La Religione Romana della Fondazione

La trattazione dell’argomento della religione nel mondo romano non può prescindere da una rapida considerazione storico/archeologica di quelle che sono le origini stesse di Roma, partendo dalla sua fondazione, che consenta di comprendere quanto e quale posto la religione ha occupato nel mondo romano sin dall’era arcaica e dai primordi della fondazione di Roma.

La pluralità di racconti sulla fondazione dell’Urbe e sul periodo arcaico di Roma ingenera frequentemente confusione nel lettore e nei non addetti ai lavori; sappiamo che la leggenda e la tradizione stabiliscono non solo l’anno di fondazione di Roma nel 753 a.C. ma addirittura anche il giorno e precisamente il 21 aprile[1],  giorno in cui si celebrava un’antica festa, i Parilia,  dedicata ad una divinità pastorale, Pales dea della pastorizia, che era una divinità del Palatino e la cui festa traeva il nome dal verbo parere che significa partorire;  era in realtà la festa della fecondità in quanto riferita al nascere degli animali,  in specifico dei capretti, e quindi una festa del mondo pastorale.

La leggenda di Roma e della sua fondazione afferma che prima della nascita e della fondazione nei siti interessati non vi era nulla, ciò è spiegabile dal fatto che qualsiasi racconto  mira a fondare  la nascita di un mito dal nulla; in realtà tutta la zona era occupata da piccoli villaggi, abitati da pastori, i cui abitanti venivano seppelliti all’interno dell’area dei Fori Imperiali, più precisamente all’interno del Foro di Cesare,  il cui sito in epoca protourbana era di natura paludosa poiché il Tevere, seguendo un percorso diverso  da quello attuale, creava un’ansa più ampia che arrivava fino al limite dei colli.

In realtà gli scavi archeologici più recenti hanno dimostrato che esisteva un grande insediamento antecedente al 753 avanti Cristo,  data tradizionalmente indicata come quella della Fondazione di Roma,  corrispondente all’area indicata dallo storico Varrone con il nome di Septimontium inteso come una sorta di federazione di villaggi situati su diversi monti in una fase preurbana anteriore alla città del Palatino.

I principali siti che  rivestono grande importanza  nell’iter di fondazione di Roma sono il colle Palatino,  il colle Aventino e,  dal punto di vista religioso,  anche il Campidoglio; nel comprendere l’opera di fondazione che ha visto questi due colli al centro della fondazione iniziamo ad entrare in quella connotazione religiosa che ha  pregnato sin dall’inizio la nascita ufficiale di Roma.

L’Aventino fu scelto come sito dal quale Romolo[2] si pose ad osservare il volo degli uccelli con  il lituo[3],  tromba usata per annunziare il nome della città e della stessa forma del bastone usato dai pastori ; guardando verso est osservava il  volo degli uccelli  che se provenienti dalla stessa direzione indicavano il volere  favorevole della divinità; una volta ottenuto il parere favorevole della divinità Romolo si trasferisce sul Palatino dove,  dopo averlo occupato,  nuovamente chiede il parere della divinità affinché la benedizione questa volta ricada anche sul luogo.

Successivamente ai piedi dell’Aventino, probabilmente lì dove era stato allevato, celebra i Parilia durante i quali costruisce un’ara al di sotto della quale sotterra le primizie del raccolto unitamente alla terra proveniente da ciascuna zona di appartenenza dei vari cittadini  per rappresentare l’unione senza alcuna distinzione. Immediatamente dopo, secondo alcune fonti, si procedette all’accensione da parte di Romolo di fuochi su cui il popolo fu chiamato a saltare per purificarsi[4] e all’accensione del fuoco dell’ara.

In seguito inizia a realizzare il sulcus primigenius, il famoso solco tracciato con l’aratro tutto attorno al Palatino camminando in senso antiorario, fermandosi e alzando l’aratro lì dove sarebbero sorte le porte del pomerium al di sotto delle quali sono stati rinvenuti corredi funerari, con resti umani probabilmente di bambino,  databili intorno al 775/750 a.C. Circoscrive, quindi, il Palatino con il pomerium[5], tracciato con un aratro dal vomere di bronzo per motivi rituali, delimitando il colle all’interno di un’area quadrata  la cui forma era stata precedentemente stabilita guardando a sud est verso il Monte Albano.

Sulla etimologia del termine pomerium vi è incertezza, Livio fornisce una interpretazione molto verosimile e plausibile: “secondo l’interpretazione stessa della parola, pomerio significa postmoerium, cioè al di là del muro, ma esso è piuttosto un luogo intorno al muro, che gli Etruschi usavano una volta di consacrare mediante gli auspici augurali e fissare con cippi di pietra, quando volevano costruire le mura di una città.”

Un secondo importante momento nella fondazione della città è quello della creazione del Foro, sul quale per ora soprassediamo, all’interno di un’area paludosa spesso inondata a causa delle esondazioni del Tevere .

I Romani concepivano la loro città come una comunità nella quale gli Dei erano considerati dei veri e propri concittadini, degli abitanti della città; essi abitavano nel centro di Roma, erano proprietari di terre ed avevano dedicate  le aedes (“abitazione” nel suo significato originario) i tre quarti delle quali presenti a Roma erano sul Palatino e nel Foro.

L’inclusione umana nel corpo civico era collegata sin dagli albori della città con il sacro, con gli dei e anche con i luoghi sacri; si racconta infatti che si facesse ricorso, per dare alla città un primo nucleo consistente di popolazione, all’asylum, che si ricorda essere una particolare forma di protezione che garantiva immunità e accoglienza all’interno di quello che veniva denominato asilo e ubicato sul Campidoglio come raccontato da Plutarco.

L’area all’interno del pomerium era definita dai Romani locus effatus et liberatus ossia uno spazio liberato con la parola cioè liberato con la recitazione di formule religiose pronunciate dagli auguri e quindi liberato dalla presenza di entità soprannaturali nefaste che potevano ostacolare lo sviluppo dell’insediamento umano.

E’, pertanto, plausibile che Romolo nei primi passi della fondazione si sia scrupolosamente attenuto ad una rigida ritualità parte della quale ci viene riferita anche Catone[6] nelle Origines.

La cultura romana iniziò a vivere con grande disinvoltura e libertà il suo rapporto con i culti immigrati così come faceva con le genti provenienti da altri  luoghi del mondo allora conosciuto, con gli immigrati; la stessa tradizione antica ricorda, peraltro, l’introduzione a Roma di numerosi culti «stranieri» già ad opera dei re[7] e  la stessa memoria storica dei pontefici romani presentava la coesistenza di culti patrii e peregrini, regolamentata naturalmente dalla scienza sacerdotale che ottenne consistenza in seguito alla riforma religiosa di Numa Pompilio; tipico esempio è l’importazione del culto di Cibele [8]identificata nel mondo romano con la Magna Mater;  culto quest’ultimo importante anche per la sua origine orientale in quanto proveniente dalla Frigia e che fu introdotto a Roma all’epoca della seconda guerra punica, intorno al 205/204 avanti Cristo, per propiziare la vittoria nei confronti dei Cartaginesi.

Questo culto, la cui ritualità era affidata a sacerdoti eunuchi e si svolgeva secondo modalità  orgiastiche, si affermò sempre più nel mondo romano, pur essendo caratterizzato da forti connotazioni  orientali ed esotiche  che non avevano nulla a che vedere con la tradizione romana; i rituali infatti erano accompagnati da musiche assordanti prodotte da strumenti musicali particolari ed inusuali rispetto alle abitudini romane, da  danze sfrenate, urla e grida, dalla  finale evirazione rituale dei seguaci. Inizialmente  questi rituali suscitarono un certo timore in Roma per la peculiarità che li contraddistingueva ma ben presto il culto di questa divinità si integrò nel mondo romano facilitato dalla convinzione che si trattasse di una divinità di origine troiana.

Accanto alla tradizionale tolleranza romana verso il politeismo straniero, che potremmo definire di importazione, garantita dal cosmopolitismo di Roma, incontriamo però un episodio eclatante di repressione,  perpetrato per motivi soprattutto di sicurezza pubblica, del culto di Bacco.  riguardo a tale episodio soccorre

Nel 186 a.C., quindi già a distanza di secoli dalla fondazione, anno della repressione del culto dei baccanali in tutta Italia,  il culto di Bacco era ampiamente diffuso da tempo a Roma e nella penisola ma non aveva mai ottenuto il riconoscimento ufficiale come era avvenuto per il culto della Magna Mater che, al contrario,  aveva ottenuto l’imprimatur del Senato; in tale anno il Senato[9] decise di intervenire e di placare una inquietudine ormai diffusa a livello collettivo oltre che al suo stesso interno perché si riteneva che questi culti per il loro svolgersi di notte, per l’abbondante uso di vino, per la promiscuità dei sessi,  per la promiscuità dell’età tra giovani e adulti, per il carattere orgiastico, per l’alto numero di partecipanti, per il ruolo preminente delle donne, per l’appartenenza degli adepti a ceti sociali diversi, per la conseguente diminuzione dell’autorità del pater familias e per l’alto grado di organizzazione che rischiava di sfuggire ad un puntuale controllo delle autorità romane, rappresentassero un pericolo sociale e apparentemente non confacenti al mos maiorum, la tradizione degli antenati. Il provvedimento del Senato prevedeva la distruzione dei santuari dedicati a Bacco, i Bacchanalia, il  divieto del culto con la punizione dei colpevoli in base alla gravità dei crimini,  fino a giungere addirittura alla messa a morte di alcuni colpevoli.

In realtà, anche la repressione di un culto veniva percepita come rispondente alla stessa tradizione romana, infatti era la prima volta che un culto veniva represso pertanto lo stesso decreto del Senato accanto ai divieti che indicava espressamente poi prevedeva una  attenuazione degli stessi attraverso la possibilità di celebrare Bacco previa autorizzazione  accompagnata dal rispetto di una serie di regole.

Questo episodio se comparato all’accettazione del culto di Cibele risalente a circa 100 anni prima, nel 284 avanti Cristo, risulterebbe apparentemente privo di coerenza tanto più che il culto della Magna Mater era caratterizzato da rituali orgiastici alquanto simili per modalità a quelli dionisiaci.

In realtà il cosmopolitismo, anche religioso, di Roma che permetteva di accogliere culti anche dall’estero trovava il suo limite nella tutela delle radici romane e ancor più nella tutela della struttura istituzionale e sociale della stessa urbe; pertanto nel caso della repressione dei rituali dionisiaci è probabile vi sia stato un episodio scatenante[10] che abbia imposto la repressione onde evitare che la situazione degenerasse ulteriormente fino a sfuggire di mano alle stesse autorità.

Abbiamo sinora visto l’estrema cura per la ritualità che fin dai primordi i Romani ponevano nelle loro azioni e quanto più importante era ciò che bisognava fare tanto più aumentava la complessità della ritualità e l’attenzione per essa. Uno sguardo generale sulla fondazione di Roma è stato necessario per comprendere quanto dall’inizio la primitiva vita pubblica ma anche privata di Roma sia stata fortemente impregnata  di religione e ritualità, ma cosa significa essere religiosi a Roma? Significa onorare gli dei attraverso tutti quegli atti di culto che costituiscono la ritualità; atti di culto che tramandandosi  di generazione in generazione entrano a far parte, formandola, della tradizione.

Le popolazioni presenti in tutta l’area erano, come visto, composte da pastori e agricoltori ed è chiaro che ciascuno di questi pastori desiderasse sicurezza e protezione per sè, per la propria famiglia, per gli animali e per il raccolto; questa religiosità di stampo agreste e pastorale era caratterizzata da un forte sentimento di timore nei confronti del trascendente che circondava la quotidianità e le azioni, sia del singolo individuo che dell’intera comunità. Tale fragilità ed impotenza che veniva avvertita nei confronti di queste forze misteriose e delle loro manifestazioni esteriori faceva sì che si cercasse di ingraziarsi le divinità rendendole benigne attraverso riti e cerimonie che, solo più avanti, furono raccolti e conservati negli archivi dei pontefici in un unico rituale, indigitamenta[11], che conteneva non solo tutti i nomi e gli attributi delle varie divinità ma anche tutte le formule e le indicazioni per le offerte dei sacrifici; tale operazione avvenne con il re Numa Pompilio in realtà solo qualche decennio successivo alla fondazione di Roma se il re Numa, successore di Romolo, governò tra 715 e il 673 a.C..

Per qualsiasi atto della vita pubblica o privata, che si trattasse di imprese singole o di tutta la comunità, attraverso formule sacre ben precise venivano invocate le divinità affinché fossero propizie. Per ogni singolo caso doveva essere invocata la divinità ad esso preposta e doveva essere invocata con formule ben precise ed era della massima importanza non commettere alcun errore in quanto la cattiva formulazione non avrebbe prodotto l’effetto voluto.

La ritualità romana non deve far pensare ad una serie di formule, vuote di significato, che vengono ripetute meccanicamente e frequentemente senza alcun senso bensì trattasi di una gestualità che racchiude un senso ben preciso in ogni singolo movimento ed atto, spesso intrisi di quel timore nei confronti della divinità che l’uomo prova al suo cospetto.

I riti ma ancor più le formule venivano custodite in segreto dai pontefici onde evitare che tali formule cadendo nelle mani dei nemici potessero essere utilizzate da questi contro la  stessa città di Roma. Non bisogna perdere di vista un particolare importante della protourbana religione romana ovvero che si trattava di una forma di religione con una forte impronta animistica all’interno della quale i primitivi esseri spirituali che, secondo l’antica concezione,  animavano l’intera natura non avevano aspetto antropomorfico e pertanto non venivano rappresentati con sculture o pitture nè avevano templi  ad essi dedicati .

Il termine romano religio ha un significato diverso rispetto al moderno significato di religione;  Cicerone[12], infatti, fa derivare etimologicamente il termine dal verbo relegere identificando la religio come ciò che spinge gli uomini ad occuparsi degli dei e che assicura si compiano i riti in loro onore. A prescindere dalla etimologia del termine, comunque, la purezza nel compimento del rito non afferisce ad una purezza interiore, se così si può definire, bensì esteriore data da una pulizia corporale e degli abiti oltre che da una pulizia e correttezza dei comportamenti come il non aver commesso crimini, l’essersi astenuti da qualsiasi atto sessuale nel periodo precedente il compimento del rito; il tutto sempre in un rapporto di imprescindibile causalità con la religio per tutte le manifestazioni significative della vita e della storia del Popolo romano.

Per i romani ogni popolo aveva la sua religio ovvero il suo modo di onorare gli dei ma essi superavano per attenzione verso la religio tutti gli altri popoli e ciò giustificava il grande favore degli dei nei confronti di Roma e, pertanto, il raggiungimento dell’egemonia della città e del suo potere; alla stessa maniera il neglegere la religio produceva un effetto inverso, la determinazione di profondi vulnera, di ferite alla città, che potevano manifestarsi in modo diverso (dalle calamità naturali che colpivano la città, alla sconfitta in battaglia, alle pestilenze, alle cartestie, ecc.). Questa visione provvidenziale della civitas Romana e del suo imperium, inteso come espressione del volere degli Dèi e come un premio al Popolo romano per aver superato tutti gli altri popoli in religiosità, è un concetto molto presente in Cicerone il quale reitera insistentemente l’affermazione di tale idea. E’ in tale contesto che si inserisce il concetto di pax deorum, ciò che Plauto definisce pax deum cioè la buona relazione con gli dèi, e la propensione verso una costante apertura religiosa all’esterno accompagnata dalla necessità del collegio pontificale a determinare esattamente i nomina deorum e dalla  precisione rituale delle formule di preghiera elaborate dai sacerdoti romani, i quali, consapevoli della impossibilità di conoscere il numero degli Dèi, prescrivevano al fedele di rivolgersi sempre alla generalità degli dèi successivamente all’invocazione alle divinità particolari onorate nella singola cerimonia. E’ appunto tale precisione che, accanto all’indicazione di atti e comportamenti ai quali bisognava necessariamente attenersi per ottenere e conservare il favore degli Dèi, impone l’indicazione anche dei fatti suscettibili di turbare la pax deorum, le conseguenze negative di tali fatti per la vita collettiva e i rimedi rituali posti in essere per espiare, facendo si che la pax deorum divenisse il fondamento teologico dell’intero rituale.

https://uniroma.academia.edu/DomenicoOliva

[1] Varro, De re rustica 2,1,9; Cic., De div. 2,98; Dion. Hal. 1,88,3; Proper. 4,4,73-74; Ovid., Fast. 4,820; Ovid., Met. 14,774-775; Vell. Pater. 1,8,4; Plin., Nat. Hist. 18,247; Scolî a Persio 1,72; Plut., Rom. 12,1; Cass. Dio. 43,42,3; Fest. p. 248 L; p. 273 L. CIL I. 1, Fasti Philocali p. 262; Cens. 21,6; Gerol., Chronic. 88a; CIL I. 1, Fasti Polemii Silvii p. 263; Scolî Veronesi a Virg., Georg. 3,1; Lid., De mens. 1,14 e 4,73; Beda, Chronic. Chron. Min. 13, 266. Diversamente Ps. Agost. e Ps. Gerol., Chronic. Chron. Min. 11,499, pone la fondazione di Roma alle calende di Maggio.

[2] Per alcune fonti il tipo di auspicio richiesto e i criteri per valutarlo furono stabiliti dal nonno dei gemelli, Numitore, cui gli stessi si erano rivolti per avere indicazioni su come risolvere la contesa sorta tra loro. Questa aveva ad oggetto la scelta del fondatore, cioè di colui che avrebbe dato il nome alla città e ne sarebbe stato il primo capo.

Varro in Sol. 1,18; Cic., De rep. 2,16; Cic., De div. 1,3; 2,70; Scolî Bobiensi a Cic., in Vatinium 23; Dion. Hal. 1,88,1.

[3] Dion. Hal. 14,2,2. Per Cicerone, De div. 1,30, il lituo prendeva nome dalla somiglianza con la tromba lituo con cui si dava il segnale di battaglia. Per Festo p. 103 L, era un tipo di bucina ricurva. Per Lido, De mens.4,73, il lituo deriverebbe per l’autore da lité, preghiera. Il termine indica in latino sia il corno dei pastori che la tromba militare. Il lituo impiegato dagli auguri era un bastone leggermente ricurvo e piegato a una estremità, privo di nodi. Così si immaginava il lituo di Romolo che si credeva rinvenuto secoli dopo sul Palatino dopo che la Curia dei Salii, in cui era custodito, era bruciata (Cic., De div. 1,30; Dion. Hal. 14,2,2; CIL I. 1, Fasti Praenestini p. 234; Plut., Rom. 22,1-2; Plut., Cam. 32,4-5).

[4] Dion. Hal. 1,88,2; Proper. 4,4,73-78; Scolî a Persio 1,72.

[5] Quella della delimitazione dei confini di una città per mezzo d’una linea sacra è uno dei riti più antichi delle popolazioni italiche;  molto probabilmente mutuato dagli Etruschi,  venne perseguito in Roma fino all’impero avanzato pur non avendo più alcuna utilità.

[6] “I fondatori di una città aggiogavano un toro a destra e una vacca nella parte interna. Cinti alla maniera di Gabi, e cioè con il capo coperto da un lembo della toga rimboccata, essi reggevano il manico dell’aratro piegato in modo da far ricadere le zolle all’interno. E nel tracciare il solco in questa maniera, determinavano il luogo delle porte sollevando l’aratro”.

[7] cfr., P. M. MARTIN, L’idée de royauté à Rome. De la Rome royale au consensus républicain, Clermont-Ferrand 1982, pp. 110 ss.

[8] Divinità che sin dal 2° millennio a.C. è oggetto di culto nel mondo antico a partire da una vasta area dell’Asia Minore. La Cibele conosciuta dai Greci nel VI – V sec. a.C. e il cui culto, accolto da Roma all’inizio del 2° sec. a.C., fu poi diffuso in tutto il mondo romano, era già venerata dai Frigi ed aveva a Pessinunte il suo santuario principale. Soprintendeva alla fertilità della terra e insieme era la sovrana della natura vergine e incontaminata oltre ad essere protettrice delle città.

La principale caratteristica del culto era data da una ritualità orgiastica: i devoti si esaltavano al fragore di timpani, cembali, flauti, nacchere; il culmine doveva veniva raggiunto nelle grandi solennità connesse con il risorgere della vegetazione; all’esaltazione sonora si aggiungevano pratiche autolesive che giungevano fino all’autoevirazione che portava i fedeli ad essere più intimamente e permanentemente legati alla divinità.

Magna Mater, Grande Madre, è il nome che i Romani diedero alla dea, traducendo la formula greca Μεγάλη Μήτηρ, quando il suo culto entrò in quello pubblico romano. Secondo la tradizione la dea fu introdotta a Roma il 4 aprile 204 a.C. per suggerimento dei Libri Sibillini, e vi giunse da Pessinunte sotto la forma di una pietra nera; ospitata nel tempio della Vittoria al Palatino le fu successivamente dedicato un suo tempio.

[9] Senatus consultus de Bacchanalibus

[10] (Livio – Ab Urbe Condita XXXIX, 13) In un primo tempo era stato un sacrario riservato alle donne, e c’era stato l’uso di non ammettervi uomini. Avevano tre giorni fissi nell’anno nei quali si iniziavano di giorno ai Baccanali: come sacerdotesse si eleggevano delle matrone a turno. La sacerdotessa Paculla Annia Campana aveva introdotto delle riforme radicali, adducendo una ispirazione divina; fu essa la prima a iniziare dei maschi (i suoi figli Minio e Erennio Cerrinio ); e mutò il rito da diurno a notturno , e invece dei tre giorni nell’anno per le iniziazioni ne istituì cinque al mese. Da quando i riti erano promiscui e uomini e donne si trovavano mescolati e vi si era aggiunta la licenza favorita dalla notte, non c’era azione, non c’era infamia da cui si astenessero. Erano più le violenze tra uomini che quelle su donne. Se qualcuno era meno facile a adattarsi al disonore o meno deciso a simili azioni, veniva immolato come vittima. Non avere scrupoli, questo era fra di loro il più sacro degli impegni. Gli uomini come impazziti vaneggiavano gesticolando da invasati con tutta la persona, le matrone in atteggiamento di baccanti , coi capelli sparsi, correvano giù fino al Tevere con torce accese e, dopo averle immerse nell’acqua, poiché queste contenevano zolfo vivo e calce, le estraevano con la fiamma intatta. Si dicevano rapite dagli dei, persone che invece, legate a un ordigno, erano sottratte alla vista in spelonche nascoste; ed erano quelle che non avevano voluto congiurare nè associarsi a misfatti o subire oltraggio. Erano una folla numerosa e ormai quasi un secondo popolo, e, tra questi, taluni cittadini e donne della nobiltà. Da due anni si era stabilito che nessuno fosse iniziato dopo i vent’anni di età; si cercava di attirare l’età più facile all’errore e più docile all’oltraggio.

[11] C. M. Zander, Versus Italici antiqui, Lund 1890, p. 24 segg.; H. Usener, Götternamen, Bonn 1896, p. 75 seg.; G. Appel, De Romanorum precationibus, Giessen 1909; G. Wissowa, Religion und Kulturs der Römer, 2ª., Monaco 1912, pp. 37; O. Richter, in Pauly-Wissowa, Real-Encykl., IX, col. 1334 segg.

[12] De natura deorum, 2 ,72

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - La religione romana della fondazione

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