Tributi, aerarium e Giulio Cesare

Nell’affrontare l’argomento tributario nell’antica Roma bisogna precisare che la finanza di Roma era, a differenza di quella degli Stati moderni, a carattere essenzialmente patrimoniale, alimentandosi con le entrate derivanti dai beni che lo Stato acquisiva o come bottino di guerra, od in seguito a donazioni, eredità, ecc.; ed è, quindi, ovvio che il bilancio romano facesse fronte ai fondamentali bisogni pubblici con i redditi provenienti dall’amministrazione di quei beni.

Tuttavia, prima di iniziare a parlare di aspetti tributari nel mondo antico non si può prescindere dall’analizzare l’etimologia della parola tributo che proviene dal latino tributum, il quale termine a sua volta deriva dal verbo tribuĕre  –  che nel suo significato arcaico significava ripartire fra le tribù e che successivamente assunse anche il significato di attribuire – la cui radice è la stessa di tribus cioè tribù. Al di là di altre varianti etimologiche nell’antichità romana il tributo era la contribuzione obbligatoria dei cittadini allo stato, contribuzione pagata in rapporto al censo e prelevata per tribù, da cui trae il nome ottenendo, pertanto, la prova della sua derivazione etimologica oltre a un collegamento con l’arcaica divisione delle “popolazioni” che furono alla base della fondazione di Roma.

Nel mondo romano erano due i sistemi di tassazione ovvero i tributa e i vectigalia che erano posti alla base del sistema finanziario. I vectigalia erano i redditi che lo stato romano traeva dai beni demaniali mentre i tributa civium Romanorum erano le contribuzioni che, in linea di massima, gravavano sulla proprietà privata o melius sul patrimonio. Mentre ai primordi della fondazione della città l’imposta delle persone fisiche, che era la contribuzione nei confronti dello Stato, avveniva pro capite cioè per testa e non si basava sul censo e sul patrimonio, successivamente secondo la tradizione con il re Servio Tullio, che la stessa tradizione vuole regnante dall’anno 578 all’anno 539 a.C. (siamo a circa 200 anni dalla fondazione di Roma), si assiste all’introduzione del tributum ex censu che veniva corrisposto in modo proporzionale alle sostanze in una misura che andava dall’uno per mille fino al tre per mille (tributum simplexduplextriplex). Il ricorso al tributum era, comunque, straordinario in quanto ne era prevista l’applicazione solo in occasioni speciali soprattutto per far fronte alle spese derivanti dalla guerra. Per gran parte del periodo repubblicano, infatti, solo i vectigalia costituivano la fonte di entrata ordinaria e anche in caso di guerra i cittadini si armavano e si mantenevano sotto le armi a proprie spese; successivamente, quando nel 406 a.C. venne introdotto il soldo nell’esercito, vi fu la necessità di dover disporre di maggiori mezzi economici e ciò rese indispensabile l’imposizione del tributum (secondo la formula indicere tributum) ogni qualvolta i normali proventi garantiti dai vectigalia risultassero essere insufficienti.

C’è da immaginare che quando si affievolì l’esigenza della difesa, per l’allontanarsi dei confini in seguito alle ultime conquiste, e le guerre non furono più a scopo difensivo ma di conquista, il servizio militare divenne più regolare, con conseguente distrazioni sistematiche dei soldati alla vita civile; ciò richiese l’istituzione di una vera e propria retribuzione a favore di coloro che prestavano il servizio militare, anche se tale retribuzione era, almeno all’inizio, molto modesta; così ugualmente, in linea di massima, il tributo che serviva alla sua copertura ma i proprietari fondiari, nei quali era viva la coscienza del servizio militare come bisogno pubblico fondamentale, ritenevano naturale che, nel momento stesso in cui venivano dispensati dall’obbligo di prestare servizio armati, dovessero, per l’esigenza superiore della difesa pubblica, contribuire alla formazione di un fondo occorrente per retribuire coloro i quali prendevano il loro posto. Cominciò, in tal modo, a trovare applicazione il principio della contribuzione patrimoniale.

Vi è, però, un particolare da non sottovalutare ovvero il fatto che, in caso di vittoria sul nemico quest’ultimo era sottoposto al pagamento delle spese belliche e, in tal caso, il tributum poteva essere restituito ai cittadini romani, grazie anche alla vendita come schiavi dei prigionieri, assumendo la connotazione quasi di un prestito che, benché forzoso, che non era necessario corrispondere nel caso in cui l’erario fosse provvisto delle somme necessarie alla campagna. Ogni cittadino dichiarava il proprio census, che era il complesso delle proprie attività patrimoniali, e su tale lo stato prelevava le relative somme assicurando che ciascuno pagasse il relativo tributo. Senza perdere di vista la definizione etimologica del termine tributum e la sua radice, il tributo veniva prelevato per tribù e coloro i quali erano preposti alle operazioni del pagamento erano i tribuni aerarii[1].

A decorrere dal 167 a. C. in seguito alle vittorie di Paolo Emilio, che produssero la conquista delle province orientali e l’ingresso di enormi ricchezze nell’erario, il tributum non fu più richiesto e il cittadino romano ne fu dispensato; così come i cittadini di Roma furono dispensati anche dal pagamento delle functiones cioè contributi in natura che tutto il territorio italico versava per il sostentamento e il mantenimento dell’esercito; tale esenzione assieme a quella dal pagamento sui fondi, sempre italici, dell’imposta fondiaria, fece si che i cittadini romani che avevano i loro possedimenti in Italia goderono di un lungo e duraturo stato di “immunità fiscale”, questo almeno fino all’età di Diocleziano (292 d. C.).

Nonostante tale esenzione il termine tributum non viene meno e, tuttavia, viene successivamente riferito al pagamento dell’imposta da parte degli abitanti delle province, i quali erano duramente vessati da contribuzioni di ogni genere, col nome di stipendium che veniva corrisposto sia come tributum capitis, tassa personale, e sia come tributum soli, tassa sulla terra; in età repubblicana ma anche nei primi tempi dell’impero (almeno fino al I sec. d.C.) l’esazione veniva affidata a potenti società di publicani, che prendendo in appalto la riscossione dei tributi provinciali sottoponevano le province ad una vera e propria oppressione fiscale. I territori che Roma conquistava divenivano di sua proprietà anche se, in genere, si parlava di ager publicus stipendiariis datus adsignatus, cioè gran parte del territorio conquistato veniva lasciato nel possesso degli originari proprietari, i quali ne godevano l’usufrutto e pagavano un contributo.

Tale pagamento rappresentava il maggior contributo finanziario, se non l’unico, delle province a Roma e consisteva o in una quota parte delle rendite del suolo (tributum soliagri) di regola la decuma, decima, oppure in una contribuzione fissa in denaro (come ad esempio avveniva in Spagna e in Africa) o in natura (come ad esempio in Asia e in Sicilia), detta nell’uno e nell’altro caso stipendium.

Da questo tipo di tasse erano esonerati non solo tutti quei cittadini che godevano dello ius italicum, cioè di privilegi accordati specialmente a coloniae civium romanorum e anche a comunità provinciali quindi fuori d’Italia, ma anche i cittadini delle civitates foederatae (cioè delle città con le quali Roma aveva stipulato un trattato) e quelli delle civitates immunes (cioè delle città che non erano soggette ad alcun tributo) o, infine, i cittadini di quelle città che fossero state esentate sulla base di un senatus consultum, senatoconsulto, o un decreto imperiale. Negli ultimi anni della repubblica e nei primi anni dell’impero (fino al I sec. d.C.) il sistema della riscossione delle decime attraverso l’appalto alle società di pubblicani andò scemando sempre più fino a sparire quasi completamente per cedere il posto al pagamento di un tributum a importo fisso e basato sul censo che veniva corrisposto direttamente a magistrati locali.

Anche il tributum capitis, che fu istituito per la prima volta in Africa nel 146 a.C., andò trasformandosi assumendo la veste di una tassa, più che altro sulle arti e sui mestieri, dal pagamento della quale erano esentati coloro che già pagavano il tributum soli i quali appartenevano ad una classe sociale più elevata essendo proprietari terrieri o, comunque, usufruttuari.

I vectigalia indicavano le imposte indirette percepite dallo Stato ed in esse entravano a far parte tutti quei tributi che non fossero il tributum soli e il tributum capitis, come ad esempio quelli pagati per l’usufrutto delle miniere, di boschi, delle saline e più in generale le entrate provenienti dallo sfruttamento di terre appartenenti al demanio.

Ma chi erano i publicani e cosa facevano di preciso? A Roma erano molto potenti e ricchi e appartenevano generalmente all’ordine equestre poiché il loro ufficio non era reputato decoroso per i membri dell’ordine senatorio e costituivano una corporazione speciale, ordo publicanorum.

Essi ricevevano dai consoli l’appalto delle imposte dirette per conto dello stato e il publicano che rilevava direttamente le imposte, per trarre profitto del contratto stipulato con lo stato aveva bisogno di non trascurare nemmeno la benché minima riscossione di ciò che gli era dovuto, spesso utilizzando subalterni le cui caratteristiche erano l’avidità e la mancanza di scrupoli; tali metodi, chiaramente, nuocevano alla reputazione del publicano il quale non era certamente popolare nè le ricchezze da lui accumulate riuscivano a renderlo un personaggio di grande credito e influente. Molto potenti nel periodo repubblicano i publicani iniziarono a perdere competenze e influenza nel periodo imperiale fino a giungere ad occuparsi della riscossione soltanto del portorium, il dazio marittimo che si riscuoteva sopra le esportazioni e le importazioni di merci oltre a qualche altra tassa di carattere daziario proveniente sempre dall’introduzione delle merci nelle province o nelle città. Livio[2] getta luce, anche se indirettamente, sulle origini di tale figura e riporta che già nel 212 a.C. esistevano dei soggetti, chiamati publicani da Valerio Massimo, che avevano assunto il diritto della tassazione dal censore, attraverso il sistema dell’appalto e che anche il senato iniziava a valutare l’opportunità di adoperarli soprattutto perché, come nota lo storico Kovalev, “Quando Roma da una città è diventata il centro dei paesi potenti del mondo, gli organi statali sono rimasti quelli vecchi della civitas. Al di là non c’erano gli organi specifici per amministrare l’Italia e le province. Soprattutto non c’erano gli organi finanziari perciò il modo più conveniente per la tassazione era l’appalto” appunto affidato ai publicani.

Per la percezione dello stipendium i Romani, pertanto, ricorrevano allo strumento dell’appalto affidato ai publicani benchè non usarono dovunque un’unica regola; quando nel territorio conquistato fosse già stato in uso un sistema di ripartizione dei pubblici contributi, se ne servirono per l’esazione dei tributi provinciali. A costituire la somma globale che i Romani prelevavano da una provincia come stipendium oltre al tributo pagato dai proprietari terrieri entrava anche il provento di altre imposte come il tributum capitis (imposta personale).

Tuttavia le province, oltre a queste contribuzioni ordinarie, dovevano pagarne altre, talvolta intollerabili e frutto anche del potere enorme dei governatori locali, così come contribuzioni per costruzioni, per giuochi pubblici, ecc.; bisogna ricordare che ovunque si trovassero i romani portavano con sé Roma e le abitudini di Roma costruendo terme, anfiteatri, ecc. il cui costo, comunque, in parte o totalmente gravava sulla provincia e su i suoi abitanti.

Con l’istituzione del principato l’ordinamento finanziario delle province inizia ad essere regolamentato e, quindi, organizzato in modo da togliere ineguaglianze, sperperi e abusi. Operazioni di censimento, cominciate da Augusto e terminate sotto Traiano, permisero di fissare con approssimativa esattezza le capacità contributive delle province; si redasse, infatti, un census provincialis dal quale risultava il tributo che nelle singole province ciascuno era tenuto a pagare.

Il passaggio dal regime repubblicano a quello del principato e poi imperiale determinò un’evoluzione di tutte le strutture burocratiche ed in modo particolare del sistema fiscale. Augusto immette nel panorama tributario nuovi strumenti di entrata: la capitatio terrena, imposta fondiaria, che non ebbe però una rapida applicazione; la capitatio humana, che gravava sui proprietari terrieri in ragione dei beni mobili ed immobili; la lustralis collatio, imposta diretta legata ai profitti dei mestieri e del commercio.

Col tempo il fiscus, che consisteva nella struttura amministrativa dello stato, prese il controllo sull’aerarium e progressivamente ne ridimensionò l’importanza e sempre con Augusto venne introdotto l’aerarium militare per far fronte al problema dello stipendio dei veterani.

Fu sempre Augusto (6 d.C.) ad introdurre la centesima rerum venalium  imposta dell’1% su tutte le vendite all’asta ; la centesima fu abolita da Caligola solo per l’Italia e reintrodotta da Nerone; questa imposta, che rappresentò una costante per tutta la durata dell’Impero, fu introdotta da Augusto dopo la guerra civile, sul modello di imposizioni analoghe esistenti in Egitto.

Sembra logico porsi una domanda: dove finiva il denaro che Roma raccoglieva da bottini di guerra, vendita di schiavi, tributi, ecc.? Gran parte del denaro finiva nell’Erario, Aerarium – la cui etimologia da aes, bronzo, fa già presagire la destinazione dello stesso – che indicava sicuramente l’amministrazione finanziaria dello Stato ma si riferiva, soprattutto nel periodo della monarchia e della repubblica, anche alla cassa, al tesoro di Stato in cui venivano custodite le ricchezze e all’edificio stesso rappresentato dal tempio di Saturno all’interno del Foro, il cui controllo venne affidato a figure diverse nel corso dei secoli. Il primo a darne notizia è Tito Livio il quale riporta che la sua istituzione avvenne durante il periodo di Servio Tullio il quale governò per oltre 40 anni nel VI secolo a.C.

Il pubblico tesoro, in epoca repubblicana, appunto perché aveva una localizzazione predefinita presso il tempio di Saturno veniva chiamato aerarium saturnii e accoglieva la quasi totalità delle ricchezze pubbliche di Roma. Dal 380 a.C., tuttavia, l’aerarium saturnii si divise in tre sezioni : nella prima fu accumulato tutto l’oro destinato alle spese per l’imminente guerra che la repubblica si preparava a fronteggiare contro i Galli; la seconda sezione era destinata a ricevere le somme riscosse; la terza infine raccoglieva i proventi delle imposte annue riscosse su tutto il territorio della repubblica e nelle province.

Giova ricordare un episodio, entrato negli annali della storia, in cui l’aerarium saturnii viene letteralmente depredato e svuotato da uno stesso cittadino romano.

Le guerre civili che Cesare condusse produssero delle enormi difficoltà economiche tra le quali la principale, considerata la situazione del momento, era quella di stipendiare i legionari che costituivano il suo esercito e che seguivano Cesare durante le sue campagne militari. Cesare, sull’esempio del passato, in cui il senato, eccezionalmente, l’aveva autorizzata per le grandi spedizioni militari di conquista come per Pompeo Magno in Oriente,  nel 49 a.C si dotò di una propria zecca personale, che lo seguiva sul teatro di ogni sua operazione e coniava le monete di cui c’era un bisogno sempre crescente. Cesare prese l’iniziativa spontaneamente, senza alcuna autorizzazione da parte del senato che aveva abbandonato Roma e, seguendo Pompeo, si era rifugiato a Durazzo mettendosi in salvo da Cesare, evento quest’ultimo rarissimo poiché il senato mai aveva abbandonato Roma. Chiaramente la possibilità di battere moneta propria implicava la necessità di avere a disposizione l’oro relativo ed è per tale motivo che, rientrato a Roma il 1° aprile del 49 a.C., Cesare si impossessò delle riserve auree contenute nell’aerarium saturnii per poi intraprendere una nuova campagna militare. Sembra che Cesare non fosse nuovo a simili atteggiamenti e, per come ci riportano Plutarco e Cassio Dione, il suo comportamento fu doppiamente grave nell’accedere all’erario santo in quanto lui non solo comandante militare ma anche pontefice massimo. Mentre l’erario era all’interno del tempio di Saturno nel foro, la zecca si trovava presso il tempio di Giunone Moneta sull’arx (la sommità settentrionale) del Campidoglio; un aneddoto vuole che Cesare, mandò un servo a rubare, di notte, la matrice usata per coniare le monete e custodita nella zecca per poi imprimere lingotti di rame rivestiti in oro che avrebbe sostituito, sempre di notte, con quelli d’oro massiccio custoditi nel tempio di Saturno.

In fondo la Roma antica non era molto diversa, per alcuni meccanismi pubblici e sociali, da quella di oggi, dai tempi moderni e i fenomeni in vigore nella Roma di oltre duemila anni fa – quali clientela, brogli elettorali, una giustizia corrotta, malversazione e corruzione dei funzionari pubblici, la corruzione politica e il fenomeno delle raccomandazioni e la stretta connessione tra politica e denaro – sono alla base dei problemi non solo sociali ma anche finanziari che portarono Roma, la sua repubblica e il suo impero a subire quegli stessi problemi che rinveniamo nelle società moderne e contemporanee come ad esempio inflazione e svalutazione monetaria con conseguenti misure di carattere tributario abbastanza analoghe a quelle attuali sebbene, per il solo cittadino romano, non analogamente esasperate.

 

[1] Erano una categoria affine agli Equites con un patrimonio pari a 300.000/400.000 sesterzi.

[2] (Liv.23,48,10-29)

 

 

 

Storia di Roma antica, del Mediterraneo antico e del vicino Oriente antico - fisco in Roma antica -olivadomenico.wordpress.com

Laureato in giurisprudenza, ha continuato ad approfondire le sue conoscenze specialistiche nell’ambito del diritto romano e del vicino Oriente Antico. Divenuto studioso del mondo romano e magno-greco ha approfondito le sue conoscenze in storia antica con particolare riferimento alla religione e alle sue interazioni con i sistemi giuridici dell’antichità.
Ha, ulteriormente, affrontato il tema delle implicazioni sociologiche e giuridiche della religione nel mondo romano tenendo alcune conferenze e lezioni sull’antichità.

Storia di Roma antica, del...