto, l’inizio del medioevo; una battaglia tra l’esercito romano e un intero popolo in cerca di accoglienza, appunto quello dei Goti, che per secoli aveva vissuto ai margini dell’impero e aveva cominciato a cambiare il proprio modo di vita attraverso il contatto con Roma, con il commercio, con il reclutamento nell’esercito come mercenari ma, nel 376 d.C., barbari del Nord si erano messi in movimento lungo tutto il corso del Danubio fino al delta e al Mar Nero, intere popolazioni venivano scacciate dalle loro case da qualche pericolo inizialmente sconosciuto e vagavano minacciose lungo la frontiera; tale pericolo venne successivamente identificato, si trattava di un popolo nuovo, poco conosciuto e proveniente dalle remote steppe dell’Asia, gli Unni. Le poche informazioni a disposizione rappresentavano un popolo di gente violenta e spietata e, a differenza dei Goti, non era gente che possedeva poco e si spostava poiché gli Unni erano completamente nomadi e duri.

Presso la corte dell’imperatore Valente venne sottovalutata la notizia che i Goti terrorizzati dalla comparsa degli Unni soccombettero alla loro pressione e invasione. Gli Unni, intanto, avevano oltrepassato fiumi e barriere geografiche e dovunque massacravano uomini, donne e bambini in modo feroce e, spinti da questa invasione inaspettata e tremenda, i Goti si misero in marcia verso sud giungendo, dopo mesi di marcia, sulla riva del Danubio di fronte ai posti di guardia romana; tutta questa gente affamata e provata si accampò ai limiti dei confini romani guardando oltre confine dove sapevano ci fosse un immenso impero ricco, civile, che poteva offrire loro riparo, protezione, lavoro, cibo e nel quale chiedevano solo di poter entrare.

I generali romani al comando delle truppe poste lungo la frontiera del Danubio non vollero assumersi la responsabilità di far entrare i Goti poiché ritennero che, essendo troppi, fosse necessaria l’autorizzazione dell’imperatore Valente il quale stava approntando la guerra contro un nemico storico di Roma, i Persiani.

Quando arrivò la notizia della richiesta dei Goti di entrare Valente diede l’ordine di farli entrare, anche perchè i Goti erano amici; per l’imperatore questo era un colpo di fortuna in quanto erano forze nuove, fresche, da poter utilizzare nell’esercito in vista della campagna militare che si apprestava ad intraprendere; ma quando i Romani iniziarono a traghettare i Goti attraverso il Danubio la situazione iniziò a sfuggire di mano poiché i profughi erano troppi e non si riusciva neanche a contarli, inoltre era stato dato ordine che i guerrieri dovessero consegnare le armi mentre in tanti riuscirono a nasconderle e a portarle con sé. Come in una emergenza umanitaria non organizzata e gestita con fretta (tante ne abbiamo viste durante i conflitti moderni in diverse zone del mondo) le zattere si ribaltavano, i bambini rimanevano soli, alla fine i Goti vennero sistemati in una specie di campo profughi dove avrebbero dovuto restare temporaneamente mantenuti a spese del governo che, nel frattempo aveva stanziato i fondi necessari. Fu una grossa operazione umanitaria dalla quale gli ufficiali romani capirono subito che c’era da arricchirsi, tanto che obbligavano i profughi a pagare le razioni che, invece, avrebbero dovuto distribuire gratis e alla fine i Goti furono costretti a vendere persino i figli come schiavi pur di non morire di fame. Intanto il governo aveva ordinato di trasferire i profughi verso l’interno ma i generali ritardavano il più possibile lo smantellamento del campo profughi cercando di trarre il massimo profitto possibile da quella situazione e quando iniziarono a rendersi conto che i Goti erano, ormai, arrivati al limite della sopportazione gli stessi generali decisero di trasferirli. Si allestì un convoglio che si mise in marcia, scortato da tutte le truppe disponibili, e giunse alla città di Marcianopoli dove i Goti pensavano di essere accolti e rifocillati ma trovarono le porte della città chiuse; i cittadini spaventati, infatti, non lasciarono entrare nè i goti e nemmeno i soldati romani. Questo episodio fu la goccia che fece traboccare il vaso, i Goti tirarono fuori le armi che avevano nascosto, aggredirono i soldati uccidendoli, accusando i romani di non aver mantenuto i patti e affermando di essere liberi tanto da iniziare a saccheggiare a piacimento. L’imperatore Valente venuto a conoscenza della ribellione inizialmente sottovalutò la notizia rendendosi conto della portata dell’evento solo successivamente quando tutti i generali romani che vennero mandati per domare i Goti furono sconfitti e le notizie del dilagare della ribellione diventarono più gravi e più serie. Tanto più che, intanto, la ribellione dilagava sempre più, gli schiavi Goti che erano nelle case dei ricchi scappavano per unirsi all’esercito dei Goti fino a giungere al momento in cui l’imperatore Valente fu costretto a prendere in mano la situazione, rinunciando alla sua guerra contro la Persia, e mettendosi in marcia con tutto il suo esercito per andare a sedare tale ribellione.

I fatti storici raccontati dai libri li conosciamo, nei campi di Adrianopoli il 9 agosto del 378 d.C., due 2 anni dopo l’attraversamento del Danubio da parte dei Goti, Valente intercettò nelle pianure della Francia i Goti i quali, appesantiti dal bottino, disposero i loro carri a cerchio e si schierarono in difesa senza via di fuga; sembrava che i romani fossero in procinto di cogliere una facile vittoria, i Goti gli mandarono un sacerdote cristiano per negoziare con Valente il quale accettò ma la battaglia, da quanto le fonti riportano, sembra che iniziò da sola senza che nessuno l’abbia voluta prendendo spunto da un tafferuglio fra Goti e soldati romani che si allargò a macchia d’olio e mentre i Romani stavano spingendo i Goti contro la loro barricata di carri all’improvviso la cavalleria dei Goti, che si era allontanata, ritornò indietro investendo i Romani alle spalle; un intero esercito dell’Impero Romano d’Oriente venne distrutto quel giorno e lo stesso imperatore Valente perse la vita mentre il suo corpo non sarà mai più ritrovato.

Morto Valente il successore, Teodosio, dopo Adrianopoli decise di addivenire a patti con i Goti poichè tutto quello che loro volevano era poter vivere pacificamente all’interno dell’impero romano, ma questa volta dettarono le loro condizioni in quanto vincitori; non volevano più essere messi a lavorare nei campi ma vivere tutti insieme, armati, sotto il comando dei loro capi, addirittura con le loro leggi e ben pagati dall’imperatore. In realtà, in un certo modo, avvenne questo e l’imperatore pur di tenere tranquilli i capi gotici iniziò a riempirli d’oro, di benefici, di gradi militari ma ormai la situazione era sfuggita di mano e l’imperatore non aveva più il vero controllo tanto che i Goti e i loro capi chiedevano sempre di più fino ad arrivare, morto Teodosio e salito al trono Onorio ancora undicenne, con Alarico loro re e generale romano, nel 410 d.C. a saccheggiare Roma per vendetta poichè l’imperatore non pagava abbastanza; almeno questa è la motivazione ufficiale oltre la quale è dato rinvenire tutta una serie di motivi ulteriori legati a intrighi di corte, a tradimenti, a lotte intestine tra i reggenti dell’Impero d’Oriente e quello d’Occidente, che concorsero ad aggravare una situazione già di estrema precarietà.

Il Sacco di Roma del 24 agosto 410 concluse il terzo assedio, dopo quelli del 408 e 409, condotto dai Goti di Alarico, gli stessi che molto probabilmente avevano battuto l’esercito di Valente ad Adrianopoli, ed ebbe un’immediata risonanza in tutto l’Impero, avvertito come un evento epocale[7] che sconvolse l’opinione pubblica; anche se la capitale era già Ravenna, Roma restava il simbolo dell’impero e della potenza romana, rappresentava il punto di riferimento che per mille anni, nella buona e nella cattiva sorte, aveva orientato le sorti di tutti i popoli del bacino del Mediterraneo e non solo.

Alla fine l’unica soluzione fu quella di assegnare ai Goti un pezzo di impero romano dove avrebbero governato e così in Gallia e poi in Spagna nacque il regno dei Visigoti mentre qualche decennio dopo con la caduta di Romolo Augustolo, nel 476, sarà l’imperatore d’Oriente ad invitare in Italia un altro popolo gotico, gli Ostrogoti di Teodorico chiedendogli di venire a stabilirsi in Italia e governarla perché l’Impero d’Oriente ormai non aveva più la forza per difenderla; perciò i senatori romani si rivolgevano a Teodorico chiamandolo Augusto.

Ormai tutto era cambiato, l’impero si sfaldava sempre più, la barbarizzazione era ormai totale, le autorità barbare erano legittime e le popolazioni dell’impero romano d’occidente si stavano abituando ad essere governate da barbari e ad obbedire loro; è così che nacquero i regni romano-barbarici durante i quali la convivenza non fu sempre facile soprattutto per motivi religiosi, erano tutti cristiani ma i Goti erano ariani, i romani cattolici, al tempo del sacco di Roma Alarico aveva dato ordine di risparmiare le chiese perché dopotutto era pur sempre un cristiano ma altri re gotici come Teodorico passeranno alla storia come persecutori.

Considerando gli avvenimenti storici che hanno determinato la caduta di una superpotenza nata da un villaggio di pastori e vecchia di mille anni, le “invasioni” di migranti, di profughi, di immigrati, di popoli così diversi da quello romano, possiamo parlare di continuità o di rottura? Di trasformazione lenta o di mutamento repentino e traumatico? Certamente disquisendo dei fatti del passato sinora riportati si rinvengono fatti, terminologia e meccanismi che sembrano essere non solo assonanti ma anche attuali, contemporanei; frontiere, immigrati, migrazioni, profughi, invasione, emergenza umanitaria, accoglienza, convivenza, paura, è anche la terminologia attuale. In età imperiale si parlava con disdegno di barbarizzazione dell’esercito ma in epoca moderna sono stati molteplici gli esempi di gente autoctona integrata negli eserciti dei colonizzatori; tanti i Paesi, Inghilterra, Francia, Portogallo, Spagna, ecc., che, anche nell’800 e nel ‘900 sino ad arrivare ai giorni nostri, hanno rinfoltito i propri eserciti o le loro città coloniali e non con truppe, amministratori e governatori indigeni; non da ultimo oggi esaminando l’unico impero paragonabile a quello romano che è rimasto, gli Stati Uniti d’America, noi notiamo generali americani di origini messicana, filippina, orientale ma integrati nel Paese e cittadini americani.

 

[1] Erminio entra a far parte della gigantesca macchina bellica romana riceve sia una formazione tecnica sia un indottrinamento ideologico a prendere così la ferrea disciplina romana e si rivela un allievo modello diventando ufficiale di un Auxilium una squadra di ausiliari Germani a cavallo ha dimostrato sul campo grandi doti che gli fanno guadagnare rapidamente onori e promozioni fino all’ottenimento di un incarico di grande importanza nell’anno 7 dopo Cristo l’imperatore Augusto invia nuovo governatore in Germania il suo nome e Publio Quintilio Varo che come governatore della Siria ha saputo sedare una rivolta Giudea facendo crocifiggere 2000 insorti. Erminio considerato un cavaliere valoroso leale e ligio al dovere che conosce le tecniche militari dei Germani e non ne ha dimenticato la lingua a 15 anni della sua partenza Arminio fa ritorno nella sua terra d’origine è l’impressione che ne riceve sarà probabilmente determinante per le sue scelte successive dopo avere assistito alle vessazioni dei popoli germanici ridotti a vivere come schiavi sottoposti a tasse confische a durissima repressione di coloro che orgogliosamente continuano a rifiutare il giogo romano Arminio decide di ribellarsi contro Roma.

 

[2] Nella foresta di Teutoburgo un labirinto di dirupi scoscesi, profonde gole, fitta vegetazione, la supremazia militare romana viene meno ed è lì che Erminio ha preparato il suo agguato, le colonne dei soldati romani non possono restare unite e i Germani attaccano improvvisamente i tronconi isolati per poi ritirarsi. Ad ogni attacco le forze romane diminuiscono e tra i legionari comincia a prevalere il terrore, il più efficiente esercito dell’antichità è allo sbando nella selva di Teutoburgo, si consuma così una disfatta di proporzioni storiche e nessun romano sopravviverà alla furia dei Germani. Lo stesso Varo si toglierà la vita trafiggendosi il petto e la sua testa compirà un macabro viaggio sino a Roma dall’imperatore Augusto.

 

[3] Gli Alamanni erano originariamente un’alleanza di tribù germaniche Come indicato dallo storico romano del terzo secolo, Asinio Quadrato, il loro nome significa “tutti gli uomini” e sta a indicare il loro eterogeneo conglomerato tribale. Una delle prime testimonianze dell’esistenza di questo insieme di popoli è il cognomen Alamannicus assunto dall’imperatore Caracalla (che regnò dal 211 al 217), il quale celebrò con esso la loro sconfitta per sua mano come riportato nella descrizione della campagna del 213 compilata dallo storico Cassio Dione.

[4] La composizione dell’esercito segue la tradizione dei secoli precedenti ovvero la suddivisione tra legioni ed auxilia, i reparti ausiliari ripartiti in ali e corti e reclutati tra le popolazioni barbariche stanziate all’interno dei confini imperiali e talvolta anche al di fuori.

[5] Il reclutamento nell’esercito era prevalentemente volontario, potevano arruolarsi sia cittadini romani sia barbari a patto che non fossero schiavi. I figli dei soldati potevano essere arruolati anche per via ereditaria mentre ai facoltosi contribuenti veniva imposta una tassa pagabile in reclute.

[6] L’arianesimo fu una dottrina cristologica, elaborata dal monaco e teologo cristiano Ario, che fu condannata al primo concilio di Nicea del 325 e bollata come dottrina eretica. La condanna dell’arianesimo venne poi ribadita nel 381 durante il primo concilio di Costantinopoli e negli anni successivi Teodosio ribadì con una serie di editti la sua persecuzione contro l’eresia ariana. Tale dottrina sosteneva che la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito e che dunque esso fosse stato soltanto creato in seguito.

[7] Tale evento venne visto da sant’Agostino, il quale ne parla nel De civitate Dei, come segno della prossima fine del mondo o della punizione che Dio infliggeva alla capitale del paganesimo

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - LA FINE DELL'IMPERO TRA MIGRAZIONI, IMMIGRAZIONE, CORRUZIONE E INVASIONI 2

Storia di Roma antica, del...