Democrazia o δημοκρατία? – 2° parte

La democrazia antica era, secondo il pensiero politico classico solo una delle possibili forme di governo che potevano essere descritte nel panorama politico del mondo conosciuto mentre, nonostante esimi studiosi ne abbiano inutilmente cercato tracce fondanti, nel sistema politico romano è arduo rinvenire un sistema che richiami la “δημοκρατία” greca, basti osservare che in realtà la parola democrazia in latino non esiste e già questo particolare è indicativo; per tutta l’epoca romana, infatti, e per buona parte del Medioevo, la parola democrazia scompare del tutto, mentre il suo concetto politico si dissolve in una accezione più ampia e la res publica romana esprime l’idea di una “cosa di tutti”, che è cosa ben diversa rispetto a quel “potere del popolo”, il κράτος, di cui parlava la lingua greca.

Secondo Polibio, infatti, il sistema politico romano si basava su una costituzione mista, da lui considerata esempio di equilibrio tra i tre organi che la costituivano, che era la summa, il risultato, il punto di arrivo dell’esperienza e dell’evoluzione delle tre forme di governo più importanti che caratterizzarono la vita istituzionale di Roma, ovvero la monarchia rappresentata a Roma dai consoli, l’aristocrazia (da άριστος [aristos] nobile e κράτος  [kratos] potere) rappresentata dal senato e la democrazia rappresentata dai comizi, benché il venir meno del potere patrizio a favore della plebe non può essere considerato un fenomeno di democratizzazione del sistema di governo romano, in senso moderno, ma soltanto un allargamento della base della res publica riguardo alla quale, intendendola in un senso prettamente patrimoniale, Cicerone afferma “La res publica è cosa del popolo; e il popolo non è un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse”.

Ritornando alla Grecia, il momento della decisione, nell’esercizio del potere democratico dell’antica Atene, era quasi sempre estremamente unanime e il potere esercitato era unitario. La democrazia moderna, invece, implica un enorme pluralismo di voci, una grande difficoltà di arrivare a decisioni unanimi, proprio perché la decisione deve tener conto di una enorme pluralità di opinioni diverse. Non bisogna sottovalutare il fatto che le criticità della democrazia antica erano, secondo gli intellettuali dell’epoca, maggiori degli aspetti positivi. Platone, ad esempio, sosteneva che la forma democratica fosse la meno buona delle forme buone, fra cui eccelleva l’aristocrazia, e la meno cattiva delle forme cattive, di cui quella più degenerata era la tirannide; infatti rispetto alla città ideale di cui parlava ne La Repubblica, la democrazia rappresentava una delle possibili degenerazioni perché, nell’insieme, l’idea era quella che il potere dovesse avere una forte concentrazione e una forte unità.

Perciò uno dei limiti fondamentali, se non addirittura il rischio principale, della democrazia può essere proprio l’incapacità di decidere che rappresenta una delle criticità del sistema democratico. La storia del concetto di democrazia dimostra come i processi storici siano sempre stati processi aperti, tendenze, idee, progettualità e adeguamenti quasi mai realizzazioni compiute in modo completo e definitivo appunto perché le imperfezioni della storia umana, costituite dai limiti propri dell’uomo, impediscono di credere nell’esistenza di un modello che debba e, soprattutto, possa essere realizzato perfettamente. Sarebbe, quindi, un errore immaginare che, nella storia, si possa realizzare una attuazione perfetta di un qualsiasi modello di ordinamento. In una democrazia reale come quella greca, all’interno di un’assemblea relativamente ristretta, si rendeva necessaria la presenza di soggetti che, avendone diritto, fossero in grado di prendere la parola e di avanzare delle proposte valide, logiche e sensate poichè su di esse si basava il voto dell’assemblea pur essendo, nel voto, ogni testa uguale all’altra. Aristotele sosteneva che essendo l’elezione una selezione essa fosse aristocratica, partendo dal presupposto che i componenti del popolo fossero tutti uguali e che nessun individuo avesse maggiore diritto di comandare rispetto ad un altro, l’unica forma squisitamente democratica risultava essere il sorteggio che veniva adottato ad Atene per la nomina dei magistrati adottando anche criteri di rotazione secondo i quali chi era stato estratto un anno non poteva essere messo nell’urna l’anno successivo. A tale criterio di rotazione vi era, tuttavia, un’eccezione rappresentata dalla nomina degli strateghi – lo στρατηγός (da στρατός, esercito e ἄγω, condurre) era ciascuno dei dieci membri di una magistratura ateniese che avevano il comando dell’esercito e della flotta – i quali erano indispensabili alla sopravvivenza della democrazia e della città stessa e venivano scelti in base alla loro competenza. Questo fatto determinò la messa a fuoco di un altro problema ovvero la improponibilità di questa pratica a causa della enorme divisione del lavoro e conseguente indisponibilità di uomini evidenziando un altro limite della democrazia che, invece, prevedeva il sorteggio.

La soluzione, pertanto, anche alla luce della storia, è quella di partire da un modello che bisogna assumere sin dall’inizio come imperfetto considerando la democrazia come un modello, un progetto ma anche un ideale incompiuto, intravedendo la forza della democrazia, rispetto ai modelli dispotici e dittatoriali, nella sua perenne incompiutezza e nella conseguente continua ricerca del perfezionamento e miglioramento della stessa.

I due termini del nostro linguaggio ovvero democrazia e sistema rappresentativo noi li usiamo come sinonimi perfetti e questo dipende dal fatto che le democrazie moderne, successive alla svolta rappresentata sia dalla Rivoluzione Francese che dal nascere di sistemi liberali dopo la Restaurazione, essendo sistemi impiantati in grandi Stati nazionali non possono che essere rappresentativi, cosa che per gli antichi greci era inconcepibile tanto che Erodoto racconta di non essere stato creduto quando disse che in Persia qualcuno voleva instaurare la democrazia.

In realtà non fu creduto perché sembrava inverosimile che in un impero enorme come quello persiano si tentasse di introdurre il sistema democratico, così come concepito nell’antica Grecia, come sistema di governo.

Gli Stati liberali dell’Ottocento, frutto anche dell’illuminismo e dei grandi stravolgimenti politici e sociali, senz’altro istituzionali ma non ancora egualitari, erano Stati che andavano affermando alcuni diritti fondamentali, ma non universali. Per esempio il suffragio era ridottissimo e in Italia fino al 1882 votava solo il 2%, della popolazione attiva. A un certo punto, verso la fine dell’Ottocento, lo schema dello stato liberale puro, basato su di una ristrettezza della partecipazione dei cittadini alla vita politica, è andato affievolendosi dietro la spinta dei grandi movimenti popolari, dei movimenti socialisti, dei movimenti popolari cattolici, i quali permisero che le grandi masse entrassero a far parte della vita politica e sociale e questa fu una grande novità.

Successivamente si avviò una compenetrazione fra il liberalismo – ispirato agli ideali di tolleranza, libertà ed eguaglianza propri del movimento illuminista e consistente nella sostanziale affermazione che l’uomo ha dei diritti che sono connaturati alla sua umanità e che non sono diritti di classe o diritti acquisiti e secondo il quale l’individuo ha un valore autonomo e bisogna tendere a limitare l’azione statale  –  e le principali istanze dei movimenti democratici. Il risultato di questa compenetrazione fu arrivare a concludere che i diritti fondamentali della tradizione liberale dovevano essere generalizzati, poiché ne richiedevano una maggior condivisione le enormi masse umane che entravano attivamente nella storia della società. Tale elemento può essere considerato il principale nesso tra liberalismo e democrazia.

Nel processo di transizione dai governi monarchici e aristocratici a quelli democratici, in realtà, bisognerebbe parlare di sistemi rappresentativi i quali sono di vario tipo e, in varia misura, anche democratici o di tendenza democratica; d’altra parte nel XIX secolo la lotta per il suffragio universale è una grande spinta che amplia il beneficio del voto in uno Stato che è lo Stato liberale e questa tendenza verso il suffragio universale ha spinto i regimi rappresentativi verso forme sempre più democratiche.

Benjamin Constant – pensatore liberale, strenue difensore delle conquiste politiche indotte dalla rivoluzione francese, protagonista centrale nel periodo della restaurazione  –  quando nel 1819 pronunciò il famoso discorso, che gli valse l’elezione alla Camera dei deputati, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, affermò che la libertà degli antichi è autonomia politica collettiva mentre quella dei moderni è libertà privata individuale, asserendo che l’errore fondamentale della Rivoluzione francese fu la pretesa di realizzare la libertà degli antichi in una situazione ove era attuabile solo quella dei moderni. Secondo Constant, una delle differenze più importanti fra la politica antica e la politica moderna, è il carattere rappresentativo dei nostri governi, cosa del tutto assente nelle poleis greche, democratiche o aristocratiche che fossero, e negli altri regimi dell’antichità. Essendo il potere politico lì gestito senza mediazioni, la libertà degli antichi consisteva nell’esercitare collettivamente, ma direttamente, molte funzioni della sovranità e tale libertà collettiva era compatibile con l’asservimento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme, mentre per libertà bisogna intendere il «pacifico godimento dell’indipendenza privata». Solo ad Atene, secondo Constant, ci sono tracce di questa libertà privata: Atene, infatti, era una città di commercianti e interesse del commercio è la libertà dall’interferenza del potere pubblico, che finisce per ostacolare i traffici.

Egli adopera il termine libertà in un senso molto ampio di fatto vuol dire sistema politico aperto, democratico, quasi usa come sinonimi libertà e democrazia che sono invece termini lontani l’uno dall’altro. Lui va più alla sostanza delle cose perché si rende conto che non si tratta soltanto del trasferimento ad una grande realtà territoriale di un modello che sembrerebbe legato alla piccola comunità, ma si riferisce anche ad un elemento sostanziale cioè il fatto che nel mondo delle città democratiche antiche il potere sociale, la pressione sociale, del soggetto politico, costituito dai nullatenenti che sono cittadini, è di gran lunga superiore alla possibilità di incidere sul funzionamento dello Stato della comunità da parte dei medesimi nullatenenti in un sistema di tipo parlamentare rappresentativo; da qui la formulazione secondo cui quanto meno lo Stato, meno la comunità, interferisce nella vita individuale di ciascuno tanto più siamo vicini alla vera libertà che è quella dei moderni. Come esempio della validità di tale teoria adduce la ricchezza sostenendo che nell’antichità la ricchezza viene spremuta socialmente dal potere sociale mentre oggi la ricchezza si può nascondere, il potere politico si basa sulla ricchezza e in questo consiste la libertà dei moderni.

Chiaramente regime di libertà e regime democratico non sono affatto la stessa cosa tanto che ci sono regimi di libertà in cui le libertà personali e i diritti individuali sono garantiti ma in cui il suffragio è ristretto, ma il movimento democratico ha sempre spinto in direzione e verso l’allargamento il più vasto possibile di tale beneficio.

Uno dei fondatori del moderno concetto di democrazia, Rousseau , teorizzò invece il concetto di democrazia diretta intesa come una forma di democrazia direttamente riconducibile a quella in dell’antica Grecia, legata ad una dimensione sociale molto piccola quale quella della città e non ad una grande dimensione, come quella della realtà dello Stato moderno. È chiaro che, in una grande dimensione statale, l’idea che ci possa essere una democrazia semplicemente diretta, con una naturale e diretta partecipazione di tutti al potere esecutivo, renderebbe impossibile il funzionamento di un qualsiasi sistema politico adottato in quello stato. Chiaramente Rousseau si rivolgeva ad un pubblico che viveva una situazione nella quale vigevano gli Stati Assoluti, vere e proprie entità nelle quali sussisteva un’altissima concentrazione di potere proveniente direttamente dall’alto; egli arrivò a condannare la rappresentanza in quanto negazione e degenerazione dell’istituto democratico tanto che affermava che gli inglesi non avrebbero meritato di essere liberi, dal momento che rimettevano la loro libertà nelle mani del potere legislativo, vale a dire di alcuni eletti; egli sosteneva che le decisioni ed il voto dovessero essere a maggioranza e tale sistema di voto era quello espresso dall’assemblea popolare e indicava non tanto l’imposizione di una certa scelta da parte del maggior numero di individui, quanto il segno esteriore della volontà generale, cioè una volontà retta e conforme al bene comune. È, quindi, sulla base di tali motivazioni che le critiche mosse all’idea di democrazia diretta erano basate sull’intuizione che gli Stati non possono funzionare se non attraverso una qualsiasi forma di rappresentanza. Quando durante la Rivoluzione Francese le idee di Rousseau trovarono finalmente applicazione, il suo pensiero fu sottoposto a quella che egli stesso avrebbe considerato una distorsione inaccettabile, infatti venne introdotto il concetto di delega, secondo il quale la sovranità veniva esercitata dagli eletti dal popolo; nel concetto di democrazia di Rousseau, al contrario, non c’era posto per la lotta politica, così come non c’era posto per i partiti in quanto avrebbero potuto imporre la loro volontà generale sui singoli componenti del gruppo e la loro volontà particolare rispetto agli obiettivi di tutta la comunità. Per Rousseau bisognava, invece, che ogni cittadino votasse in piena libertà, interrogando la sua coscienza e decidendo se la proposta che gli veniva fatta fosse conforme o no alla volontà generale. È chiaro che con la democrazia è stato introdotto e si è affermato un altro concetto fondamentale, quello di diritto politico, cioè il diritto di prendere parte alle decisioni collettive e mentre inizialmente esistevano solo i cosiddetti Stati liberali che, spesso, non erano affatto democratici, perché potevano prendere parte alle decisioni collettive soltanto alcuni cittadini – generalmente coloro che pagavano una certa quota di tasse, quindi gli abbienti con conseguenti gravi limitazioni di voto – successivamente è avvenuta l’estensione del suffragio elettorale, fino a che esso non è divenuto universale. Questa estensione non è stata altro che una conseguenza della estensione a tutti i componenti di una società di alcuni diritti fondamentali che erano stati richiesti dal liberalismo.

In epoca moderna abbiamo raggiunto un grande risultato, l’affermazione della Carta dei diritti dell’uomo, però i diritti dell’uomo sono continuamente violati; lo sperimentiamo ogni giorno nelle nostre città, nella nazioni, così come nelle grandi vicende storiche contemporanee; questo però non significa che aver sancito la Carta dei Diritti dell’uomo sia stata una cosa inutile perché, comunque, siamo stati in grado di affermare un criterio, un principio cui fare riferimento e sulla base del quale poter criticare la realtà esistente. In realtà nella “lotta” continua per una affermazione sempre maggiore della democrazia e per un suo perfezionamento esisterà sempre un divario tra forma e sostanza, cioè un divario tra i diritti effettivi e le forme e le procedure per la loro messa in pratica, per tale motivo la tendenza della democrazia deve essere quella di adeguare la sostanza alla forma.

Eppure i rischi per la democrazia sono sempre attuali, molti rappresentanti politici, deputati, membri del Parlamento, in realtà, nonostante il divieto di mandato imperativo curano gli interessi di partito; essi hanno spesso un mandato vincolato dal partito tanto che se non eseguono le direttive del partito probabilmente vengono eliminati, è vero che il partito dovrebbe aggregare interessi diversi però in un sistema politico come quello italiano ci sono tanti partiti e c’è il rischio che ognuno dei partiti diventi un gruppo di interessi e in questo caso il rappresentante del partito attraverso di esso diventa un rappresentante di interessi. In relazione a questa ambivalenza tra rappresentanza di interessi particolari e rappresentanza politica non solo è possibile ma è frequente la degenerazione del divieto di mandato imperativo cioè che dei deputati vengano eletti perché tutelino interessi particolari; in quel caso lo stato di cose che si determina non solo può alimentare delle forme di corruzione ma a un certo punto lo stesso Parlamento, in questo rapporto di scambio che si viene a creare fra l’elettore e l’eletto, rischia di diventare una sorta di borsa della politica; un mercato in cui l’elettore da al candidato il voto ovvero da un sostegno che gli consente di avere una certa quota di potere; infatti un eletto ha tanto più potere quanti più voti riceve. Dall’altra parte l’eletto o l’eligendo promette in cambio del voto alcuni beni o “favori” che vengono elargiti attraverso le risorse pubbliche di cui l’uomo politico dispone, la pensione, la pressione fiscale, il posto di lavoro e qualche volte anche una legge creata ad hoc; è il rapporto clientelare, basato sul do ut des, ma non è uno scambio economico o almeno non principale bensì uno scambio di beni che sono nel mercato politico; questa è una delle caratteristiche della democrazia che Bobbio, considerato il massimo teorico del diritto e il massimo filosofo italiano della politica nella seconda metà del XX secolo, ritiene sia inevitabile.

L’effetto di tale sistema è che il cittadino si disaffeziona rispetto all’assenza di un adeguato impegno da parte dei parlamentari e, più in generale, dei politici, nei confronti della cosa pubblica. Tali circostanze vanno valutate nell’ambito di un contesto più ampio, che tenga conto dei mutamenti che si stanno verificando negli equilibri, nella società stessa; è cambiato, per esempio, il rapporto tra dimensione politica e dimensione economica , è indubbio che sono molte le carenze a carico della classe politica, ma è altrettanto vero che vi è un insieme di grandi soggetti, economici per esempio, che oggi nutrono un interesse a delegittimare il sistema politico nel suo complesso, una sorta di oligarchia economico/finanziaria multinazionale, ma non solo, parallela ai governi democratici. La delegittimazione del sistema politico nel suo complesso, infatti, apre grandi spazi di opportunità per le decisioni del sistema economico e, di conseguenza, degli attori dei processi economici. Congiuntamente a questo effetto si produce uno dei maggiori fattori di disagio della democrazia contemporanea, cioè la tendenza alla crescita di fattori oligarchici all’interno della democrazia e questa minaccia può essere considerata uno dei temi cruciali del nostro tempo. Ma se c’è un governo, c’è sempre una divisione tra chi governa e chi è governato. Rousseau stesso fu costretto a riconoscere che è contro natura che la maggioranza della popolazione governi e una minoranza sia governata: spetta invece alla seconda il compito di prendere le decisioni. Cosa resta allora della democrazia nella sua concezione moderna? Per capirlo bisogna riferirsi alla politica.

La politica è l’organizzazione del potere: se si rifiuta una visione utopistica che descriva la convivenza tra gli uomini come naturalmente pacifica e priva di qualsivoglia regola, senza giudici, senza poliziotti, senza prigioni ecc., dobbiamo riconoscere la necessità di un potere per difendersi gli uni dagli altri. Ma lo stesso potere può rivelarsi pericolosissimo e può comportare il rischio di essere danneggiati da un individuo che abbia capacità e forze superiori rispetto a qualunque altro al nostro livello. Si configura così un problema di limitazione del potere che viene affrontato attraverso la divisione dei poteri.

Quando, allora, la democrazia come tale tende ad essere la più perfetta possibile e realizzata pienamente? Quando essa può avvicinarsi il più possibile a quella connessione fra democrazia formale e democrazia sostanziale? Nel momento in cui viene a costituirsi un insieme di connessioni, un insieme di rapporti, che non si esauriscono nei diritti politici, ma che metta in campo, per esempio, l’importanza dei diritti sociali e dei diritti economici. Non può esistere solo il Parlamento come elemento garante della democrazia reale, e quindi come mediatore principale di quella rappresentanza puramente politica, esistono molti altri momenti della vita pubblica nei quali la partecipazione, magari non direttamente politica, a realtà associative, alle istituzioni locali, ecc., possono costituire, ognuno attraverso il proprio contributo, momenti di organizzazione di una società più ricca e complessa.

Non vi è dubbio che, a carico della classe politica, siano da imputare limiti attitudinali, carenze, incapacità decisionali, inefficienze e inettitudini organizzative tali da allontanare anche i cittadini più motivati. Ciò avviene ad esempio nella nostra realtà italiana, dove la riforma elettorale non ha ridotto bensì accresciuto il numero dei partiti, e dove il cosiddetto “bipolarismo”, che avrebbe dovuto semplificare i rapporti fra le forze politiche, ha costituito invece motivo di litigiosità fra i partiti e di incapacità degli stessi a coniugare le proprie scelte con un’idea di interesse generale.

Ormai è sempre più diffusa l’idea che reputa ormai impossibile parlare del bene comune come di una sorta di valore assoluto e che, però, ritiene che la democrazia debba costituire una continua mediazione tra le libertà degli individui e l’insieme di una società, o interesse comune. È sempre dietro l’angolo il rischio che l’esasperazione delle libertà individuali conduca a forme di scomposizione, divisione, tali da mettere in discussione quel tessuto comune della società di cui la democrazia non può non essere espressione.  È pienamente condivisibile il pensiero di Ralf Dahrendorf,  filosofo, sociologo e politico tedesco, secondo il quale in un paese democratico sussiste sempre il pericolo del totalitarismo. Questo però non significa che non ci siano altri pericoli per la democrazia. È verosimile tenere alta l’attenzione nei confronti di un passaggio ad un regime oclocratico, appunto sulla base di quella scomposizione prima affermata; l’oclocrazia (dal greco antico: ὅχλος, óchlos, moltitudine o massa, e κράτος, kratos, potere) si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della collettività è alla mercé di volizioni delle masse.

L’oclocrazia è un chiaro stadio di degenerazione della democrazia, uno stadio in cui il potere del Popolo si tramuta in potere dell’ochlos, ossia di una moltitudine disordinata e senza identità, e nel quale ci si illude di esercitare liberamente la propria funzione mentre, in realtà, la massa è diventata uno strumento animato nelle mani di pochi che la seducono anche distribuendo denaro e beni materiali di ogni genere.

Polibio[1] descrive in maniera magistrale tale fenomeno, che oggi appare essere più attuale che mai, nella sua teoria ciclica delle forme di governo, l’anaciclosi (dal greco: ἀνα, in e  κύκλος, ciclo, circolo), che è una teoria dell’evoluzione ciclica dei regimi politici i quali, man a mano che si deteriorano, si susseguirebbero secondo un andamento circolare, ciclico nel tempo e, giunti all’ultimo stadio, ritornerebbero alla forma iniziale di partenza riprendendone lo sviluppo.

Il popolo, la società, in questo stato di non governo diventerebbe così corrotto, avido, spasmodico nella soddisfazione delle proprie pulsioni più egoistiche, cessando così di essere un popolo libero. Una parte della filosofia del diritto e della politologia si chiede se la democrazia debba essere trasformata in una democrazia liberale, ovvero in una democrazia essenzialmente formale che non corrisponda più alla sua etimologia, una democrazia che non indichi più il demos kratos, il potere del popolo. Secondo tale assunto se si rispettasse il suo nome, la democrazia risulterebbe impossibile da praticare; l’auto governo del popolo di fatto implica sempre uno sdoppiamento e se veramente si dovesse interpretare il termine democrazia alla lettera si arriverebbe all’anarchia. Infatti sia Marx che Lenin avevano ipotizzato che il prodotto finale del processo storico sarebbe stato una società senza classi, senza Stato, senza una parte preposta al comando ed un’altra all’obbedienza, una società che si reggerebbe spontaneamente e che costituirebbe una democrazia nel senso originale del termine. Non dimentichiamo, infatti, che a seguito della rivoluzione sovietica nacque un potere strutturato in modo alternativo rispetto al modello parlamentare elettivo e la circostanza che questa altra forma di potere abbia subito trasformazioni che la hanno profondamente snaturata rispetto al suo punto di partenza non deve togliere importanza al fatto che quando nacque era un “esperimento” che, una volta abbattuta la monarchia, si proponeva un ritorno moderno alla democrazia diretta attraverso i consigli o i soviet che rappresentavano un tentativo di realizzare il potere diretto degli interessati superando il problema della delega. Infine, non si può prescindere dalla considerazione che tra i pericoli per l’attuale democrazia vi è quello, peraltro già individuato da Max Weber, cioè la possibilità che in un clima privo di iniziativa, le istituzioni, che in sé rendono possibile il mutamento, finiscano per esserne di impedimento. È il caso di quelle moderne democrazie in cui è presente un forte elemento burocratico, ossia un vero e proprio “ceto” burocratico sul quale non riescono ad influire né gli interessi della popolazione, né le iniziative dei dirigenti eletti e la rivendicazione di interessi che vengono dal basso si scontra con il muro di gomma della burocrazia[2].

[1] Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia (Polibio, Le Storie, libro VI, cap. 9).

 

[2] Biagio De Giovanni, Norberto Bobbio, Domenico Settembrini, Ralf Dahrendorf, Domenico Fisichella

 

 

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - Democrazia o δημοκρατία2

 

Laureato in giurisprudenza, ha continuato ad approfondire le sue conoscenze specialistiche nell’ambito del diritto romano e del vicino Oriente Antico. Divenuto studioso del mondo romano e magno-greco ha approfondito le sue conoscenze in storia antica con particolare riferimento alla religione e alle sue interazioni con i sistemi giuridici dell’antichità.
Ha, ulteriormente, affrontato il tema delle implicazioni sociologiche e giuridiche della religione nel mondo romano tenendo alcune conferenze e lezioni sull’antichità.

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