Troia: prove, indizi, mito e leggende – 1° parte

George Grote, considerato uno dei maggiori studiosi dell’antica Grecia affermava: “Stiamo attenti a non confondere i miti con la storia reale e documentabile”; per lui, la guerra di Troia era appunto questo, un semplice mito nel quale era assurdo ricercarvi una verità storica. La sua è stata una voce che era quella della maggior parte della comunità storica e scientifica di ogni epoca fino a quando, a dare un forte scossone a questa opinione consolidata, vennero gli scavi e i ritrovamenti di Heinrich Schliemann, un dilettante che, Iliade alla mano come se fosse stata una mappa, scoprì nel 1870 le rovine di una antica città posta sulle coste dell’Ellesponto, gli odierni Dardanelli, identificandola con la Troia omerica. Un altro storico, Moses Finley, negava indirettamente la verità storica della guerra troiana sostenendo che “La guerra di Troia è un evento senza tempo che fluttua in un mondo senza tempo”; eppure Schliemann fidandosi di Omero e affidandosi al suo racconto, seguendo passo passo le sue indicazioni, aveva rinvenuto una città.

Perché a questo punto non doveva o poteva essere l’antica Troia? La deduzione più logica era e sarebbe stata, anche oggi, che lo fosse eppure dal momento della scoperta sino ai giorni nostri le teorie, le polemiche, le smentite, le sconfessioni continuano a succedersi a ritmo battente basandosi tanto sui rinvenimenti confusi e disordinati, benché sensazionali, di Schliemann che non era un archeologo professionista e non conosceva le corrette tecniche di scavo, di catalogazione dei reperti, ecc., quanto sulle analisi scientifiche e sulle prove rinvenute dalla recente indagine archeologica.

La città di Troia, tra il suo fascino e quella che sembra essere una maledizione continua a restare, ancora oggi, nel bel mezzo di una guerra; risale al 2002, infatti, una delle maggiori  battaglie, in ambito storico e archeologico, questa volta combattuta tra gli archeologi sulla dimensione e quindi anche sulla identificazione della città oggetto del racconto Omerico.

Nell’ambito di un simposio che si tenne in Germania e vertente sugli scavi condotti ad Hissarlik, dal professor Manfred Korfmann dell’Università di Tubinga a partire dal 1988, una parte degli storici e archeologi presenti sostenne che le scoperte archeologiche effettuate ad Hissarlik, relative ad un periodo compreso tra il 1300 e il 1200 a.C., svelerebbero che Troia fosse solo un covo di pirati ai margini della civiltà e null’altro; le ricerche e le teorie di Korfmann vennero, quindi, confutate e criticate soprattutto da due suoi colleghi, il professore Frank Kolb e il professore Dieter Hertel.

Kolb essendone il principale avversario sostenne, innanzi tutto, che il sito di Hissarlik non avesse avuto alcuna importanza strategica o militare poiché, a suo dire, le navi dell’epoca non erano in grado di navigare fino al Mar Nero; egli, inoltre affermò che i ritrovamenti fossero stati malamente interpretati dall’equipe di Korfmann il quale aveva identificato con opere costruttive errate i ritrovamenti emersi dalle campagne di scavo e non aveva dato prova di dove vivessero i circa 9.000 abitanti ipotizzati dallo stesso Korfmann.

Kolb, inoltre, affermò che fosse solo una possibilità che l’ipotetica Troia del 1190 a.C. fosse stata distrutta da nemici poiché, secondo la sua teoria, non esisterebbe nessuna prova che l’insediamento sia stato attaccato e per di più da una federazione di micenei.

In soccorso delle scoperte e interpretazioni del professor Korfmann si schierò uno dei maggiori studiosi inglesi di scrittura ittita, il professor Hawkins, il quale contribuì ad individuare la locazione della città conosciuta come Troia, pubblicando la chiave dell’iscrizione ittita che individuava il luogo che i Greci chiamavano Sardis ed Ephesus. Attraverso i suoi studi Hawkins indicò che Wilusa, l’altro centro occidentale nominato nei trattati Ittiti, era quasi certamente il maggior insediamento della Troade, la regione in cui si trovava Troia; in questo modo egli riuscì ad identificare la città che i romani chiamavano Ilio e il sito che i turchi chiamavano Hissarlik con la città di Troia.

Ma cosa nasconde in realtà tutta la vicenda, dalle fonti fino ai ritrovamenti archeologici?

Se una città o, comunque, un insediamento è stato rinvenuto seguendo le tracce di Omero e dei suoi poemi allora come identificarlo?

Sempre secondo il professor Kolb la Troia di Priamo, Elena e Paride, cantata da Omero nell’Iliade, ritrovata fortunosamente da Heinrich Schliemann due millenni e mezzo dopo, non c’è mai stata; almeno non secondo quanto rinvenuto sinora, infatti secondo lui nessuno degli insediamenti che si sono succeduti a Hissarlik ha le caratteristiche di una città e nulla fa pensare ad un importante centro di snodo commerciale o ad una civiltà autonoma né tantomeno alla Troia cantata da Omero.

C’è un periodo della storia greca, all’incirca tra il 1200 e 1’800 a.C., durante il quale non è stata trovata alcuna testimonianza di scrittura. Sembra che la scrittura, conosciuta in Grecia tra il 1600 e il 1200 a.C., come testimoniano le tavolette di argilla trovate negli archivi dei palazzi micenei, sia scomparsa per alcuni secoli, rinascendo poi, solo intorno all’800 a.C., in una forma del tutto nuova: non più una scrittura sillabica[1], definita come Lineare B, dove cioè a ogni segno corrispondeva una sillaba, come quella micenea, ma una scrittura alfabetica, dove a ogni segno corrispondeva un suono, come la nostra.

Questa nuova forma di scrittura è molto verosimile che i greci l’avessero copiata dall’alfabeto fenicio, adattandone le lettere alla loro lingua.

Questa circostanza pone una serie di interrogativi a questo punto: se, per quattro secoli, non venne usata la scrittura, Omero come avrebbe potuto mettere per iscritto opere come l’Iliade e l’Odissea? Del resto, Omero non era cieco secondo la tradizione? E come poteva un cieco scrivere? Senza addentrarci nella questione omerica, diciamo solo che per lungo tempo si è optato per la teoria dell’oralità che sembrò essere vincente e maggiormente adattabile sia al contesto storico-geografico e sia ai riscontri linguistici e archeologici; secondo tale teoria  i poemi omerici nacquero in una cultura orale, ossia in una società che non conosceva la scrittura e nella quale le nozioni dovevano essere costantemente ripetute per evitare che andassero perse portando quindi alla creazione di uno stereotipo, al continuo ribadire concetti e parole già espressi.

Episodi della guerra di Troia furono rappresentati su manufatti molto antichi, databili sin dall’età arcaica, ma furono anche raccontati nei poemi epici appartenenti al ciclo troiano; non bisogna, infatti, dimenticare che oltre ai poemi omerici bisogna porre attenzione in questo contesto anche all’Ilioupersis[2], attribuita già nell’antichità ad Arctino di Mileto, opera della quale si sono conservati pochissimi versi. La rilevanza e l’antichità delle fonti che attestavano il soggetto da un lato e il valore paradigmatico che la Guerra di Troia ebbe per i Greci e nella tradizione post-antica dall’altro lato, hanno generato studi importanti in ambito strettamente filologico, storico-letterario e archeologico in relazione a un problema che si pone a cavallo fra queste discipline nello studio della storia dell’iconografia antica: il rapporto, cioè, fra fonti letterarie e fonti figurative. Il reperimento dei particolari indicati nei testi e rinvenuti anche sui dipinti delle ceramiche fa pensare a qualcosa più del mito e della leggenda dando, infatti, prova anche dell’esistenza di un contesto storico ben preciso e identificato non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Partiamo, quindi, da un’analisi storica dell’epoca a cui si fa risalire la guerra di Troia affiancandola oltre che ad un’analisi di reperti e ritrovamenti archeologici ad una valutazione degli indizi secondo un metodo più obiettivo e scevro da ogni influenza personalistica o di corrente.

Gli storici sono concordi nel ritenere che la città di Troia descritta da Omero, semmai gli eventi fossero stati reali, sarebbe esistita nell’età del bronzo identificata, a partire da Schliemann, come epoca o civiltà micenea per una chiara connessione con la scoperta della città di Micene effettuata dallo stesso.

Omero chiamava Micene la città ben costruita, dalle larghe Vie, la ricca d’oro e per lungo tempo rimase un luogo leggendario fino al 1800 quando l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann la scavò riportando in luce le grandi mura e il Tesoro di Atreo e la maschera che pensava avesse ricoperto il volto di Agamennone.

A partire dal XVII secolo a.C. a Micene si sviluppò una civiltà che prese proprio il nome da questa città, la civiltà dei Micenei i quali arrivarono a dominare tutto l’Egeo, ma non si trattò di una potenza unitaria, erano tanti piccoli regni ognuno dei quali governato dal suo sovrano.

Micene oggi appare una collina rocciosa da cui si ergono resti di mura e di un palazzo risalenti ad epoche remote che ospitarono la culla di una civiltà che dominò per secoli il mare Egeo; la storia si perde nel mito nel quale e del quale, per millenni, i versi di Omero sono stati la principale traccia storica di quanto da lui stesso raccontato e degli eroici personaggi protagonisti di quei fatti.

Ma il racconto, il mito, la leggenda della guerra di Troia è possibile che siano soltanto un’invenzione letteraria?

E se ci fosse molto di più che mito e leggenda tanto da aver portato Schliemann a scoprire due città perdute?

Ma come la scienza può fare luce su una leggenda?

Le ultime scoperte archeologiche su Troia, in realtà, hanno portato alla luce risultati sensazionali, le prove sono incise su documenti di una civiltà perduta nascosta in un relitto straordinario e negli stessi tesori rinvenuti nella città di Troia. Assassini, vendette, massacri, lotte di potere, la mitologia e il racconto delle origini del Peloponneso racchiude tutto ciò; il Peloponneso, la penisola che accoglie gran parte della storia dell’età arcaica della Grecia, vede almeno una volta tutti questi regni coalizzati sotto la guida del più potente dei sovrani di Grecia, il re di Micene, per un’impresa destinata a diventare immortale, sarebbero partiti con una grande flotta per fare guerra alla città più potente dell’Asia, Troia.

Della storia narrata da Omero quasi 3000 anni fa ancora oggi molti si interrogano sulla sua verità, ci fu una guerra combattuta per amore? Dalla Grecia salpò una coalizione di navi greche? Troia è realmente esistita?

Quante domande suscita Troia, quanti dubbi ed interrogativi ma soprattutto quanti misteri.

Il primo passo da fare è sicuramente quello di capire in quale epoca collocare la guerra di Troia e quale fosse la situazione nella Grecia dell’epoca.

Determinare a quale epoca risalga la guerra narrata nel poema non sembra essere motivo di grande dissidio nel mondo scientifico; gli storici, infatti, concordano quasi tutti nel ritenere che Omero compose il poema nell’ VIII secolo a.C. ma, ugualmente, si ritiene che parlasse di un evento avvenuto molti secoli prima e più precisamente nell’età del bronzo.

La tradizione antica situava la guerra di Troia tra il 1194 e il 1184 a.C., così come sosteneva l’erudito greco Eratostene, ma altri la situavano in epoche diverse; lo storico Duride di Samo, per esempio, datava la caduta della città molto prima, nell’anno 1334 a.C., mentre lo storico ateniese Tucidide, nel V secolo a.C., dava per scontato che il racconto di Omero si riferisse a fatti realmente accaduti più di mezzo millennio prima e ammoniva che, ovviamente, Omero non era da prendere alla lettera e che, come tutti i poeti, abbelliva e ingigantiva la realtà.

Ma è realmente così?

In fondo le descrizioni che Omero ci ha lasciato nell’Iliade e nell’Odissea si riferiscono a una civiltà, a usi, a costumi che non esistevano più ai suoi tempi e che egli ricavava solo dalla tradizione. Nel suo poema si parla di città scomparse da cinquecento anni, di dei più antichi di quelli che venivano onorati dai suoi contemporanei; egli parlava della tarda età del bronzo, all’incirca 1200 anni prima di Cristo, nella quale si riteneva e si ritiene fosse ambientata la storia della guerra di Troia; un periodo all’inizio del quale la scrittura era già arrivata in Grecia e l’invenzione di armi di bronzo rivoluzionò le tecniche belliche.

Può Omero aver riportato, in modo fedele e ricco di particolari, fatti accaduti diversi secoli prima?

Chiunque abbia vissuto anche per un breve periodo tra i pastori, i contadini, i mercanti o i marinai dei Balcani e dell’Anatolia, sa bene con quanta semplicità e religiosa fedeltà vengano tramandate inalterate nei secoli le tradizioni familiari. Altrettanto dicasi per il grecanico, un antico dialetto di chiara origine dorica, che ancora oggi si parla in una ristrettissima area della Calabria, lingua arcaica che possiede nel proprio vocabolario termini scomparsi anche dalla lingua greca; ritorna, ancora, la valida teoria della tradizione orale.

Ma qual’era la situazione socio-economica delle isole?

All’epoca della guerra di Troia le uniche isole che sembravano possedere una certa ricchezza ed erano stabilmente popolate dagli Achei erano, oltre a Creta, le isole Ionie, l’Eubea, Rodi e le sette isole circostanti. Le altre, dove peraltro sono stati scoperti consistenti resti di età micenea, vivevano in uno stato permanente di insicurezza o dipendevano da sovrani di lontani regni.

Alla fine del XIV secolo a.C. e per tutto il XIII a.C., gli Elleni, divenuti troppo numerosi, furono costretti a emigrare dal continente e a cercare fortuna su isole sempre più lontane e poi sulle coste asiatiche, dovunque incontrando resistenza da parte degli antichi abitanti, che essi chiamano in modo quasi dispregiativo Pelasgi[3], Lelegi[4], Kiliki, Dardani, Barbari: tutti termini onomatopeici che esprimevano quanto le orecchie greche avevano colto della lingua dei nemici assieme alla cacofonia del loro parlare. Gli abitanti delle isole erano spesso coloni provenienti dall’Asia, che si erano stabiliti nell’Arcipelago molto tempo prima della colonizzazione achea; i Greci, invece, erano ormai un popolo di viaggiatori, in costante movimento non solo tra le varie regioni del continente ma anche da un’isola all’altra.

Ma da dove veniva questo popolo che né le tavolette micenee né i poemi omerici definiscono greco?

Furono gli Italioti, entrati in conflitto con le popolazioni dell’Epiro, a estendere a tutto l’arcipelago ellenico il nome di un’oscura tribù insediatasi nel IV secolo nei pressi di Dodona, città situata nell’Epiro, in Grecia nord-occidentale, nella quale si trovava un oracolo dedicato a due divinità pelasgiche, Zeus e la Dea Madre, identificata con Dione.

Nel catalogo delle navi contenuto nell’Iliade, infatti, viene usato il termine Panellenas, per designare l’insieme degli abitanti dell’Ellade, cioè una piccola regione a sud della Tessaglia e la vallata dello Spercheo, fiume del sud della Tessaglia, celebrato nella mitologia come un dio fluviale e al quale, nell’Iliade, Achille aveva promesso di offrire la propria chioma, in cambio del suo ritorno da Troia, poi tagliata per donarla a Patroclo.

I popoli che assediavano Troia sono Achei, Argivi, Danai, tutte tribù provenienti dalla fertile pianura della Tessaglia contrapponendosi a tutte le popolazioni primitive, già presenti all’epoca dell’arrivo acheo e scomparse all’epoca di Omero.

Ma, dopo l’analisi del racconto omerico, che dava una indicazione precisa anche degli alleati di Troia e della loro collocazione geografica, quali erano le prove archeologiche che quella città fosse Troia?

Già il solo fatto di aver ritrovato un insediamento nella stessa zona in cui Omero collocava Troia, nell’angolo nord-occidentale dell’odierna Turchia, per Schliemann fu di immenso stimolo e conferma a ciò in cui lui aveva sempre creduto. A 15 metri di profondità trovò le mura di un palazzo con una rampa lastricata che conduceva all’ingresso di un grande portale in pietra con un ampio viale d’accesso abbastanza largo da far passare due carri, uno di fianco all’altro, e quello era uno degli indizi forniti da Omero; portò alla luce, in modo sensazionale, un incredibile tesoro costituito da meravigliosi diademi e splendidi gioielli che erano segno di una civiltà ricca e progredita.

Con l’evolversi dei metodi di ricerca e datazione e delle tecniche dell’archeologia ci si rese conto, però, che quei gioielli non potevano essere stati indossati da Elena poiché erano precedenti di oltre 1000 anni; Schliemann aveva scavato troppo in profondità, la tarda età del bronzo ovvero l’epoca della leggenda era 4 strati più in su. Nel sesto livello, più precisamente tra il sesto e il settimo livello, emerse una Troia molto diversa ma con caratteristiche fisiche che sembravano coincidere con alcune delle descrizioni omeriche: le sue alte torri, le sue ampie strade e le sue regali porte, una città davvero ben fortificata come la descrive l’Iliade, la posizione esposta che evocava la ventosa Ilio dell’Iliade, la continuità del sito e del nome in età storica, tutto faceva pensare che la collina di Hissarlik ospitasse le rovine dell’antica Troia ma c’era qualcosa che non quadrava, le dimensioni della città.

La ricerca degli archeologi quindi si concentrò per dare una risposta ad una domanda: come era possibile che una fortezza così piccola potesse essere la città dalle larghe vie e dei fertili campi, la Ilio ben popolata di cui parlava Omero?

Parte della comunità archeologica ammetteva che potesse essere una città ricca, forse anche potente, forse florida commercialmente ma non risultava essere abbastanza popolata, era troppo piccola.

Ancora una volta gli scettici insinuavano che forse il mito non conteneva nulla di vero, che forse la Troia omerica non era mai esistita; tuttavia anche se non fosse stata la Troia di Omero era ugualmente un sito archeologico interessante così nel 1988 una grossa equipe internazionale riaprì gli scavi, il direttore era il famoso archeologo tedesco Manfred Korfmann e il suo lavoro rivelerà elementi nuovi e straordinari relativi alla leggenda.

I suoi scavi riscattarono la memoria di Schliemann, cercando di dimostrare che Troia era davvero una delle città più importanti del suo tempo, verso la fine del II millennio a.C., ed era una vera metropoli, molto più ricca ed estesa di quanto si fosse immaginato. Che intorno a quella città si fosse scatenata una grande guerra, la cui memoria era durata nei secoli, appariva credibile a Korfmann. Fino alla sua morte, l’archeologo tedesco cercò con pazienza certosina una corrispondenza tra la topografia che emergeva dagli scavi e i luoghi descritti nel racconto omerico. La sostanziale storicità della narrazione di Omero appariva indiscutibile. Tutto ebbe inizio quando Korfmann decise di riesaminare le fortificazioni della Cittadella analizzando le mura difensive che in alcuni punti erano alte fino ad 8 metri.

Secondo lui lo scopo della costruzione di alcune torri era soprattutto una dimostrazione di potere e di mettere in evidenza una residenza imponente. Durante l’analisi, però, Korfmann si rese conto che i portali di ingresso non potevano essere sbarrati a difesa e ciò cozzava con la possibilità di difendersi da un assedio. Gli scavi successivi, però, portarono alla luce un tratto di fossato profondo nella parte della città bassa e si ritenne che fosse stato costruito per fermare i carri nemici e che quindi segnasse il limite esterno della città.

Una indagine archeologica, condotta con moderne tecnologie, rivelò la struttura della città nascosta sotto i campi; si notava un reticolo di strade larghe e lunghi viali, ancora una volta emergeva una città che sembrava essere la Troia descritta da Omero, appariva una città della tarda età del bronzo, abbastanza grande da contenere una popolazione tra i 4 e gli 8 mila abitanti; per l’archeologo al di là delle suggestioni del mito era una scoperta incredibile, dopo 3000 anni la mitica città di Troia sembrava essere diventata una realtà, il mito quindi sembrava essere basato su una realtà storica ma mancavano ancora le prove per dimostrare che Troia venne distrutta da un esercito nemico come riportato nell’Iliade.

L’equipe cominciò a concentrarsi e ad indagare su quale fosse stato il destino della città della tarda età del bronzo, iniziando presto a trovare i segni di violenza; sempre nella città bassa, infatti, vennero rinvenute punte di frecce che indicavano combattimenti ravvicinati, resti che dimostravano un incendio distruttivo, alcuni scheletri come quello di una ragazza di 16 o 17 anni, rinvenuta semisepolta e i cui piedi erano stati bruciati dal fuoco; metà del cadavere era interrato e questo provava una sepoltura affrettata in area pubblica; sempre all’interno della città vennero rinvenuti mucchi di proiettili da fionda che facevano pensare che tali proiettili fossero stati accumulati dai difensori della città per essere abbandonati dopo aver perso la battaglia.

Tutto porta ad un’unica conclusione: era una città che era stata assediata, era una città che si era difesa, una città che aveva cercato di resistere ma era stata sconfitta e incendiata, provando e dimostrando quanto raccontato da Omero.

Un elemento, tuttavia, restava ancora da dimostrare, chi fossero gli aggressori; per individuare chi fossero i nemici bisognava ricorrere ad altre fonti.

Sappiamo che i nemici di Troia arrivarono dal mare con 1200 navi, l’Iliade ne fornisce un catalogo molto dettagliato, e che ad armare la flotta furono tutti i principi achei, a capo della cui spedizione c’era Agamennone il re di Micene.

Alla fine dell’Età del Bronzo la Grecia era divisa in tanti piccoli Stati indipendenti con una struttura politica e sociale fortemente centralizzata, ogni Stato era retto da un sovrano assoluto con poteri religiosi, giuridici e militari, il wanax, da ϝάναξ, in greco ἄναξ, che indicava in greco antico colui che comandava, il dominatore, il signore e risiedeva in un palazzo fortificato in cima alla cittadella.

I re degli Achei del XII secolo così divisi, ognuno nel suo palazzo, avrebbero potuto unirsi in un’impresa come la spedizione contro Troia? Questa alleanza, come racconta Omero, poteva saldarsi sotto le insegne del re di Micene? Era veramente lui il più forte? Il termine usato di ἄναξ ἀνδρῶν, condottiero degli uomini, ne confermerebbe l’assunto così come i leoni rampanti, posti sul portale d’ingresso di Micene, sembravano alludere al coraggio e alla fierezza della casa regnante; quei leoni avevano probabilmente la testa d’oro o di bronzo e il loro effetto monumentale non ha pari in tutto il mondo miceneo confermando, ancora una volta, quanto Micene fosse la più potente tra le città di quel mondo tanto più che la scienza ci ricorda che quella porta e quel rilievo sono più antichi di un secolo.

[1] Le prime testimonianze di questa scrittura si trovano su tavolette risalenti ai secoli XIV e XIII a.C. I testi in lineare B sono stati trovati nel 1900 a Creta, nel Palazzo di Cnosso; altri esemplari furono rinvenuti in Grecia, a Pilo, Micene, Tebe. La scrittura micenea derivò da quella minoica, detta Lineare A, utilizzata a Creta tra il XVII ed il XV secolo a.C.

[2] Dal greco Ἰλίου πέρσις, La caduta di Ilio, è un antico poema epico greco andato perduto. Faceva parte del Ciclo Troiano, che raccontava in versi l’intera storia della guerra di Troia. L’Ilioupersis è stata attribuita, da alcune fonti risalenti all’antichità, all’opera di Arctino di Mileto; il poema si componeva di due libri di versi scritti in esametri dattilici. L’Ilioupersis venne probabilmente composta nel corso del VII secolo a.C., ma non esistono certezze in merito. Fonti antiche fanno risalire il poeta Arctino all’VIII secolo a.C., ma l’analisi di un altro dei suoi poemi, l’Etiopide, suggerisce che sia in realtà vissuto parecchio tempo dopo.

 

[3] Il nome di tale popolo, Πελασγοί, appare per la prima volta nell’Iliade, ed è indicato tra gli alleati di Troia; nel Catalogo delle navi, contenuto nell’Iliade, Omero colloca tale popolo tra le città dell’Ellesponto ed i Traci del sud-est dell’Europa, ossia sul confine tra Tracia ed Ellesponto. Omero cita la loro città, Larissa, e la dice fertile ed i suoi abitanti famosi per la perizia nel combattimento sulle navi. Archeologicamente, i Pelasgi potrebbero essere identificati con il popolo dei Peleset, citato nelle iscrizioni egiziane tra i Popoli del Mare che attaccarono l’Egitto durante il regno del faraone Ramses III, per poi formare il popolo dei Filistei.

[4] Era una popolazione greca che viveva nella parte sud-occidentale dell’Asia Minore prima dell’arrivo degli Ioni. sono citati per la prima volta nell’Iliade , fra i popoli alleati dei Troiani. Omero attribuisce loro una città, Pedaso che fu saccheggiata da Achille e che dovrebbe essere localizzata a sud della Troade.

https://uniroma.academia.edu/DomenicoOliva

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico -Troia prove, indizi, mito e leggende

 

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