Donne, mogli e infedeltà a Roma

La parola matrimonio, che proviene dal latino matrimonium, avendo etimologicamente una radice costituita dalla parola mater (madre) e monium (agente, azione), farebbe pensare ad un ruolo della donna sicuramente preponderante e diverso da quello realmente occupato da essa nella società romana. Nella Roma antica, infatti, la condizione giuridica della donna non è immobile, ferma, statica, ma muta nel corso della storia con il mutare delle forme e delle condizioni di vita oltre con l’evolversi della società romana nel corso dei secoli; tuttavia non vi è soltanto la disuguaglianza rispetto all’uomo, ma nei diversi settori della vita giuridica della città sono ravvisabili anche momenti significativi di discontinuità e di emancipazione.

Papiniano, giureconsulto che visse tra il II e il III sec. d.C. e che fu coevo e compagno dell’imperatore Settimio Severo, affermava che la condizione delle femmine era peggiore di quella dei maschi in molti rami del diritto rappresentando, così, la figura della donna in una posizione del tutto subalterna entro la civitas.

Quella presente non sarà una trattazione tecnica sul matrimonio, sulla donna e la sua condizione e sugli aspetti giuridici conseguenti nel mondo romano ma soltanto un breve accenno ad alcuni elementi da cui trarre linfa per una nuova e approfondita trattazione. D’altra parte come afferma magistralmente il professor Carandini, stigmatizzando in modo encomiabile il pensiero di molti, “Noi siamo presi da una febbre della storia che ci divora in qualche misura perché evidentemente non troviamo nella vita tutto quello che vorremmo e lo andiamo a cercare in altre epoche per allargare la varietà della vita.”

Riprendendo il filo, in effetti nella Roma antica la donna romana non ha alcun potere politico, non può accedere agli uffici pubblici, il pretore le vieta di proporre richieste ai magistrati nell’interesse altrui, le è vietato intervenire nel giudizio in sostituzione di altri, non può garantire per altri assumendo obbligazioni accessorie; tale condizione la porta ad avere un posizione subalterna anche nell’ambiente privato, domestico, nelle mura di casa e in famiglia, infatti, la donna è sottoposta alla potestas del pater, che in realtà consisteva in un potere di vita e di morte su di essa da parte del padre. Tuttavia il sistema giuridico romano consentiva alla stessa donna di avere una sorta di contrappeso, di bilanciare quasi equilibrando quella sua condizione subalterna tanto che lei poteva essere anche sui iuris ovvero possedere, essere titolare di una capacità di compiere atti giuridicamente rilevanti in molti ambiti, a volte anche autonomamente, altre volte esprimendo la propria volontà attraverso il filtro della tutela. Infatti, quando è sui iuris, in alternativa alla potestas patris familiae, al potere del padre della famiglia, vigila su di lei una tutela che, pur essendo parziale rispetto a quella degli impuberi, è tuttavia perpetua.

Ma chi era il pater familias? Egli è il padrone di casa, ovvero il proprietario degli esseri liberi e non liberi, e delle cose che vi si trovano e che costituiscono tutte insieme la familia. Era il custode delle memorie degli antenati e quindi il custode di quelle pratiche religiose che permettevano ai membri defunti della famiglia di vegliare su di essa e di influire positivamente sulla vita dei suoi componenti; il pater familias era custode del fuoco domestico la cui dea protettrice era Vesta, venerata nel tempio posto nel foro romano in cui si venerava e si custodiva il fuoco sacro, i cui sacerdoti erano esclusivamente donne (le vestali) e la cui origine è tra le più antiche nella storia di Roma risalendo all’epoca della fondazione della città quando lo stesso Romolo istituì il culto del fuoco, con la creazione delle vergini sacre a sua custodia; è accanto al fuoco che si venerano gli dei della famiglia, i lares; secondo la teoria maggiormente avvalorata i lares vedono la loro origine nel culto domestico in cui il Lare non è altro che lo spirito degli antenati e una divinità ctonia, da χθόνιος ovvero sotterraneo, sottoterra; sicché i Lares sarebbero l’insieme delle anime degli antenati delle famiglie che abitavano presso il compitum, cioè presso l’incrocio delle strade, e solo successivamente essi sarebbero divenuti più genericamente divinità protettrici del focolare o di un luogo[1]. In ogni caso essi ebbero onori particolari in ogni casa e posto preponderante nelle vicende familiari liete o tristi tanto che il culto antichissimo conosce un solo Lare, il Lar Familiaris.

Tra le sue caratteristiche, le sue peculiarità, i suoi poteri, il pater familias era l’unico che poteva disporre del patrimonio della gens – bestiame, casa, schiavitù, campi, ecc. – cioè di quel gruppo familiare che voleva la sua discendenza da uno stesso antenato, che condivideva gli stessi culti e lo stesso nomen.

Ritornando alla condizione della donna, le figure giuridiche principali che limitavano la sua capacità erano essenzialmente tre: la patria potestà del padre di famiglia (il paterfamilias), la tutela che ne è il sostituto per le minori o per le donne dopo la morte del loro padre, e la manus (letteralmente la “mano”, ma il termine latino è tradizionalmente impiegato per designare l’autorità, la potestà maritale) del marito nell’ambito del matrimonio nella sua forma più antica. Sia la patria potestas sia la tutela, col passare dei secoli, attenueranno il loro peso sulla vita della donna, anche se non verrà mai meno lo strascico di una subordinazione all’uomo e ai valori maschili, tanto che nella società romana le donne sono più forti e socialmente apprezzate, soprattutto nell’ambito delle classi dirigenti, quanto più assorbono quei valori fondanti della società romana stessa.

Tuttavia la donna, anche se acquisisce lo stato di sui iuris, non raggiungerà mai uno status equivalente a quello dell’uomo, non otterrà mai sui suoi figli la patria potestas, di cui non esiste un corrispondente femminile.

Relativamente al matrimonio qual era la posizione delle donne?

Un concetto di grande importanza è quello delle giuste nozze, il matrimonium iustum, cioè del matrimonio legale che costituiva uno dei diritti civili del cittadino romano, lo ius connubii, e che assicurava la legittimità ai figli.

Coesistono nella società romana, infatti, due tipi di matrimonio che producono effetti giuridici diversi, soprattutto in riferimento alla vita della sposa: il matrimonio cum manu, e il matrimonio sine manu, benché tale distinzione non sia romana, dove la manus è un particolare tipo di potestà che il marito acquisisce su sua moglie in virtù di un patto, la conventio in manum, che è distinto e separato dal rito e dall’istituto del matrimonio e viene concluso a parte. Nel periodo più antico tutti i matrimoni erano cum manu, con il passare del tempo, tuttavia, il matrimonio accompagnato da assoggettamento alla manus andò, comunque, sempre più rarefacendosi nel corso dell’età repubblicana e scomparve quasi completamente durante l’impero. La conventio in manum, invece, può avvenire secondo tre procedure distinte: quella dell’usus, dell’uso, cioè la coabitazione per un anno – in realtà tale forma sopperiva all’assenza delle altre.

Quella della confarreatio, che era il rito religioso con il quale si celebrava il matrimonio romano arcaico, che la tradizione faceva risalire a Romolo, e la cui cerimonia era caratterizzata dagli sposi che si dividevano una focaccia di farro, il farreum. Il rituale, molto importante sul piano religioso, era richiesto presso le grandi famiglie patrizie per avere accesso ad alcuni sacerdozi tra cui il flaminato di Giove[2], non a caso gli sposi si facevano reciprocamente solenni interrogazioni e dichiarazioni dinanzi a dieci testimoni, dinanzi al Flamen Dialis (appunto quello di Giove) e al pontefice massimo[3].

Il terzo modo attraverso il quale poteva avvenire la conventio, infine, era quello della coemptio, la cui etimologia cum (con) e emptio (acquisto) spiega la sostanza in base alla quale la donna stessa si trasferisce presso lo sposo in seguito alla mancipatio, una vendita solenne che avviene alla presenza di sei testimoni e secondo un complesso formalismo giuridico.

Nei matrimoni seguiti da conventio in manum tutti i beni della donna sui iuris passavano nel patrimonio del marito o del suo paterfamilias. Nel primitivo matrimonio sine manu si rinviene, invece, il sistema della separazione dei beni; la dote, infatti, entra a fare parte del patrimonio del marito e diventa sua proprietà; gli altri beni, non rientranti nella dote e che la donna eventualmente abbia, rimangono nella sua proprietà se lei è sui iuris, altrimenti nel suo peculium, termine che si riferiva generalmente al filius familias, cioè al figlio, e consistente in un piccolo patrimonio del quale aveva semplicemente il godimento e l’amministrazione ma non la proprietà. Si può dire, perciò, che il matrimonio sine manu non produce effetti sull’ordinamento giuridico del patrimonio dei coniugi. Il complesso dei beni non rientranti nella dote, anticamente detti bona recepticia e in seguito bona extra dotem, appare nel diritto romano più recente col nome greco di παράϕερνα, (παρὰ τὴν ϕερνήν, oltre la dote) ossia di beni parafernali, nome che probabilmente in origine designava solo gli effetti personali della donna.

La conventio in manum, in realtà, sottrae la sposa alla patria potestas del padre per sottometterla a quella di suo marito, o del suocero se costui è ancora in vita, rompendo i vincoli di agnazione (dal latino ad e nascor che significa letteralmente nascere vicino)  della sposa con la propria famiglia e costituendoli con la famiglia del marito; ciò significa che la sposa viene giuridicamente collocata nella posizione di una figlia (filiae loco) di suo marito e come sorella dei propri figli.

Al contrario la sposa senza manus vive con suo marito rimanendo, tuttavia, sottomessa alla patria potestas di suo padre o del nonno paterno, il quale può sempre intervenire per proteggerla o riaccoglierla nella propria casa, nel proprio nucleo familiare.

Una differenza fondamentale che distingue i due tipi di matrimonio consiste nella possibilità del divorzio che era escluso nel caso della manus nel cui caso era possibile solo il ripudio della sposa, mentre è ammesso nel matrimonio senza manus per iniziativa di uno o dell’altro dei due coniugi, magari con l’autorizzazione del pater familias.

Con il passare del tempo la libertà di chiedere il divorzio diventerà piena tanto che, già a partire da da Antonino Pio, pertanto parliamo del II secolo d.C., non può esservi nè iniziativa diretta del padre della sposa nè la possibilità di concludere un contratto che escludesse il divorzio o, in qualche modo, lo penalizzasse limitandolo.

È chiaro che lo strumento del matrimonio senza manus permise, con il trascorrere dei secoli, di garantire alla donna una maggiore autonomia e, pertanto, anche una maggiore emancipazione; non bisogna, però, pensare ad una emancipazione che rendesse la donna completamente libera infatti nel III secolo d.C. Ulpiano, considerato uno dei maggiori esponenti della dottrina giuridica romana, ad un intervento del senato commentava, riferendosi alle donne, affermando la debolezza del loro sesso che le rendeva sottomesse ed esposte a numerose situazioni che ne ribadivano una condizione di inferiorità, anche giuridica, rispetto all’uomo.

La tradizione e la concezione classica nei confronti della donna continua fino a giungere nel VI secolo d.C. se lo stesso Giustiniano, imperatore bizantino di Costantinopoli – che sposò Teodora, attrice teatrale con trascorsi da prostituta, per sposare la quale dovette superare parecchi ostacoli, il più importante dei quali era una legge che proibiva agli uomini di alto rango di sposare serve o attrici –  affermava di dover proteggere con delle norme il patrimonio delle donne per evitare che la fragilità del sesso femminile (sexus muliebris fragilitas) mandasse in rovina il loro stesso patrimonio.

Quali erano i requisiti previsti dall’ordinamento giuridico romano relativamente al matrimonio?

Gli elementi fondanti erano due; uno di natura soggettiva e l’altro di natura oggettiva; il primo era la cosiddetta affectio maritalis ovvero la reciproca volontà dei due sposi di considerarsi marito e moglie, il secondo erano tutte le manifestazioni esteriori dell’affectio, ovvero la costituzione della dote, l’entrata solenne nella casa del marito, la convivenza.

A tali requisiti se ne affiancavano altri quattro la cui presenza concedeva legittimità al matrimonio stesso; essi erano la naturale capacità al matrimonio che si raggiungeva con la pubertà e la capacità a procreare, in seguito venne fissata l’età di quattordici anni; il secondo elemento era dato dall’assenza di gradi di parentela ben precisi onde evitare matrimoni tra consanguinei; altro elemento è il connubium cioè la capacità giuridica a contrarre matrimonio; infine l’ultimo elemento era rappresentato dal consenso prestato dal pater familias.

Direttamente connesso con la condizione della donna è l’obbligo della fedeltà coniugale che, a Roma, gravava in capo solo alla donna e la repressione dell’adulterio della moglie era innanzitutto lasciata alla discrezione di suo padre o di suo marito[4]. Ma la lex iulia de adulteriis coercendis cioè la normativa emanata dall’imperatore Augusto, in un periodo che va probabilmente dal 18 a.C. al 16 a.C.,  che prevedeva anche altri crimini assimilati all’adulterio e destinata a impedire l’adulterio e ripresa in seguito da Domiziano, impone al marito di ripudiare sua moglie e di intentarle delle azioni legali; se la perdona, sarà lui stesso a essere perseguito come adultero, esiliato e penalizzato nel suo patrimonio; la punizione della moglie è la relegazione in un’isola — come mostrano i casi delle due Giulie, l’una la figlia, l’altra la nipote dello stesso Augusto[5] — oltre a pesanti penalizzazioni patrimoniali. Bisogna considerare il fatto che la lex Iulia se da un lato cercava di impedire l’adulterio comminando delle sanzioni, dall’altro cercava di limitare il ius vitae ac necis, cioè il diritto di vita e di morte, che rientrava nella patria potestas. Sembrerebbe che tale poter del pater familias fosse stato limitato già a partire dall’epoca repubblicana attraverso una interpretazione più aperta delle leggi delle XII Tavole, ma la lex Iulia avrebbe introdotto ulteriori limitazioni; ad esempio consentiva al padre, che avesse scoperto la figlia in flagrante adulterio, di ucciderla assieme all’adultero mentre lo vietava nel caso di flagrante adulterio della moglie. In età imperiale tale diritto del pater viene sempre meno tanto che vi sono molti esempi in tal senso; l’imperatore Traiano, che regnò dal 98 al 117 d.C., impose al padre di emancipare il figlio che maltrattava continuamente, l’imperatore Adriano, che governò dal 117 al 138 d.C., condannò alla deportazione su un’isola (la cd. Relegatio in insulam) un padre che, commettendo adulterio con la nuora, aveva ucciso il figlio durante una battuta di caccia; addirittura l’imperatore Costantino, che rimase al potere dal 306 al 337 d.C., equiparò l’uccisione del figlio al parricidio prevedendo la pena del sacco; tale pena prevedeva che il reo venisse cucito all’interno di un sacco, al cui interno erano stati inseriti dei serpenti, per poi essere buttato a mare o nel fiume e privandolo così sia del cielo che della terra. La lex Iulia prevedeva sia la possibilità di una accusa pubblica sia la possibilità, concessa al padre e al marito della donna, di farsi giustizia da soli permettendo al padre di uccidere la propria figlia e al marito di ucciderne l’amante; tuttavia tale legge non ebbe una applicazione “dilagante” anche perché i romani avevano l’abitudine di non portare in pubblico le vicende familiari “criminose”. Non mancano quindi nella società romana i casi di uxoricidio in cui la vittima spesso è la moglie ma a volte è anche il marito come nel caso della moglie che, avvelenato il marito, paga per custodirne il corpo pur di lucrare sull’eredità dopo aver commesso adulterio come si evince nel racconto contenuto nelle Metamorfosi di Apuleio, scrittore, sacerdote, filosofo, mago che visse nel II sec. d.C..

La crudeltà, nell’irrogare sanzioni pesanti fino alla morte dei rei, dei primi secoli della storia romana era notevole, infatti, come già visto nemmeno l’amante della donna, colto sul fatto, la passava liscia. Il marito tradito, per vendetta, aveva la facoltà di ucciderlo impunemente o di sottoporlo a pene corporali o di farlo sodomizzare dai servi. Giovenale, poeta e retore romano vissuto a cavallo tra il I e il II secolo d.C., in una satira scrive che l’offesa del tradimento esige più di quanto qualsiasi legge possa concedere[6]; mentre Catullo minaccia di sottoporre l’amico Aurelio alla crudele e umiliante pena della sodomizzazione con un muggine o con un rafano, qualora si azzardi a insidiare la purezza del suo ragazzo (che egli definisce puer) e Marziale parla di infliggere agli adùlteri, accecamento e mutilazioni da apportare al viso col taglio del naso e delle orecchie. Un’altra punizione in cui incorreva l’adultero era la recisione dei testicoli che, però, a volte egli riusciva ad evitare pagando una somma riparatoria dell’offesa. Anche le serve che reggevano il gioco coprendo le padrone, ritenute complici dell’adultera, nei casi d’infedeltà coniugale dovevano temere per l’integrità delle proprie gambe che in tali circostanze correvano il rischio di essere spezzate a colpi di bastone in seguito all’applicazione della punizione del crurifragium (da crura , gambe e fragium, frattura), tale azione veniva compiuta abitualmente sui condannati alla crocifissione. La legittimità di queste crudeli punizioni da infliggere agli adùlteri, trovava d’accordo addirittura anche Orazio, poeta romano vissuto nel I secolo a.C., il quale afferma che per i mariti offesi non costituiva reato sfogare la propria rabbia sugli amanti.

La Roma dell’ultimo periodo della Repubblica aveva già perso quella connotazione arcaica nella irrogazione delle pene per gli adulteri che andò avanti per tutto il periodo regio fino quasi agli “albori” del principato augusteo. D’altra parte l’espansione territoriale della città, e quindi anche demografica, che condusse Roma a trasformarsi da piccolo aggregato abitativo ad una vera e propria metropoli,  portò anche i costumi e la cultura del suo popolo, dei suoi cittadini a cambiare.

La donna rispetto il passato acquistò una certa indipendenza e la violazione di fedeltà nei riguardi del marito, piuttosto che ragione di condanna a morte, diventò motivo di contenzioso, specialmente quando il tradimento toccava un personaggio dell’alta società. Mucia, la terza moglie di Pompeo, mentre il marito era impegnato nelle campagne di guerra in Asia contro Mitridate, conduceva una vita molto licenziosa e la sua condotta lussuriosa era motivo di pettegolezzo in tutta la città; tanto è vero che Catullo, poeta romano vissuto nel I secolo a.C., scrisse dei versi, ponendola come protagonista degli stessi, ironizzando sul numero dei suoi amanti che col passare degli anni sarebbero aumentati a dismisura. Nonostante la sua condizione e le leggi che ne sancivano lo status il problema dell’infedeltà femminile era fortemente avvertito tanto che spesso i mariti utilizzavano la figura dei custodes i quali erano schiavi preposti al controllo delle mogli dei loro padroni, le quali non erano indifferenti al fascino di alcuni uomini dotati di un carisma che proveniva anche dalla loro fama come fu per Cesare il quale per ottenere il supporto finanziario da parte di Crasso ne sedusse la moglie Tertullia diventandone l’amante; Svetonio, d’altra parte, ci riporta un elenco molto lungo delle amanti che Cesare ebbe a volte per ottenerne, direttamente o indirettamente, benefici politici e finanziari e a volte per concedere protezione a quelle matrone che ne ricercavano i favori.

Sarebbero tantissimi gli episodi eclatanti di matrone dell’aristocrazia romana che si concedevano, in episodi e occasioni adulterine, a giovani o meno giovani seduttori che, da quanto le fonti ci hanno tramandato, nell’antica Roma non mancavano affatto; ma un altro particolare ci fa comprendere quanto, in realtà, le leggi, gli usi e i costumi che relegavano la donna ad una posizione di soggezione non impedivano alle stesse di “svincolarsi” dai limiti di tale posizione per esprimere la propria volontà anche a costo di serie ripercussioni sia sulla loro immagine sociale e sia sulla loro persona fisica. È noto, infatti, che le donne oltre a frequentare i teatri frequentavano anche le arene dove trascorrevano anche intere giornate – basti pensare che nel Colosseo sono stati ritrovati resti alimentari di ogni tipo assieme a piccoli fornelli in ceramica che servivano a cucinare il cibo o a riscaldarlo ad aghi che le donne, probabilmente, portavano con sé per cucire – assi­stendo ai giochi gladiatori ai quali pare si appassionassero non tanto per i giochi in sé quanto per i gladia­tori. Giovenale, infatti, nei suoi scritti ci tramanda l’episodio di una certa Eppia, donna di famiglia molto agiata, che aveva abban­donato casa e famiglia per seguire un gladiatore di nome Sergetto seguendolo in Egitto; tale abitudine delle donne romane sembrerebbe essere ulteriormente confermata dal ritrovamento, nel dormitorio dei gladiatori di Pompei, dei re­sti di una donna con dei gioielli presumibilmen­te a lei appartenenti. Chiaramente in questo contesto e in così poco spazio a disposizione non vi era la presunzione di essere esaustivi nella descrizione della condizione femminile nella Roma antica, del matrimonio nell’antichità romana e nell’appagare la sete di conoscenza dell’uditorio ma, al contrario, l’intenzione era esclusivamente quella di essere uno spunto di riflessione che, dopo aver accennato ad alcuni dei punti salienti dell’argomento, incuriosisca e spinga ad un approfondimento non solo della storia sociale e giuridica romana ma anche delle tematiche più specifiche che consentono ancora oggi, a distanza di circa tremila anni, di entrare da protagonisti nel complesso mondo dell’antica Roma.

 

[1] A Sostegno di tale teoria vi sono molteplici elementi: taluni scrittori latini li abbiano interpretati come Mani o Larvae, gli scrittori greci li abbiano chiamati δαίμονες o ἥρωες anch’esse divinità ctonie, alcuni studiosi vogliono il termine derivato da Lasa, la divinità etrusca collegata alla tomba ed ai morti.

[2] Il Flamen era il sacerdote addetto in modo particolare a una divinità, dalla quale prendeva il nome. Quello di Giove, assieme a quello di Marte e di Quirino, era tra i tre flamini maggiori ma era anche quello più onorato, doveva essere un patrizio, nato da un matrimonio celebrato con il rito della confarreatio, ed egli stesso coniugato secondo lo stesso rito.

[3] Il termine pontefice, da pons e facere, quindi costruire ponti, è probabile che inizialmente designasse colui che curava la costruzione dei ponti sul Tevere. Successivamente con il termine pontifex si identificava ciascuno dei membri del collegio giuridico-sacerdotale (appunto il collegio dei pontefici) che aveva il compito di controllare il culto pubblico e privato, di compilare l’elenco dei magistrati e il calendario, di conservare le tradizioni religiose e giuridiche della città. Il Pontefice Massimo era il capo del collegio dei pontefici e, a partire dal 12 a.C., tale carica viene ricoperta dagli imperatori romani.

[4] Scriveva del resto Catone, conosciuto anche come Catone il Censore il quale fu un politico, un generale e uno scrittore romano e visse tra il III e il II secolo a.C., “Se cogliessi tua moglie in flagranza di adulterio, la uccideresti impunemente senza bisogno di un processo. Lei invece, se tu la traviassi o la tradissi non oserebbe toccarti con un dito, e del resto non ne ha il diritto”.

[5] La figlia Giulia, infatti, fu mandata in esilio prima a Ventotene e poi a Reggio Calabria mentre la nipote Giulia nelle isole Tremiti, entrambe colpevoli di condurre una vita dissoluta e contraria al mos maiorum.

[6] Egli racconta che “c’è chi ammazza a pugnalate, chi strazia a colpi di frusta, chi nel corpo di certi amanti ficca un muggine, un pesce dalla grossa testa”

 

https://uniroma.academia.edu/DomenicoOliva

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