Democrazia o δημοκρατία? – 1° parte

Il sostantivo democrazia sembra essere uno dei termini più inflazionati del lessico moderno e contemporaneo, tuttavia, è un vocabolo che trattiene al suo interno molteplici significati, ambiguità e a volte apparenti contraddizioni su cui, spesso, si basano equivoci che derivano da una scarsa conoscenza dell’etimologia, quindi del significato, del termine sia da un punto di vista filologico che storico. Bisogna andare alle sue origini, al suo senso, cercando ed interpretando le tracce storiche oltre che l’applicazione, con i suoi significati, di tale vocabolo.

Il termine δημοκρατία, come tutti sappiamo, deriva etimologicamente dalle due parole δῆμος (demos) e κράτος (kratos) che tradizionalmente vengono tradotte con popolo e potere ma è bene precisare che, innanzi tutto, il termine δῆμος ha molteplici significati, può essere la comunità, la collettività nel suo insieme oppure una parte di essa, quella meno abbiente, meno ricca, che si contrappone all’altra parte, rappresentata dagli aristocratici, dai grandi signori o anche da figure tiranniche; così come pure il termine δῆμος può identificarsi con una delle comunità locali dell’Attica nella quale c’erano tanti demos o la più piccola unità territoriale presso gli Ioni.

Dall’altro lato la seconda parola che compone il termine democratìa è kràtos, tradotto con potere ma anche forza; il κράτος, che deriva da κρατείν cioè potere, presso i Greci è anche la mitica personificazione della forza, che vuol dire anche violenza e, solo più semplicemente, forza. Il termine democratìa, pertanto, è un termine che in greco rappresenta ed evoca un significato violento ed è una parola che, in realtà, viene inventata dai nemici del regime popolare.

La prima attestazione di questa parola si rinviene, infatti, in un piccolo scritto di un anonimo autore del V secolo a.C. il quale per primo adopera questo termine per indicare la violenza popolare cioè il regime che lui definisce inaccettabile, detestabile, e in cui i poveri contano. Appare verosimile che l’autore di tale scritto, conosciuto anche come Costituzione degli Ateniesi, fosse di idee oligarchiche, poiché al suo interno rifiuta i principi democratici posti alla base della costituzione ateniese in cui il popolo conta ed esercita il potere direttamente.

In realtà i democratici Ateniesi non si autodefinivano mediante il termine δημοκρατία, bensì usavano solo il termine δῆμος tanto che alcuni oratori, di cui si ha traccia attraverso gli storici, affermano che demos è tutto non è una parte, quindi non è un sistema, un regime, e indica quella parte più cosciente della comunità, che si riconosce nel potere popolare, che si mobilita direttamente e presiede all’assemblea esercitando direttamente il potere; quindi essi non adoperano il termine democratìa per definire il loro sistema poichè è un termine appannaggio del sistema oligarchico, è parola usata per dare una connotazione negativa appunto per quel κράτος che lo compone.

Col tempo il termine democratìa diventa di uso più comune come avviene ad esempio in Demostene il quale, nel IV sec. a.C., si pone il problema di guidare la comunità riferendosi ai grandi valori del passato e richiamando la democrazia come il sistema politico di Atene e affermando la democratìa come parte integrante dell’identità politica di Atene che non è più la grande potenza di un tempo.

Un notevole ed importante contributo alla definizione del termine democratìa  proviene da Aristotele il quale nella Politica,[1] nei libri terzo e quarto (dedicati rispettivamente al cittadino, alle costituzioni e alla monarchia e poi alla democrazia e oligarchia), mette a punto una definizione interessante. Secondo Aristotele, infatti, democrazia e oligarchia sono due sistemi opposti e la democrazia non è altro che il governo dei poveri; infatti, se in una città di 1.300 abitanti 1.000 sono ricchi e sono anche la maggioranza e governano quella è un oligarchia (da ὀλίγοι [oligoi] pochi e ἀρχή [archè] potere, comando); se invece governano i 300 che sono poveri quella è una democrazia, aggiungendo che i poveri sono anche maggioranza. Bisogna precisare che Aristotele non era un ateniese ma un meteco, un μέτοικος, che è il nome che si dava agli stranieri greci residenti nelle πόλεις (poleis) , figlio del medico di Filippo di Macedonia, ed era malvisto ad Atene poichè si sospettava fosse una spia del re di Macedonia. In realtà egli osservava un fenomeno particolare e cioè che non era affatto vero che nell’equilibrio sociale dell’Atene dell’epoca i poveri fossero necessariamente sempre la maggioranza; infatti poteva accadere che in un regime assembleare in cui governasse l’assemblea popolare si radunasse una piccola parte delle persone che potevano andare all’assemblea e questa circostanza è affermata anche da Tucidide il quale afferma che al massimo ne andavano 5.000 all’assemblea mentre, in realtà, i cittadini aventi diritto erano 35.000, quindi governava di fatto un’assemblea che era una minoranza; questo è quanto accadeva nell’Atene di Tucidide del V secolo a.C. quindi quei 5.000 in realtà erano, in un sistema così semplificato, elementare, primitivo, come quello assembleare, coloro i quali attivamente partecipavano alla politica.

Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C., ripensava alla storia passata e soprattutto al colpo di stato del 411 a.C. successivamente al quale governò, per quattro mesi, la βουλή (Bulè), il consiglio (oligarchico) dei 400 e, una volta destituito, l’assemblea dei 5.000 costituita da cittadini scelti tra coloro che avevano abbastanza denaro da sostenere la città con i cavalli e con gli scudi ovvero in grado di essere arruolati come opliti e sostenuta anche da Teramene, appartenente alla fazione moderata dei 400, il quale “assieme al popolo, atterriti, erano costretti, a rovesciare la democrazia per alzata di mano” come ci riporta Diodoro (anch’egli antidemocratico) in uno con Aristotele.

Rispetto a tale episodio, ottenuto con l’azione clandestina delle eterie in ambito istituzionale, con l’intimidazione, con i complotti giudiziari fino a giungere alla violenza aperta e al terrorismo, Aristotele parla di ἀνάγκη (anankè), che in greco antico assume il significato di necessità ma anche di fato, e intende far passare l’idea che l’avvento dell’oligarchia fosse per Atene un male minore, cui il popolo si sarebbe consapevolmente adattato, dietro la spinta delle forze ostili alla democrazia, cedendo alla forza delle circostanze e realizzando, così, la κατάλυσις, cioè lo scioglimento, la crisi del δῆμος con il consenso del medesimo.

Le eterie, dal greco ἑταῖρος cioè compagno, erano associazioni nelle quali i membri, per lo più nobili con in comune interessi militari e politici, si legavano fra di loro attraverso un giuramento avendo come obiettivo la segretezza e il cui scopo generale consisteva nella volontà di sottrarsi al controllo pubblico, rifiutando programmaticamente il principio democratico della pubblicità della politica. Lo stesso Platone vi fa cenno dando una idea chiara dei meccanismi sottesi alla vita politica dell’epoca: “Per restar nascosti organizzeremo cospirazioni e società segrete, ed esistono maestri di persuasione che offrono la capacità di parlare al popolo e nei tribunali con tutto ciò, useremo ora la persuasione, ora la violenza, in modo da poter sopraffare senza renderne giustizia”.

È chiaro, pertanto, quanto sia stato avversato il modello che comunemente chiamiamo democrazia anche presso gli intellettuali del tempo se, nella tipologia delle forme di governo descritte, Platone la definisce governo del numero o della moltitudine classificandola come la meno buona delle forme buone, fra cui eccelle invece l’aristocrazia; di opinione analoga è Aristotele che classifica la democrazia come una forma degenerata di πολιτεία (politeia), la costituzione per antonomasia, nella quale il governo della maggioranza agisce nell’interesse di tutti al contrario della democrazia che, invece, è il governo dei poveri contro i ricchi, e quindi il governo di una parte che agisce nel suo esclusivo interesse trascurando il bene comune.

Ma è un sistema definibile in modo rigoroso oppure ci sono vari modelli possibili?

Erodoto dice che nella Persia alla fine del VI secolo a.C. l’esigenza di un potere che fosse di tutti fu sollevata dall’alto da un notabile che volle prospettare questa soluzione come una soluzione adatta all’impero persiano, tuttavia egli fu sconfitto nel dibattito politico che lo stesso Erodoto immagina e la Persia continuò ad essere un impero con a capo un re.

Altro modello può essere considerato quello della “monarchia militare”, che in senso ampio potrebbe essere definibile anche democrazia militare, che si rinviene e identifica nei poemi omerici e consistente nel fatto che tutti coloro che avevano la cittadinanza, la pienezza del diritto, direttamente esercitavano il dominio che ne conseguiva; esempio tipico è quanto riportato nel racconto omerico in cui vi è una assemblea militare nella quale i capi convocano e in tale contesto è emblematico l’episodio di Tersite, personaggio di umili origini, descritto da Omero come il peggiore fra i guerrieri achei giunti lì, pavido e codardo, oltre che brutto fisicamente, gobbo, zoppo, dalle gambe arcuate e con la testa ovale, il quale osa affrontare e criticare Agamennone che è il più autorevole dei vari Βασιλείς , dei vari sovrani[2] con compiti prevalentemente militari, facenti parte di una oligarchia di pari che, in ogni caso, non escludeva un  primus inter pares quale era, appunto, Agamennone.

Questo modello possiamo pensare non sia mai scomparso lasciando un’eredità anche nella città di epoca classica, pertanto, ci si chiede quale sia il fondamento della cittadinanza dell’Atene del V e IV secolo a.C.; quale se non l’identità di combattente, il cittadino soldato.

Anche a Sparta, in senso ampio, si può parlare dell’esistenza di una sorta di democrazia come sostiene lo stesso Isocrate il quale, ateniese, tra il V e il IV secolo a.C. affermava[3] che la democrazia perfetta sarebbe stata quella di Sparta, che la tradizione attribuiva a Licurgo quale padre dell’ordinamento politico e sociale e redattore della μεγάλη ῥήτρα, l’atto in cui erano venivano indicate le riforme istituzionali e legislative, prodotte sulla base di un responso dell’oracolo di Delfi, le cui origini, secondo gli storici antichi tra i quali Plutarco, risalgono al X – IX secolo a.C. o al VI – V sec. a.C. secondo gli storici moderni. Gli spartiati, in ogni caso, sono cittadini soldati e sono gli unici detentori di una pienezza della cittadinanza in quanto combattenti, sotto di loro ci sono schiavi e semi schiavi che non sono considerati uomini e non sono cittadini in quanto estranei alla comunità degli eguali sia perché di altra razza e non puri come gli spartiati e sia perchè sottomessi con la forza e, spesso, ridotti al rango di schiavi. All’interno della comunità spartiata c’è l’eguaglianza assoluta e tutti gli aventi diritto sono ugualmente partecipi dell’assemblea decisionale, la ἀπέλλα (apella), che accoglieva i cittadini superiori ai trent’anni, si riuniva una volta al mese e all’interno della quale non avveniva nessuna discussione ma si approvavano o bocciavano le proposte presentate; nondimeno Sparta è considerata nel V sec. a.C., paradossalmente, il modello tipo delle oligarchie.

Queste varie condizioni e sistemi di governo delle numerose πόλεις sicuramente confondono però è innegabile come il fondamento cittadino-soldato stia alla base delle democrazie ma, nello stesso tempo, sia il modello spartano; naturalmente si allarga il campo quando la cittadinanza piena, legata comunque alla funzione militare, si estende ad altri gruppi sociali che è quello che avviene nell’Atene classica in cui non più soltanto chi si arma a sue spese è cittadino ma anche chi muove le navi quindi chi finanzia, in un certo senso, l’organizzazione militare.

Ma come si giunge alla democrazia? Quale rotta sociale e politica viene percorsa per giungere al sistema democratico? Aristotele riferisce che la prima e più antica espressione della sovranità fu la monarchia ereditaria, accanto alla quale sorse (pur essendo controversa tale circostanza), fin da epoca molto remota, la magistratura militare del polemarco, – da πόλεμος (polemos), guerra e ἄρχω (arco), essere a capo – che nell’antica Atene era il più alto titolo militare e, avendo successivamente perso importanza, a decorrere dal V – IV sec. a.C. aveva acquisito funzioni di tipo amministrativo, sacrale e giurisdizionale; fra l’XI e il X secolo a.C., sarebbero sorti gli arconti, dal greco ἄρχων, i quali, nel numero di nove, erano magistrati rivestiti di supremazia e alla più insigne di tale magistratura, quella degli eponimi – composto dalle due parole ἐπί (epì), sopra e ὄνομα (onoma) o ὄνυμα, nome – spettava l’onore di dare il nome all’anno oltre ad avere la funzione originaria ed essenziale della protezione dei diritti privati[4]; essi venivano nominati dall’Aeropago[5], il più antico tribunale di Atene e composto da ex arconti, le cui attribuzioni, in origine assai ampie, vennero ridotte intorno al 462-461 a. C..

Successivamente, nel VI secolo a.C., gli ateniesi, indeboliti dalla lotta tra le diverse fazioni dell’aristocrazia, chiamarono al potere Solone, all’epoca arconte, affinché  potesse dirimere le controversie e far ritornare, così la pace sociale. Egli – oltre a tutta una serie di riforme sociali che riguardavano la gestione dei debiti personali, la gestione della partecipazione alla vita pubblica in base al censo, la divisione dei cittadini liberi in quattro classi sociali che contribuiva a dare forza all’istituzione di un governo timocratico (da τιμή [timè],censo) – ebbe il merito di ridimensionare il peso sociale ed economico dell’aristocrazia e di garantire, direttamente o indirettamente una maggiore partecipazione popolare alla vita pubblica ateniese dando vita ad una embrionale forma democratica. Si istituì l’ecclesia, assemblea che era sovrana e discuteva su quanto poteva interessare la città, della quale facevano parte tutti i cittadini di sesso maschile e della quale si tenevano riunioni regolari che, dopo la parte formale, uguale per tutte le sedute, prevedevano la discussione dei progetti di legge, i cosiddetti προβουλεύματα (probuleumata), presentati dalla βουλή.

Le riforme di Solone, benché importanti, innovative e moderne non risolsero il problema dei conflitti tra aristocrazia e classi medie tanto che il sistema, precedentemente creato, venne “rovesciato” nel momento in cui assunse il potere, intorno al 560 a.C., l’aristocratico Pisistrato – anche se gli storici sono concordi nel ritenerlo osservante delle leggi di Solone e rispettoso delle forme costituzionali, tanto che le magistrature avrebbero continuato a eleggersi come prima – per mezzo di una guardia armata, ottenuta con il pretesto della protezione della propria persona, con la quale occupò l’acropoli. Egli diede vita ad una sorta di vero e proprio principato che durò sino alla sua morte e durante il quale cercò, in ogni modo possibile, di accattivarsi il popolo con feste e divertimenti, attraverso una politica fiscale che accrebbe le entrate statali, promuovendo la piccola proprietà, favorendo i meno abbienti attraverso un piano di opere pubbliche e ottenne, così, benché fosse un tiranno, un giudizio tutto sommato positivo dagli storici antichi anche grazie alle larghe vedute che mostrò nell’esercizio del potere politico e all’abilità che esercitò in varie difficili occasioni nell’ambito della politica esterna alla città di Atene attraverso accordi e alleanze che garantirono il predominio di Atene in tutto l’Ellesponto. Il periodo della tirannide dei Pisistratidi, dei due figli di Pisistrato, Ipparco che muore prima assassinato ed Ippia, termina con la loro cacciata da Atene, avvenuta intorno al 511/510 a.C., ad opera degli Alcmeonidi; un particolare molto strano, se si pensa a Sparta come città retta da un sistema oligarchico e considerando che Sparta era amica dei Pisistratidi, è rappresentato dal fatto che gli Alcmeonidi vennero appoggiati dall’esercito spartano anche se, a distanza di tempo, salito al potere Clistene la cui attività si concentrò sulla restaurazione e il consolidamento della costituzione di Solone in uno con le istituzioni cittadine, gli spartani proposero nuovamente ad Ippia il loro appoggio per restaurare la tirannide ad Atene; cosa che non avvenne per l’opposizione delle altre πόλεις.

L’esperienza della tirannide e dell’esercizio del potere esercitato senza il consenso dei cittadini gettò il seme per una rielaborazione del concetto stesso di tirannide nella popolazione ateniese, facendo nascere una vera e propria avversione, una fobia per la stessa; già nel V secolo a.C., infatti, la tirannide non è più vista come una mera forma di governo ma è divenuta un concetto ideologico che identifica il tiranno con chi è nemico interno della città – mentre prima la parola τύραννος (turannos) non aveva ancora una accezione negativa e si intendeva come signore della città – probabilmente perché la comunità dei cittadini si è evoluta giungendo ad elaborare una propria concezione del vivere politico fondata su di un insieme di valori morali, giuridici e politici, e di scelte economiche che appaiono essere antitetici alla tirannide e tutti facenti capo ad un governo del popolo, ad un concetto di politica intesa come ϰοινόν (coinon), spazio comune in cui confrontarsi e governare la città, pertanto, uno spazio contrapposto alla violenza e all’arbitrio di uno solo soggetto; nasce, quindi, un concetto, basato sull’uguaglianza davanti alla legge [la cd. ἰσονομία (isonomia), ἴσος (isos), uguale e νομος (nomos), legge], sempre più vicino al concetto di una democrazia che, nell’Atene di cui si parla, è soprattutto il risultato di un infinito numero di circostanze a volte tra loro concordanti, altre volte discordanti e opposte l’una all’altra se non addirittura in un equilibrio paradossale.

Abbiamo visto, infatti, il modello di governo di una πόλις oligarchica, Sparta, che viene indicato come modello democratico per eccellenza mentre la stessa città nel VI sec. a.C. interviene nella lotta contro la tirannide, che Tucidide definì uno dei fattori di sviluppo della Grecia arcaica, e nel V e IV sec. a.C. viene identificata non solo come esempio del potere oligarchico ma anche come punto di riferimento delle oligarchie; una città che aiuta Clistene, il quale aveva precedentemente collaborato con i tiranni, a ristabilire la “democrazia”.

Circostanze, pertanto, che ci fanno conoscere una realtà violenta non solo per i colpi di stato e le interferenze, dirette e indirette oltre che militari, di πόλεις nei confronti di altre πόλεις ma anche tutta una giungla fatta di intrighi, complotti, macchinazioni interne tra fazioni che, a volte, hanno portato alla creazione di un vero e proprio clima “terroristico” all’interno del popolo come lo stesso Tucidide[6] scrive attirando l’attenzione sul clima di intimidazione che il popolo, pur ancora vigente la democrazia, si trovava a dover fronteggiare, attribuendo un ruolo importante nell’accentuare questo clima di insicurezza anche al trasformismo politico dei personaggi politici.

D’altra parte il sistema democratico, la democrazia e il suo corretto funzionamento si basavano sulla trasparenza, sulla pubblicità, sul mettere in comune tutto ciò che riguardava la vita della comunità politica in maniera fiduciosa e, pertanto, essa era gravemente danneggiata dal sospetto reciproco da parte dei componenti del corpo civico e dal desiderio, originato dalla sfiducia e dalla paura, di mascherare i propri veri orientamenti. A ciò si aggiunga l’attività dei gruppi organizzati i cui membri, che mostravano reciproca ostilità accusandosi pretestuosamente nei tribunali e dalla tribuna degli oratori, erano poi strettamente associati nell’ambito privato a scopo di profitto. L’attività svolta da costoro in sede pubblica era puramente pretestuosa e mirava all’obiettivo di nascondere i propri veri interessi ed orientamenti e, dunque, di ingannare il popolo.

In realtà la confusione nel considerare, valutare e interpretare il termine è generata soprattutto dal fatto che noi usiamo impropriamente la parola democrazia, è un vocabolo che abbiamo traslato ad una realtà totalmente diversa rispetto a quella delle πόλεις e ne consideriamo il suo senso rispetto alla realtà dei sistemi rappresentativi, elettivi, parlamentari moderni ed è in quel momento che si crea il grande equivoco. Ciò da un punto di vista strettamente tecnico-formale e giuridico ma non certamente dal punto di vista sociale, politico ed umano; sotto quest’ultimo aspetto, in effetti, i meccanismi sottesi al sistema democratico ateniese, qualunque sia il senso di tale termine, sono identici a quelli della società moderna e contemporanea se pensiamo che, oltre a quanto detto, Pericle – considerato l’uomo illuminato dell’Atene del V sec. a.C. nonchè principale artefice del periodo d’oro della città, grande mecenate che portò ad una rinascita edilizia, architettonica, artistica, culturale oltre che “democratica” della città – ebbe una così profonda influenza personale sulla società ateniese tanto che Tucidide, storico suo contemporaneo, lo acclamò come “primo cittadino di Atene” affermando che Atene era “di nome una democrazia ma, di fatto, governata dal suo primo cittadino” e sottolineandone il carisma così spiccato da imbonire il popolo come conferma anche Plutarco quando sostiene che gran parte delle opere di Pericle sono da considerarsi un tentativo di cercare il favore del popolo in modo da ridurre il prestigio dell’Areopago di cui non faceva parte.

 

[1] Nella Politica, in greco Τὰ πολιτικὰ quindi le cose che riguardano la Polis, Aristotele analizza le realtà politiche a partire dall’organizzazione della famiglia, intesa come nucleo base della società, per passare ai diversi tipi di costituzione.

[2] Nome la cui origine etimologica è ancora molto discussa e che, nell’antica Grecia, designava il re; esso è stato identificato con la probabile forma micenea pasireu che nel XIII sec. a.C. indicava, tuttavia, un signore sottoposto al vero e proprio re, l’ἄναξ (anax) il wanaka miceneo che era il re assoluto con caratteri sacrali, titolo attribuibile ad Agamennone. Nondimeno il termine βασιλεύς finì col prevalere, già in Omero, per designare il monarca, istituto che sussisteva ancora agli inizi del I millennio a.C. in tutte le regioni del mondo greco; successivamente i suoi poteri furono gradualmente delimitati e assorbiti dalle aristocrazie; infatti nel V sec. a.C. la monarchia sussisteva solo a Sparta e in alcune regioni periferiche del mondo greco. Tracce dell’antica funzione sacrale del βασιλεύς e della monarchia restano nell’Atene dell’ἄρχων βασιλεύς (l’arconte re) che era uno dei nove arconti.

[3] Isocrate, Areopagitico, 61

[4] È da sottolineare quanto scrive Aristotele in merito alla circostanza che ai nove arcontati erano eleggibili, in origine, soltanto i membri dell’aristocrazia degli eupatridi – i nobili di nascita che persero di importanza in seguito alle riforme di Solone tra il VII e VI sec. a.C. – e fra essi si usava scegliere, a sua detta, in ragione della dignità sociale e della ricchezza, appunto ἀριστίνδην καὶ πλουτίνδην.

[5] Da Αρειος πάγος, colle di Ares, in quanto trae il nome da quello di una rupe presso l’Acropoli di Atene, dove sarebbe stato giudicato Ares per l’uccisione di Alirrozio, mitico figlio di Poseidone e della ninfa Eurite.

 

[6] Si radunavano ancora il popolo e la βουλή eletta con la fava, ma non deliberavano nulla che non avessero deciso i congiurati, e gli oratori erano scelti tra questi ultimi e le orazioni erano esaminate prima da loro. Nessuno degli altri replicava, temendo e vedendo il gran numero dei congiurati, e se uno si opponeva subito moriva in modo adatto, né si faceva ricerca dei colpevoli né processo dei sospettati. Ma il popolo se ne restava tranquillo e aveva un tale spavento da considerare un guadagno se uno non subiva violenza, anche se taceva.

 

https://uniroma.academia.edu/DomenicoOliva

 

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - Democrazia o δημοκρατία

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