Ostracismo: pena o strumento politico?

L’ostracismo – dal termine greco ὀστρακισμός che proviene da ὄστρακον (coccio di vaso di terracotta, conchiglia sul quale il nome del concittadino inviso era scritto da coloro che votavano nell’assemblea popolare) era un’istituzione giuridica, una sorta di sanzione insita della democrazia ateniese volta a punire con un esilio temporaneo di 10 anni coloro che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la città – si inserisce nel processo politico che caratterizza la città di Atene, nel passaggio dalla tirannide alla nascita dei fondamenti della democrazia, alla fine del V secolo a.C..

Se le riforme di Clistene sono state fondamentali per gettare le basi di quel processo democratico che vedrà, nell’età di Pericle, la sua massima attuazione, tuttavia esse non investirono direttamente alcuni pilastri del potere aristocratico, come l’Aereopago[1], né il principio per cui l’eleggibilità alle magistrature era riservata alle classi censitarie più alte. In base a ciò, “l’aristocrazia del sangue”, che coincideva grosso modo con tali classi (pentacosiomedimni[2] e cavalieri), si assicurava, di fatto, un ruolo politico significativo. Dunque, per limitare la possibilità di abusi del potere magistratuale da parte di ricchi aristocratici, che potessero sfociare in nuove tirannidi, o comunque tali da pregiudicare gli ordinamenti e i sottili equilibri politici democratici, Clistene ideò l’istituto dell’ostracismo, che con i suoi meccanismi doveva dare quanta più trasparenza possibile alle opinioni espresse dal demos, rafforzandone la sovranità.

Ben presto, però, l’ostracismo si trasformò, come hanno dimostrato i ritrovamenti archeologici delle svariate centinaia di cocci preparati in precedenza, in un’arma pericolosa nella lotta fra i partiti, raggiungendo l’effetto opposto a quello per il quale era stato creato, in quanto dava modo ad un uomo politico molto influente di liberarsi dei suoi avversari, privando il partito opposto dei suoi esponenti di spicco.

In relazione a quanto detto, sia dalle fonti, sia dai dati archeologici, emerge chiaramente come inizialmente le ostrakophoriai abbiano interessato solo personaggi appartenenti alla classe aristocratica, in particolare alle grandi famiglie ateniesi. Con il tempo, tuttavia, questo dato cambia, fino ad arrivare all’ultimo ostracizzato, Iperbolo, che non era di certo un nobile, ma un figlio del popolo. Ciò dimostra come, in un periodo difficile, quale dovette essere quello segnato dalla Guerra del Peloponneso, qualcosa sia mutato nella “sensibilità” politica del demos ateniese, più propenso a ricercare aiuto e protezione tra le braccia dei potenti di turno, Nicia e Alcibiade, piuttosto che in quelle del povero Iperbolo.

Sulla data di introduzione dell’ostracismo e sul suo autore la questione è molto controversa. Tralasciando le fonti più tarde e non attendibili che attribuiscono la legge a Teseo, ad Achille Lysonos e a Hippias, gli autori antichi che in maniera chiara attribuiscono a Clistene l’introduzione dell’istituto ateniese sono tre: Aristotele (Ath. Pol. XII, 1-4), Filocoro (F. Gr. Hist. 328 F 30) ed Eliano (Hist. Var. XIII, 24), a questi si aggiunge Diodoro Siculo (XI, 55, 1), la cui fonte si fa risalire ad Eforo, che a sua volta basò la sua storia sugli attidografi più antichi Elladico o Cleidemo; nel suo passo, tuttavia, l’attribuzione dell’ostracismo a Clistene non è così esplicita come negli autori precedentemente citati, in quanto per la sua istituzione si parla del periodo immediatamente successivo all’abbattimento della tirannide di Pisistrato e dei suoi figli.

Nell’Athenaion Politeia Aristotele menziona l’ostracismo come una delle leggi clisteniche, promulgate nell’ultimo decennio del VI sec. a.C., ma successivamente data il primo ostracismo, quello di Ipparco figlio di Carmo, al 488-7 a.C., evidenziando un ventennio tra l’introduzione dell’ostracismo e la sua prima applicazione. È indubbio che la scarsezza delle fonti riguardanti il periodo compreso tra le riforme clisteniche e l’ostracismo di Ipparco non consente di escludere che il percorso di origine e di sviluppo di questa istituzione sia stato molto più tortuoso di quanto le testimonianze antiche possano far credere.

La procedura dell’ostracismo: votazione preliminare, propaganda e ostrakophoria

Le fonti più antiche che fanno riferimento alla procedura dell’ostracismo risalgono al IV secolo a C., pertanto, si potrebbe pensare che la procedura del V secolo differisse, in qualche modo, da quella riportata dalle nostre fonti. Si può affermare però con una certa sicurezza che ad Atene la richiesta dell’ostracismo veniva portata davanti all’assemblea una sola volta all’anno. Anche se non vi sono testimonianze dirette di questa affermazione, non si hanno notizie, per tutto il V secolo, di più di un ostracismo per anno. Inoltre, da alcuni riferimenti tratti dalle Commedie di Aristofane, si evince che la procedura avveniva sempre nello stesso periodo dell’anno. Prima dell’ostracismo vero e proprio si effettuava una votazione preliminare, che Aristotele colloca nell’assemblea kuria della VI pritania[3], mentre Filocoro afferma, genericamente, che veniva effettuata prima dell’VIII pritania, ossia in inverno nei mesi di Poseidon e Antesterion.

Non è chiaro se la votazione preliminare fosse preceduta o meno da un dibattito, in cui vari oratori esponessero le ragioni della necessità dell’ostracismo. Sembrerebbe che la decisione sull’opportunità di effettuarlo o meno venisse presa per alzata di mano. Dopo due mesi dalla votazione preliminare, se questa aveva avuto esito positivo, nell’VIII pritania avveniva l’ostrakophoria vera e propria. Questo lasso di tempo veniva concesso, probabilmente, per permettere ai cittadini provenienti dal contado di giungere ad Atene. Infatti, si trattava di un periodo dell’anno, tra febbraio e marzo, in cui i lavori dei campi venivano interrotti e molti contadini venivano dalle campagne per vendere i loro prodotti in città e per assistere alle grandi feste che in questo periodo si svolgevano ad Atene, le Lenee e le Dionisie rustiche. Si potrebbe mettere in relazione la scelta del periodo con l’elezione degli strateghi, che avveniva proprio dopo la VI pritania, cioè poco dopo la votazione preliminare per l’ostracismo. In questo modo si poteva evitare che un candidato pericoloso venisse eletto come stratega. Di certo, in questi due mesi avveniva una propaganda delle varie fazioni. Ce ne da notizia Plutarco in due passi, dai quali si capisce a quali pressioni fosse sottoposta l’opinione pubblica ateniese nel periodo precedente all’ostrakophoria. La propaganda avveniva in maniera capillare, sia attraverso i pettegolezzi e la diffamazione, sia preparando in anticipo i cocci con i nomi degli uomini che si proponevano per l’esilio. La diffusione delle accuse rivolte ai candidati si verificava, soprattutto, durante le feste, che come abbiamo detto, si svolgevano in questo periodo dell’anno e, in particolare, nelle rappresentazioni delle Commedie, nelle quali era uso fare satira politica. L’assemblea preparatoria chiamava il popolo al voto per designare il cittadino da ostracizzare. Si trattava di un appello straordinario, al quale i votanti accorrevano da ogni parte, in vista di un avvenimento di particolare importanza. La seduta dell’ekklesia[4] per l’ostrakophoria era presieduta dai nove arconti e da tutta la Boulé ed era tenuta presso l’Agorà e non sulla Pnice, luogo solitamente deputato alle riunioni dell’ekklesia. L’Agorà, per effettuare l’ostrakophoria, veniva temporaneamente chiusa con delle barriere temporanee di legno, che andavano a formare una costruzione circolare, il perischeoinisma, con dieci entrate, quante erano le tribù, attraverso le quali i votanti passavano, a conferma di questa procedura ci sono non solo le testimonianze di Plutarco, Polluce e Timeo Sofista, ma anche i recenti ritrovamenti archeologici nell’Agorà che hanno confermato la presenza di barriere temporanee; i votanti poi depositavano l’ostrakon iscritto, in modo tale che le tribù votassero l’una separata dall’altra. Gli arconti con questo sistema, potevano agevolmente controllare lo svolgimento delle votazioni e, in seguito, contare più velocemente gli ostraka.

Filocoro aggiunge che il voto era segreto e, perciò, i cittadini votanti riponevano l’ostrakon con l’iscrizione rivolta verso il basso, per non mostrare il nome che avevano scritto. Si faceva attenzione a che ogni cittadino votasse una sola volta e che non nascondesse un ostrakon più piccolo dentro uno più grande. Tutte queste precauzioni non erano sempre efficaci. Sono stati ritrovati, infatti, cocci iscritti su entrambi i lati o con un disegno che raffigurava il personaggio votato, in questo modo la segretezza del voto era inficiata. I votanti potevano iscrivere l’ostrakon da sé o farsi aiutare da qualcuno. Probabilmente vi erano scribi addetti alla preparazione degli ostraka per aiutare gli analfabeti che lo richiedessero o attivisti, come già detto, che preparavano in anticipo i cocci con il nome di un unico personaggio. Sono stati, infatti, ritrovati cocci con un unico nome, scritti dalla stessa mano, ma anche cocci con nomi diversi, scritti dalla stessa mano. Famoso è l’episodio, narrato da Plutarco, in cui un contadino analfabeta chiede ad Aristide, che non conosce, di scrivere sul suo coccio proprio il nome dell’interpellato, il quale gli domanda cosa mai Aristide gli avesse fatto di male e il contadino gli risponde semplicemente che era stanco di sentirlo chiamare “il Giusto”, Aristide non ribatte e scrive sul coccio il proprio nome.

Dopo la votazione si procedeva allo spoglio dei voti, riguardo ciò non abbiamo fonti letterarie a riguardo, ma può essere illuminante una probabile rappresentazione della fase di spoglio dei cocci dell’ostracismo, data da due scene dipinte, rispettivamente, su un lato della parete esterna e sulla parete interna di una kylix a figure rosse trovata a Cerveteri del pittore di Pan datata tra il 470-60 a.C, scene che potrebbero costituire una preziosa testimonianza figurativa della procedura di computo degli ostraka al termine dell’ostrakophoria e della preliminarmente alla proclamazione dell’ostracizzato.

Uno degli argomenti di maggior dibattito fra gli studiosi è quello inerente il numero di voti necessario affinché si potesse ratificare l’espulsione di un candidato. Le fonti letterarie concordano nella menzione di una quota minima di 6000 voti necessari per la convalida della procedura. Il dibattito si focalizza sul fatto che tale numero rappresenti il quorum dei voti espressi in totale dal demos, o la quantità minima di voti espressi contro un singolo cittadino. L’incertezza deriva dalle differenze che emergono dall’esame della tradizione letteraria. Le fonti si dividono in tre gruppi. Il primo riferisce la necessità che contro un singolo candidato fossero espressi non meno di 6000 voti. Il secondo comprende solo un passo di Plutarco in cui si legge che la procedura di conteggio comprendeva due fasi, una per controllare il raggiungimento del quorum, una seconda per determinare, in base alla maggioranza dei voti, il nome del candidato sconfitto. Un terzo gruppo riporta la cifra di 6000 voti come quella necessaria per convalidare la votazione, senza ulteriori indicazioni. Non è possibile determinare con certezza quale tesi sia quella giusta. L’ipotesi più attendibile sembrerebbe quella del quorum, poiché un numero di 6000 votanti appare già alto per l’epoca e farli convogliare su un solo candidato sembra improbabile, data la dispersione di voti che sarà stata causata dalla propaganda contro più candidati.

Dopo il conteggio dei voti, constatato l’esito della votazione, probabilmente un araldo annunciava alla folla il nome dell’ostracizzato. L’annuncio veniva dato, probabilmente, dall’altare dei Dodici Dei, nell’area dell’Agorà, alle pendici nord-occidentali dell’Acropoli; altare che è stato riportato alla luce di recente, tra i quartieri di Monastiraki e Thisseio. A partire da questo momento, l’ostracizzato aveva a disposizione dieci giorni di tempo per sistemare i propri affari e lasciare la città per un periodo di dieci anni. Su questa cifra concorda la maggior parte delle fonti, mentre sono in disaccordo Diodoro Siculo, che parla di un periodo di cinque anni e Filocoro, il quale afferma che l’esilio durava inizialmente dieci anni e che successivamente fu ridotto a cinque

Sembra che il condannato, inizialmente, potesse recarsi dove volesse, senza limitazioni o sorveglianze speciali. Le fonti però ci dicono che, ad un certo momento, durante l’arcontato d’Ipsichide, mentre l’esercito persiano si trovava in marcia verso l’Attica, gli ostracizzati furono richiamati in patria e, a partire da questo momento, la legge fu emendata su un punto: da allora i condannati avrebbero dovuto rispettare dei limiti territoriali, pena la perdita definitiva dei loro diritti. Il quadro non è facile da ricostruire, né riguardo la data d’introduzione dell’emendamento, né per la definizione dei limiti territoriali.  Il limite territoriale identificato dalle fonti oltre il quale un ostracizzato non può andare è Capo Gheresto la punta meridionale dell’Eubea. Si pongono due domande: perché indicare un limite geografico apparentemente così esterno al territorio dell’Attica? E come controllare se un esiliato si trovasse o meno in un luogo così lontano dalla giurisdizione cittadina? L’indicazione della fonte  indicherebbe che Capo Gheresto, insieme all’Eubea tutta, possa essere stato parte integrante del territorio gestito da Atene. Ma quando si sarebbe verificato ciò? L’Eubea e in particolare il territorio di Calcide, subiscono il controllo ateniese a partire dal 505 a.C, in seguito alle battaglie combattute da Eubei e Beoti contro Atene, che poi dominerà sull’Eubea, tra alterne vicende, fino alle guerre del Peloponneso. Va tuttavia ricordato che Aristotele (Ath. Pol. XXII, 8) indica come secondo limite geografico, oltre quello nord-orientale di Capo Gheresto, Capo Scilleo, all’estremità meridionale dell’Argolide, e difficilmente si può trovare per questo territorio una giustificazione di influenza politica ateniese come per l’Eubea. Perché mai, dunque, quando la legge fu emendata, vennero scelti, come limiti geografici, un territorio “attico”, Capo Gheresto e uno non “attico”, Capo Scilleo? A tal punto è più economico considerare che il limite stabilito da questi promontori non appartenga a un confine politico, o comunque ad una sfera d’influenza attica, ma ad una linea ideale che demarca un territorio abbastanza lontano da quello propriamente ateniese e dal quale, sebbene territorio non sottoposto a giurisdizione attica, gli Αteniesi comunque desideravano tenere lontano gli ostracizzati. Inoltre, la delimitazione del territorio oltre il quale l’esiliato non può mettere piede ha dato origine ad un altro tipo di interpretazione. Capo Gheresto e Capo Scilleo potrebbero riflettere una tradizione in base alla quale il pellegrino, scorgendo con lo sguardo la rocca della costa attica, sapeva di essere coperto finalmente dalla protezione delle sue divinità nazionali e domestiche. Potrebbe trattarsi, dunque secondo alcuni studiosi, di un’istituzione che affonderebbe le sue radici in contesti antichi e sacrali. Dato il carattere non punitivo della legge, dal momento che l’esiliato continuava a godere dei suoi diritti di cittadino e con essi delle sue proprietà, si è pensato ad una specie di esilio rituale: si potrebbe, cioè, considerare l’esiliato come una sorta di capro espiatorio, contaminato da una pubblica colpa della quale deve farsi carico pro bono publico. In tal luce, potrebbe essere visto come l’esilio volontario con il quale Solone, dopo aver legiferato, si allontanò da Atene per dieci anni (Arist. Ath. Pol. XI, 1), anche se le reali motivazioni di tale scelta non ci sono fornite neppure dallo stesso Aristotele. A questo si aggiungono gli ostraka del 480 a.C., ricchi di accuse dallo spiccato carattere sacrale.

L’imposizione di restare in certi limiti territoriali potrebbe significare che gli ostracizzati non dovessero allontanarsi troppo da Atene, per poter rientrare velocemente, in caso di pericolo per la città. Un altro motivo per non permettere di uscire da questi limiti poteva, infine, essere il timore che questi illustri personaggi passassero al nemico: infatti, spesso gli ostracizzati venivano accolti a Sparta o in Persia, dove ricevevano onori e incarichi militari. E ciò sembra perfettamente compatibile con il fatto che l’emendamento alla legge sull’ostracismo fosse stato introdotto nel pericoloso frangente della guerra persiana.

L’ostracismo era una pena, tutto sommato, mite. Prevedeva l’allontanamento, per un periodo massimo di dieci anni, di un cittadino considerato pericoloso per il mantenimento dell’equilibrio dello stato democratico. Questa persona non era privata, però, dei diritti civili, né dei suoi beni, che poteva continuare ad amministrare da lontano, attraverso persone di fiducia. Qualora lo si ritenesse opportuno, poteva essere richiamato in patria prima dello scadere della pena.

Tutti gli ostracizzati, meno Temistocle, che morì in esilio, e Iperbolo, che fu assassinato a Samo, durante la rivoluzione oligarchica del 411 a.C., furono richiamati ad Atene prima dei dieci anni. Il condannato doveva limitarsi a pagare i debiti e ad esigere i crediti prima di partire e una volta tornato in patria rientrava pienamente nei suoi diritti.

La legge era contro la persona, dunque, e non contro la stirpe, come avveniva precedentemente alle riforme clisteniche, quando, a seguito degli scontri fra le élite, i membri della fazione perdente venivano esiliati in massa e privati dei diritti e dei beni. Questi elementi hanno portato ad una visione in positivo dell’istituto da parte di alcuni studiosi, i quali ritengono che l’ostracismo fosse considerato non una disgrazia, ma solo una sconfitta politica.

Finalità dell’istituzione

Come già accennato, la nascita dell’ostracismo è dovuta all’esigenze di un periodo storico in cui si stavano verificando profondi cambiamenti socio-politici; ciò indipendentemente dal fatto che l’istituto sia nato nell’ambito delle riforme clisteniche, o nel momento in cui fu applicato per la prima volta. L’importanza che riveste l’ostracismo nel V sec. richiede un’analisi dei motivi e delle finalità che lo hanno originato e sostenuto e che ci possono aiutare ad interpretare la situazione socio-politica in cui si è affermato.

Si è visto che l’applicazione dell’ostracismo comportava l’allontanamento dalla città senza la perdita delle proprietà, né dei diritti civili, né dei rapporti familiari. Una pena diversa dall’esilio, che determinava invece la perdita delle proprietà e l’atimia[5] a vita. I motivi sottesi a questa scelta, già riportati dagli autori antichi rappresentano un argomento di dibattito anche per la moderna storiografia. Inoltre, un’altra fonte per chiarire quali fossero le finalità dell’ostracismo sono proprio gli ostraka.

I nomi dei candidati, in alcuni casi, poi, ostracizzati e i commenti, talvolta, aggiunti, mostrano chiaramente contro chi fosse rivolta la legge e in che modo questa venisse recepita dal demos, al di là delle sue formulazioni teoriche. La documentazione archeologica degli ostraka è indicativa dei conflitti politici per i quali l’ostracismo fu istituito e applicato. La tradizione letteraria affida all’ostracismo il compito primario di strumento atto a contrastare la tirannide, probabilmente immediatamente dopo la fine del regime di Ippia, nel 510 a.C.. Aristotele ci informa che i destinatari della legge erano gli amici dei tiranni, ma pare che, ben presto, fu sufficiente che un singolo individuo acquisisse un certo potere, pur nel rispetto delle cariche istituzionali, per suscitare dei sospetti. Non a caso Pisistrato era diventato tiranno dopo aver conseguito importanti successi militari in veste di polemarco. Aristotele sembra individuare due gruppi principali di ostracizzati: per i primi tre anni il provvedimento colpì, secondo le finalità per cui era stato concepito, i cosiddetti amici dei tiranni; a partire dal quarto anno, invece, fu allontanato chiunque sembrasse troppo potente. Il primo ad essere ostracizzato, fra questi ultimi, fu Santippo, figlio di Anfirone e padre di Pericle, che è accusato di sacrilegio in un ostrakon ritovato nell’Agorà.

L’ostrakophoria diventerebbe una sorta di referendum annuale, attraverso il quale il popolo poteva scegliere fra i differenti programmi politici, espressi non ancora da partiti, ma da grandi famiglie; un monito, insomma, rivolto ai potenziali rivoluzionari e una valvola di sfogo, atta ad evitare la guerra civile. Il suo successo è evidente nella sua rara applicazione e, nonostante rappresentasse un danno per i singoli individui, costituì un deterrente alle azioni politiche che avrebbero potuto portare alla tirannide. Nel VII e VI secolo a.C. i conflitti fra le élite venivano regolati attraverso la politica dell’esilio, contribuendo così all’instabilità della polis. Le non-élite influirono ben poco sullo sviluppo politico di Atene nel corso di questi secoli.

Salvo i Pisistratidi, le élite ateniesi praticarono ampiamente la politica dell’esilio di massa fino alle riforme clisteniche e alla conseguente fondazione della democrazia. Solone e Pisistrato incoraggiarono il coinvolgimento delle non-élite come mezzo per moderare la politica dell’esilio. Questo fu fondamentale nel 508/507 a.C., quando le non-élite affermarono la loro influenza e il loro potere nella polis democratica. In realtà l’ostracismo sembra, piuttosto, iscriversi in un contesto politico aristocratico, in cui si fronteggiano uomini dello stesso stato sociale, in una società ancora condizionata dalla clientela e dalla lotta fra le grandi famiglie. La sua fine coincide con l’ostracismo d’Iperbolo, uomo di modeste origini; questo particolare sembra segnare un ulteriore cambiamento nei fini dell’istituzione, legata ad un’evoluzione della vita politica e della società, in seguito alla quale non aveva più ragione di esistere.

Autore: Annamaria Giullini

Note: Domenico Oliva

 

[1] L’Aeropago, promontorio roccioso posto tra l’agorà e l’acropoli di Atene la cui etimologia proviene da Άρειος Πάγος, ovvero collina di Ares, nella sua origine  non fu un tribunale bensì un consiglio, quello che Omero definisce βουλή, successivamente, in tempi remoti, già aveva acquistate funzioni giudiziarie e, quando Clistene, nel 508, istituì il consiglio (βουλή) dei cinquecento, tale funzione diventò ufficiale. Secondo Aristotele, nei tempi più recenti l’Areopago aveva il potere di curare l’osservanza delle leggi e aveva parte importante nell’amministrazione delle città ed era costituto dagli arconti usciti di carica quando  divenne un consiglio con lineamenti ben definiti e non fu più il consesso dei nobili anziani della βουλή omerica.

[2]  Quella dei pentacosiomedimni era una delle quattro classi sociali istituite da Solone nel 594-593 a.C. ad Atene. Secondo Aristotele per essere membro di tale classe, in un anno, era necessario produrre almeno 500 medimni di cereali (circa 26 tonnellate), oppure 500 metrete di vino o olio (circa 19.500 litri) con una chiara disparità anche di prezzo tra cereali e vino/olio, oppure avere un reddito equivalente.

[3] La pritania, in greco antico πρυτανεία era il periodo di tempo durante il quale una medesima tribù deteneva il potere. In realtà la βουλή non governava un anno intero ed era divisa in dieci sezioni, corrispondenti alle dieci tribù ciascuna delle quali governava per un periodo di tempo corrispondente alla decima parte dell’anno, appunto la pritania.

[4] L’ecclesia, dal greco ἐκκλησία, era l’assemblea del popolo che votava sui progetti di legge (προβουλεύματα) presentati dalla βουλή (boulè) e alla quale partecipavano con diritto di parola e di voto tutti i cittadini nel pieno possesso dei loro diritti.

[5] L’atimia, dal greco antico ἀτιμία, era il termine che nella democrazia ateniese del periodo classico designava una qualunque limitazione dei diritti civili, ovvero il bando che metteva “fuori dalla legge” il cittadino reo, privandolo dei diritti fondamentali civili fino alla loro totale perdita. Le ragioni di un simile provvedimento potevano essere le più varie e tale pena poteva essere comminata alle più diverse categorie di soggetti resisi colpevoli.

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