Troia: prove, indizi, mito e leggende – 2° parte

Il cuore di ogni palazzo miceneo era il megaron, in greco Μέγαρον, termine di probabile derivazione semitica che pone ulteriori spunti di riflessione in merito alle origini o, quanto meno, alle strette interconnessioni con altre culture del bacino mediterraneo; al riguardo P.Chantraine, nel Dictionnaire étimologique de la langue grecque, fa notare che la parola megaron è probabilmente un prestito di origine semitica, facendo riferimento all’ebraico me’ara (ovvero nel suo significato originario grotta). Il megaron era la grande sala del trono e dei banchetti, col focolare centrale attorniato dalle colonne che reggevano il soffitto, attorno al quale c’erano numerose stanze alternate a grandi cortili e a portici.

Anche in questo caso la dimensione vastissima del palazzo, molto più grande di altre regge, anch’esse importanti come quella di Tirinto o di Piro, ci dice che colui che l’abitava era il più potente dei re, il comandante supremo (appunto l’ ἄναξ ἀνδρῶν) della Lega degli Achei, Agamennone; inoltre, il complesso sistema di strade che partono da Micene e si irradiano in tutto il territorio sembra suggerire che la città fosse il centro politico ed economico, il centro di riferimento del mondo degli Achei e quindi certamente in grado di guidare anche la grande spedizione verso le coste dell’Asia Minore e contro Troia. Gli scavi delle grandi metropoli reali, inoltre, hanno portato alla luce corredi preziosissimi, coppe d’oro massiccio, spade con impugnature dorate e lame impreziosite da intarsi, monili, cinturoni e le famose maschere d’oro che coprivano il volto dei sovrani, tutto ciò a riprova del grado di ricchezza raggiunto.

Ma non è tutto, Omero ci parla di re guerrieri, belli ed imponenti, oltre che valorosi, il cui potere, il Κράτος, cioè la personificazione della forza, della potenza, derivava loro dalla forza con cui erano in grado di compiere imprese straordinarie e fuori del comune; le analisi antropologiche, infatti, condotte sugli scheletri rinvenuti nelle tombe reali di Micene hanno rivelato uomini di alta statura, di corporatura regolare, sicuramente molto muscolosi, capaci di manovrare le grandi spade, lunghe quasi un metro, rinvenute nelle loro tombe; pertanto ancora una volta troviamo conferma alla leggenda e alla narrazione e, molto verosimilmente, i principi di queste città avevano veramente l’aspetto e le caratteristiche cantate da Omero. Nelle saghe omeriche spiccano gli eroi arcieri come Odisseo e negli archivi Micenei emerse evidente l’importanza dei fabbricanti di armi, l’arco era una delle armi fondamentali della strategia militare micenea come dimostra una scena raffigurata su un pugnale rinvenuto in una delle tombe reali della città; si vede un arciere accucciato che scaglia frecce al riparo dello scudo di un altro guerriero proprio come fa Teucro al riparo dello scudo di Aiace in un episodio dell’Iliade. Lo scudo di Aiace che era definito settemplice[1], alto come torre, di origini arcaiche e così pesante che veniva appeso sulle spalle e impugnato al centro;  ai tempi di Omero era già in disuso da secoli ma lo troviamo frequentemente rappresentato sugli affreschi micenei appeso alle Mura dei palazzi; è chiaro che ad Omero era giunto dalla tradizione epica, antica ma molto precisa, ma ci sono altri oggetti come l’elmo di Merione, per esempio, fatto con denti di cinghiale, che Merione presta a Odisseo quando parte per l’impresa notturna descritta nel libro X dell’Iliade. Per molto tempo i filologi e gli archeologi si sono affannati cercando di capire come fosse fatto un elmo composto di denti di cinghiale – che ai tempi di Omero non è più in uso da molto – finché non ne sono stati trovati degli esemplari sia nelle tombe di Micene che un’altro ad Argo assieme ad una armatura di bronzo; il bronzo accecante di cui parla Omero.

                           Mise sulla testa di Ulisse un elmo dentro di pelle intrecciato

                           con stringhe di cuoio rivestito fuori con denti di cinghiale candida zanna

                                                                                                            Dall’Iliade

Gli elementi raccolti hanno finora confermato che Micene possedeva il rango della potenza economica e militare per condurre una grande spedizione al di là del mare, come avrebbe potuto essere la guerra troiana; c’è però chi, come il professor Kolb, ha avanzato seri dubbi sulla possibilità che le navi micenee fossero in grado di trasportare un intero esercito al di là del mare, così distante dalle coste micenee.

Una scoperta archeologica, però, ha spazzato via ogni dubbio; una scoperta sul fondale marino al largo delle coste di Troia, infatti, aiuta a far luce sulla leggenda; più precisamente un relitto alla profondità di 50 metri.

L’archeologo Cemal Pulak sostiene che l’aver ritrovato su un fondale, all’interno di un relitto tanti lingotti di rame era una cosa assolutamente incredibile; si trattava di un grossissimo relitto che trasportava abbastanza lingotti di metallo da fabbricare 11 tonnellate di bronzo, è sicuramente il più grande rinvenimento di reperti dell’età del bronzo e a bordo della nave c’era un carico incredibile, bellissimi manufatti in oro, uova di struzzo dall’Africa e dall’Asia, oggetti provenienti da tutto il mondo conosciuto su un’unica nave.

Ciò forniva un’idea chiara di quanto fosse complessa ed estesa la rete mercantile del mondo antico, quella dell’Egeo era molto più avanzata di quanto si pensasse, la scoperta indica che la tarda età del bronzo era un’epoca di intensi scambi commerciali, un’era di grande prosperità e di commerci lungo le rotte navali. In grado di trasportare bronzo e tesori, imbarcazioni come quella ritrovata avrebbero potuto benissimo navigare verso Troia poiché si trattava di navi abbastanza robuste e abbastanza capienti da poter navigare verso nord nell’Egeo e verso Troia. La scoperta del relitto spinge a chiedersi se ci fosse qualcosa di particolare nella posizione di Troia, lungo le rotte mercantili, che potesse attirare l’attenzione dei Micenei e effettivamente è logico ritenere che Troia fosse realmente un importante porto mercantile e che avesse una posizione strategica vitale essendo situata ai margini dei Dardanelli stretto canale che separa l’Europa dall’Asia.

Il fatto è che il passaggio è talmente stretto nell’istmo che qualsiasi contatto tra l’Asia e l’Europa doveva necessariamente avvenire lì, quindi Troia doveva giovarsi di questa particolare posizione geografica e forse è per questo che era così grande; d’altra parte in tutta la zona non ci sono luoghi così importanti come Troia. È molto probabile, dunque, che Troia fosse diventata una città prospera a causa della posizione strategica a cavallo tra due continenti e ciò ne faceva di una città molto desiderabile e particolarmente allettante per i Micenei grazie anche alle sue ricchezze oltre che alla sua posizione.

La visione storica e i ritrovamenti archeologici ci permettono di pensare che effettivamente Micene avrebbe potuto guidare la spedizione contro Troia per ragioni politiche ed economiche come la supremazia sugli stretti, il controllo delle vie commerciali, d’altra parte la nave ritrovata davanti alle sue coste contiene oggetti provenienti da tutto il Mediterraneo, c’è una spada italica, uno scarabeo egizio d’oro con inciso il nome della regina Nefertiti, rame di Cipro, avorio africano e una ascia sciita; il relitto dimostra che i Micenei avevano interessi dappertutto e le loro imbarcazioni, le loro navi solcavano non solo l’Egeo ma buona parte del Mediterraneo.

L’Iliade quindi non è soltanto il risultato di una lunga tradizione epica, il frutto dell’ispirazione di un grande poeta ma è basata su una realtà storica tanto che forse addirittura i greci non furono gli unici a narrare quegli eventi poichè, probabilmente, un altro popolo celebrò le imprese dei propri eroi alla guerra di Troia.

Abbiamo visto che Micene nel XII secolo era una città ricca e potente e che i Micenei erano abili marinai senz’altro capaci di raggiungere Troia e attaccarla, anche gli oggetti e i resti archeologici ritrovati a Micene hanno confermato la verosimiglianza dei versi omerici e poi seguendo il filo millenario del linguaggio ci sono parole in Omero di cui si era persa completamente ogni traccia che sono ricomparse negli archivi delle città micenee come per esempio wanax, da ϝάναξ, ἄναξ in Omero, così come anche i nomi propri come Achireu e Ecotoro cioè Achille ed Ettore; inoltre c’è un’altra prova molto importante, un testo letterario, una tavoletta del 1290 a.C., redatta in lingua luvia[2], riporta un trattato tra il re ittita Muwatalli e la città stato di Wilusa.

Nel trattato, definito di Alaksandu dal nome del sovrano di Wilusa, il re Muwatalli ricorda che il rapporto di amicizia tra gli Ittiti e Wilusiani dura da secoli, riconoscendo la fedeltà degli stessi anche in occasione di rivolte avvenute contro gli Ittiti, nel corso dei secoli da parte delle altre città dell’area, di cui anche Wilusa faceva parte, precisando che mai Wilusa vi prese parte.

Nel trattato, Muwatalli afferma rivolgendosi al sovrano di Wilusa, inoltre, che come ricompensa a tale fedeltà e “…per il giuramento fatto a tuo padre, ho risposto alla tua richiesta di aiuto ed ho ucciso i tuoi nemici al posto tuo“.

Questo passo ci lascia ben comprendere quanto Wilusa fosse sottoposta ad attacchi nemici e come gli Ittiti fossero pronti ad intervenire a sua difesa, infatti il re ittita riconosce a Wilusa autonomia e indipendenza in cambio di una stretta relazione commerciale confermando la disponibilità ad intervenire in difesa della città in caso di attacco nemico.

Gli Ittiti dominavano tutta l’Anatolia, il centro del loro impero era nelle montagne dell’entroterra ma erano impegnati a combattere con l’Egitto, in Siria, con la Mesopotamia, è quindi probabile che cercassero di evitare scontri alle loro spalle lungo le coste dei Dardanelli e dell’Egeo e che riconoscessero uno status speciale alle città più forti come Wilusa il cui nome in greco cambia e diventa Wilios, poi Ilio con i romani e poi Troia mentre il principe di Wilusa cui si rivolge il re ittita si chiama Alaksandu come Paride Alessandro, il figlio di Priamo, il rapitore di Elena.

La prima attestazione del toponimo Wilusa ci è fornita da un poema, sempre  in lingua luvia, risalente al XVI secolo a.C. in cui la città è definita l’irta, la scoscesa e da qui si è pensato che potrebbe venire da una versione asiatica e alternativa del poema di Omero.

Pertanto la presenza nelle tavolette micenee di parole e di nomi che ricorrono anche nei poemi omerici sembra rafforzarne il valore storico; lo stesso si è cercato di fare con i documenti Ittiti in cui il termine di Wilusa viene accostato a Ilio ma non basta la semplice assonanza di due parole per arrivare a una identificazione, occorrono altre prove ed è compito degli archeologi capire se Troia e Wilusa possono essere la stessa città.

Non molto tempo fa un’altra scoperta ha gettato nuova luce sul mistero; si tratta di un stele su una montagna, più precisamente sul passo di Karabel a 1300 mt. e si tratta di una stele di confine dello stato di Mira, in Turchia Occidentale, non lontano da Smime; nella roccia è scolpita una nicchia con un rilievo di un personaggio, con tunica strettamente aderente, stivaloni, tiara conica, un grande arco appoggiato alla spalla e un bastone. Tale iscrizione venne individuata, dopo un’analisi approfondita delle tracce lasciate dalla marcia dell’esercito ittita; infatti un primo indizio venne fornito da una tavoletta su cui era scritto che la potenza militare degli Ittiti si scatenò nella tarda età del bronzo, l’esercito ittita aveva lasciato i suoi territori, stava avanzando verso ovest e la sua destinazione finale era il regno di Wilusa ma non era chiaro dove sorgesse; poteva trovarsi ovunque lungo il litorale però in ogni caso dai documenti emergeva che l’esercito ittita continuava a dirigersi a ovest ma poi si diresse a nord o a sud? Troia era situata a nord quindi se Troia e Wilusa fossero state la stessa città allora l’esercito ittita avrebbe dovuto dirigersi a nord, ma le tavolette non offrivano alcun indizio, solo l’iscrizione del passo di Karabel e la sua decifrazione hanno permesso di stabilire con certezza la direzione seguita dall’esercito ittita e indicava che l’esercito ittita era diretto a nord. L’esercito ittita, quindi, dopo essersi avvicinato alla costa occidentale si diresse a nord collocandosi proprio nella regione in cui era ubicata Troia. Quindi ora la conclusione sembra essere inequivocabile, i regni di Wilusa e di Troia erano la stessa cosa e le prove indiziarie raccolte sono convincenti.

Tuttavia vi sono altre testimonianze archeologiche concrete che gli scavi di Troia hanno fornito in modo decisivo. In particolare la scoperta di una conduttura d’acqua dissotterrata da parte dell’equipe del professor Korfmann e la datazione del relativo tunnel hanno rivelato una nuova visione. Un’altra tavoletta rinvenuta costituisce un elemento fondamentale per la datazione della galleria; in essa, infatti, vi è un riferimento a una conduttura d’acqua di Wilusa quindi se il tunnel di Troia fosse della stessa epoca della tavoletta avremo la testimonianza archeologica che Troia e Wilusa sono la stessa città.

Dalla datazione degli strati di calcare, accumulatisi nei secoli e contenenti minuscole quantità di uranio, avvenuta in laboratorio con uno spettrometro di massa è emerso, attraverso l’analisi degli isotopi radioattivi che subiscono un decadimento a un ritmo calcolabile, che l’età della galleria risale al 2600 a.C. ed era ancora in uso quando la tavoletta ittita fu incisa pertanto la scienza ha fornito le prove complete che Troia e Wilusa sono la stessa città.

Ora i fatti accaduti a Troia assumono contorni più precisi.

In realtà rispetto ai tempi in cui Schliemann compì i suoi scavi, molti altri aspetti della storia del Mediterraneo antico del II millennio a.C. sono usciti dall’ombra. Si è scoperto nuove testimonianze sulla fase più antica della civiltà greca, la cosiddetta epoca “micenea” (dal nome del suo centro più importante, la città di Micene, dove secondo il mito regnava Agamennone): una civiltà di guerrieri e pirati, ricchi e potenti, sottoposti al governo di sovrani arroccati nei loro palazzi, che dominò l’Egeo tra il 1600 e il 1200 a.C.

È migliorata anche la conoscenza di quanto accadeva sull’altra sponda dell’Egeo, in Anatolia, l’odierna Turchia. Si è iniziato a decifrare, a partire dal 1917, la scrittura del grande impero degli ittiti, rivale dei Faraoni di Egitto, scoprendo che anche gli ittiti, come i greci, appartenevano alla grande famiglia dei popoli indoeuropei; ritrovando, negli archivi imperiali di Hattusha, capitale del regno ittita, parole che sembrano rimandare al mondo di Omero: il popolo degli Ahhijiawa (forse gli achei), la città di Wilusa (probabilmente la Ilio romana), dove regnava un Alaksandus (forse Alessandro, altro nome del principe troiano Paride).

Il testo Ittita racconta che i Micenei avevano combattuto a Troia nella tarda età del bronzo. I documenti Ittiti relativi alla guerra indicano che i Micenei non erano interessati solo a quella regione ma combattevano energicamente contro gli Ittiti a fase alterne da oltre due secoli. Dalla tavoletta risulta che Troia era alleata degli Ittiti e se Troia fosse stata attaccata probabilmente gli Ittiti sarebbero accorsi a difenderla. Il poema omerico dunque sembra basato su un conflitto reale tra due potenti civiltà della tarda età del bronzo i Micenei e gli Ittiti e tutto ci induce a credere che la guerra sia scoppiata perché Troia era una città prospera, in una posizione strategica, vitale, che sia i Micenei che gli Ittiti volevano controllare. La guerra di Troia fu combattuta per amore no, per denaro, interessi territoriali, ambizioni, sicuramente quasi tutte le guerre si combattono per questo e Troia era in mezzo a due imperi potenti quello dei Micenei e quello degli Ittiti era nel posto sbagliato nel momento sbagliato ed è stata schiacciata.

La leggenda della guerra di Troia affascina l’umanità da 3000 anni ma è anche possibile che non sia soltanto un’invenzione letteraria e le ultime scoperte archeologiche su Troia hanno dato risultati sensazionali, le testimonianze sono incise su documenti di una civiltà perduta nascosta in un relitto straordinario e nei tesori rinvenuti nella stessa Troia

Per deformazione professionale vorrei applicare, qui come in altre trattazioni, il criterio di valutazione delle prove usato in ambito giuridico e nel settore delle indagini forensi senza che questo si discosti dal criterio generale di valutazione delle prove archeologiche.

In generale la prova indiziaria o indizio si contrappone alla prova rappresentativa e vuole che l’esistenza del fatto da provare si ricavi attraverso una relazione costituita o da leggi scientifiche o da una massima di esperienza.

L’esistenza di un fatto non può essere dedotta, infatti, da indizi a meno che questi non siano gravi precisi e concordanti. Un indizio è grave quando è dotato di un grado di persuasività elevato e riesce a resistere ad eventuali obiezioni; è preciso quando non è suscettibile di diverse interpretazioni; è concordante quando ciascun indizio confluisce nella stessa direzione di tutti gli altri.

Nel caso della città di Troia molteplici indizi, che si possono considerare gravi precisi e concordanti, assieme a prove incontrovertibili, contribuiscono a rendere oltremodo plausibile non solo l’ipotesi che la città di Troia sia realmente esistita ma anche e soprattutto a raccontarci tempi e modalità, oltre che riflessi storici ed economici, della guerra che vide assediata e poi distrutta la città.

Ogni dubbio è legittimo ma tutto lascia credere che la guerra di Troia sia stata effettivamente combattuta da uomini che, erano armati di bronzo accecante – come è confermato dal ritrovamento di analoghe armature del periodo – , di elmi con zanne di cinghiale, erano selvaggi e crudeli e infierivano sul nemico caduto prima di finirlo.

Vi sono i rinvenimenti, databili intorno al XII secolo a.C., che mostrano tracce di un assedio, della caduta e di un successivo incendio della città. È più o meno l’epoca in cui molti storici della Grecia classica, come Tucidide, situano la guerra di Troia.

Tempo addietro è stato ritrovato, da una spedizione di archeologi americani e tedeschi, il sigillo perduto da uno scriba tremila anni fa che ha fornito agli specialisti la chiave per comprendere una delle lingue che si parlavano nell’ antica Troia al tempo di Omero. In effetti a Troia non sono mai stati trovati documenti scritti dell’ età del bronzo. Quindi non si conosce quale fosse la lingua parlata nella città e mentre in altre città dell’ Asia minore sono state recuperate intere biblioteche, gli scavi di Troia hanno fornito oggetti di tutti i tipi, ma nessuno scritto. Il sigillo di bronzo rinvenuto, lungo circa sei centimetri, è coperto di caratteri in luviano, una delle lingue dell’ impero Ittita, e ancora una volta viene provato lo stretto rapporto tra la città e gli Ittiti. Il sigillo è stato datato intorno al 1100 a.C., la scrittura non è stata ancora interamente decifrata, ma la parola più interessante è scriba.

I punti di contatto tra il racconto omerico e il mondo miceneo sono tantissimi altri; piccoli ma insieme “determinanti”. Per esempio la definizione di Micene come la ricca d’oro – per come confermato dai ritrovamenti archeologici che mostrano un tesoro di inestimabile valore – o anche Pilo definita la sabbiosa (in effetti caratterizzata dalle lunghe spiagge), o Tirinto dalle forti mura (come l’archeologia ha confermato), così come anche particolari raccontati da Omero ma che ai suoi tempi non esistono più come il combattimento sui carri che nell’VIII secolo a.C. non vengono più usati mentre è una caratteristica degli eroi dell’Iliade come testimoniato da un rilievo rinvenuto a Micene.

Una ultima tessera che si incastona nello schema di indizi che gli studi archeologici hanno permesso di ottenere è il ritrovamento sull’isola di Salamina di un monumento funebre dedicato a Aiace, se al termine degli scavi venisse riconosciuto come cenotafio di Aiace, la circostanza che gli abitanti di Salamina gli avessero dedicato un monumento funebre vuoto dimostrerebbe che quanto tramandato nell’Iliade è vero: Aiace lottò e morì a Troia, dove fu sepolto.

In tal caso vi sarebbe una ulteriore conferma alla storicità della Guerra di Troia cantata da Omero.

È difficile pretendere di raggiungere la verità in maniera assoluta e indiscutibile su un’epoca tanto remota; si può affermare, che la favola di Elena e del suo tradimento nascondeva la realtà di una guerra nata tra due potenze rivali per il controllo del commercio nel Mediterraneo orientale, attraverso il dominio su un luogo strategico come lo stretto dei Dardanelli? Pur ammettendo che dietro il racconto di Omero ci sia una verità storica, esso si può considerare un poema epico come un qualsiasi altro documento, soltanto un po’ più impreciso? La poesia epica ha le sue leggi, le sue convenzioni, le sue finzioni, che non sono quelle della storiografia, eppure è grazie a quei poemi e alle indicazioni in essi contenute che è stata ritrovata una città dell’epoca narrata e che, ancora oggi, si stenta ad accettare come la Troia del canto omerico da parte di una porzione del mondo scientifico. L’Iliade e l’Odissea nascono da una lunga tradizione di canti incentrati intorno al mondo degli eroi e degli dei ma ben prima di Omero — che compose l’Iliade e certamente anche l’Odissea nell’VIII secolo a.C. — le loro gesta erano state esaltate dai cantori sacri intorno alle tombe, dagli aedi che si spostavano di banchetto in banchetto, dai narratori sulle pubbliche piazze e in tutti c’era la consapevolezza che il XIII secolo a.C. aveva rappresentato un’età di incomparabile splendore che, al momento, possiamo continuare ad immaginare supportati da un lato sempre più dall’archeologia e dall’altro dall’intramontabile canto di Omero.

[1] L’etimologia del termine settemplice proviene dalle due parole septem, sette e plica, piega, strato. È usato soprattutto come traduzione del termine greco ἑπταβόειον (σάκος), con cui s’indicava uno scudo formato di sette strati, sovrapposti, di cuoio e lo scudo di Aiace era appunto costituito da sette pelli bovine sovrapposte.

[2] Il luvio è una lingua di origine indoeuropea parlata nella zona dell’anatolia e più esattamente  a sud ovest della capitale dell’impero ittita, Hattusa. Le testimonianze più antiche risalgono al II millennio a.C. sino all’VIII secolo. Compare sotto forma di scrittura cuneiforme ed anche sotto forma di geroglifici.

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico -Troia prove, indizi, mito e leggende

Laureato in giurisprudenza, ha continuato ad approfondire le sue conoscenze specialistiche nell’ambito del diritto romano e del vicino Oriente Antico. Divenuto studioso del mondo romano e magno-greco ha approfondito le sue conoscenze in storia antica con particolare riferimento alla religione e alle sue interazioni con i sistemi giuridici dell’antichità.
Ha, ulteriormente, affrontato il tema delle implicazioni sociologiche e giuridiche della religione nel mondo romano tenendo alcune conferenze e lezioni sull’antichità.

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