Ladri ed eroi: Demostene, Cesare; storia o attualità?

A prescindere dal fatto che la corruzione nei vari periodi della storia deve essere esaminata innanzitutto come fenomeno sociale e culturale oltre che giuridico, essendo tanto antica da essere stata presente da tempi immemori e, pertanto, anche nel mondo greco e romano. Chiaramente quando parliamo di corruzione in epoca greca e romana ci si riferisce, prima di ogni cosa, alle principali ipotesi di delitti contro la pubblica amministrazione quali corruzione, concussione, peculato, abuso d’ufficio, ecc.. Volendo prendere ad esempio due casi emblematici è il caso di trattare, in modo molto discorsivo del coinvolgimento, in scandali e momenti corruttivi, di Demostene nel mondo greco e di Giulio Cesare nel mondo romano.

Demostene fu uno dei più grandi oratori attici, nacque nel 384 a.C. e ricevette lo stesso nome del padre che era un fabbro facoltoso; tuttavia egli si ritrovò orfano quando era ancora bambino e si occuparono di lui dei tutori i quali ben presto si rivelano dei truffatori che dilapidarono il grande patrimonio di Demostene il quale, raggiunta la maggiore età, diede la prima prova della sua maestria retorica pronunciando in tribunale discorsi appositamente scritti contro di loro e riuscendo a vincere la causa.

Ci sono dubbi su chi sia stato il maestro di Demostene tra i nomi più ricorrenti vi sono Iseo, Isocrate[1] e Platone.

Nonostante egli soffrisse di un difetto di dizione, grazie al suo stile chiaro e vigoroso la sua abilità oratoria era comprovata in tutta la Grecia e la sua carriera fu brillante in ambito forense così come anche in ambito politico dove fu impegnato attivamente soprattutto nella campagna antimacedone.

Il destinatario più frequente delle azioni politiche e delle invettive di Demostene fu Filippo II re di Macedonia, il sovrano infatti stava attuando in quegli anni una aggressiva politica espansionistica in tutta l’area dell’Egeo mettendo così a rischio l’egemonia ateniese e per tale motivo l’oratore greco guardava con disappunto all’indolenza con cui Atene si poneva nei confronti di questa minaccia; così tra il 351 e il 341 a.C. scrisse Le Filippiche in cui esprimeva il bisogno di formare un fronte comune contro l’espansionismo di Filippo che sembrava incarnare non solo la nuova minaccia barbara ma era anche un’occasione per smuovere una classe politica da troppo tempo addormentata. In tal senso Demostene profuse un grande impegno che si tradusse anche nel viaggiare, recandosi presso le varie poleis per esercitare la propria influenza sulle città vicine alla macedonia e stringere alleanze importanti o, addirittura, combattendo come semplice oplita pur di contribuire a fermare Filippo.

Nello stesso tempo Demostene dovette fronteggiare il suo maggiore rivale, Eschine, oratore del suo tempo, originario non di Atene ma di Cotocide, che gli fu avversario in molte occasioni e battaglie politiche e giudiziarie; il principale motivo di contrasto tra i due era l’appartenenza di Eschine al filone filo-macedone e la sua propensione per la pace mentre Demostene appoggiava il conflitto contro Filippo per fermarne l’espansione; i due si scontrano spesso in tribunale, con alterne vicende, fino alla vittoria di Demostene nel processo per la corona anche se sul piano politico però la fazione filo-macedone di Eschine alla fine ebbe la meglio. Nell’orazione sulla Corona, che sembra essere stata pronunciata sei anni dopo le accuse a lui mosse e basate su varie ed eterogenee motivazioni, Demostene si difende dalle proteste dell’avversario riguardo alla decisione di conferirgli la corona civica per i suoi meriti nei confronti di Atene; il discorso riesce anche a tracciare una vivace autobiografia ed è da considerarsi un resoconto dei suoi successi pubblici; una volta sconfitto, Eschine sceglie l’esilio a Rodi dove si narra abbia fondato una propria scuola di retorica

Nella sua carriera politica Demostene mostra un interesse ed un attaccamento esclusivo per la propria patria, Atene, e il suo impegno nell’attività forense e in generale in quello pubblico non era votato alla sola carriera ma aveva come obiettivo la libertà del popolo greco e della polis; le estenuanti campagne militari intraprese a fatica contro Filippo non sono manifestazione di un interventismo fine a sè stesso, di cui invece lo accusavano gli avversari filo-macedoni, ma della volontà di non vedere Atene assoggettata ai barbari. Nell’orazione sulla corona, scritta per difendersi dagli attacchi del suo principale avversario Eschine, infatti, Demostene sostiene chiaramente che il fine di tutta la sua politica sono la potenza e la gloria di Atene, lo scenario culturale della Grecia stava però cambiando e all’orizzonte si profilava quell’ellenismo per cui il prestigio del greco e della cultura greca si sarebbero affermati anche in paesi lontanissimi.

Nel 324 a.C., però, Arpalo, nobile macedone imparentato con Filippo II, il padre di Alessandro Magno, e tesoriere dello stesso Alessandro, disertò e cercò rifugio ad Atene portando con sé una rilevante somma di danaro; l’assemblea, inizialmente, rifiutò di accoglierlo ma poi, su consiglio di Demostene, fu ammesso in città per essere arrestato a seguito di una proposta di Demostene e Focione[2], approvata nonostante l’opposizione di Iperide.

L’assemblea decise di prendere il controllo del denaro di Arpalo affidandolo ad un comitato presieduto da Demostene ma in seguito tale comitato si accorse che solo una metà della somma, che Arpalo aveva dichiarato di possedere, era effettivamente presente. Tale ammanco non venne reso noto ma, quando il tesoriere fuggì, l’Areopago incriminò Demostene mentre Iperide lo accusava di non aver rivelato la mancanza in quanto era stato corrotto da Arpalo stesso. Demostene, in seguito alle accuse, fu processato e condannato al pagamento di una pesante multa, per evitare la quale, fuggì a Calauria.

In realtà l’ingente somma di denaro era stata depositata nell’Acropoli, e si diffuse il sospetto che la somma mancante fosse servita a corrompere i politici ateniesi, in particolare lo stesso Demostene; è sulla base di tale sospetto e delle pseudo o veritiere accuse a lui mosse che si coinvolse Demostene insieme con altri in un processo dopo il quale – mentre Arpalo era evaso e s’era rifugiato a Creta, dove fu ucciso a tradimento da un amico spartano di nome Tibrone – venne condannato ad una multa di 50 talenti che non era in grado di pagare e per tale motivo fu imprigionato.

Demostene riuscì a fuggire, pare grazie alla complicità dei suoi sostenitori, recandosi prima a Egina e poi a Trezene e a Calauria.

In realtà non si sa quale e quanta fosse la sua responsabilità e il suo coinvolgimento nella sottrazione del denaro di Arpalo; risulta, però, strano che, richiamato ad Atene alla morte di Alessandro, egli vi fece ritorno in modo trionfale pur non riottenendo il prestigio di un tempo ma, quando Antipatro, vinti gli insorti greci a Crannone, pretese la consegna degli oratori antimacedoni e Demostene così come Iperide fu condannato a morte, egli fuggendo si rifugiò nel tempio di Posidone a Calauria dove, per non cadere in mano dei sicari di Antipatro, si uccise col veleno nell’ottobre del 322 a. C..

Demostene ricevette ampie lodi da Plutarco per via della sua coerenza il quale, riprendendo Teopompo, ricorda che egli militò nella stessa fazione fino alla sua fine e che mantenne fede alle proprie convinzioni al punto da rinunciare alla vita. Diversamente da Plutarco, invece, Polibio criticò aspramente la politica di Demostene accusandolo di aver lanciato calunnie nei confronti di grandi uomini della sua e di altre città e bollandoli come traditori dei Greci; d’altra parte la calunnia e la diffamazione erano strumenti politici poiché, al tempo di Demostene, i diversi programmi e partiti politici si sviluppavano attorno a forti personalità ma non esisteva alcuna propaganda elettorale. Erano i contenzioni giuridici e, spesso, la diffamazione i principali mezzi per eliminare gli avversari mediante procedimenti giuridici caratterizzati da speciose ed infamanti accuse di corruzione; non a caso nei suoi discorsi, Eschine utilizzò ampiamente le relazioni pederastiche di Demostene come mezzo per attaccarlo. Infatti, descrisse come “scandalosa ed impropria” la relazione con Aristione, giovane di Platea che era vissuto per lungo tempo in casa di Demostene mentre in altri discorsi portò in primo piano il rapporto pederastico del suo avversario con un ragazzo di nome Cnosione riportando quanto fosse contemporaneo al suo matrimonio. Le accuse, spesso oggetto delle satire della commedia antica, erano ovviamente sostenute da insinuazioni, illazioni, pettegolezzi e dall’abilità oratoria delle parti ed in effetti, come afferma lo storico J. H. Vince “non c’era posto per la cavalleria nella vita politica ateniese”.

Demostene è uno dei principali accusatori di tale fenomeno molto diffuso nella polis greca e descrive il sicofante nella maniera più abietta e squallida possibile pur avendo lui stesso utilizzato gli strumenti condannati.

Ma chi era il sicofante? La parola, dal termine greco συκοϕάντης composto da σῦκον, fico e da ϕαίνω, mostrare/mettere in luce e anche accusare denunciare secondo un’antica interpretazione si riferirebbe nel suo significato originario a colui che denunciava l’esportazione clandestina di fichi dall’Attica; esportare o contrabbandare fichi voleva dire sottrarre l’alimento principale della gente particolarmente povera e perciò era un’attività vietata dalle leggi annonarie. Nel diritto attico e in quello di altre città a regime democratico dell’antica Grecia, individuava la persona che di propria iniziativa denunciava alle autorità le violazioni della legge e quindi, in senso ampio, il delatore, il calunniatore, la spia.

Il sistema accusatorio, vigente in Atene e nelle città greche, prevedeva che non si potesse procedere contro il delinquente in assenza di un accusatore; tale sistema aveva favorito, pertanto, il sorgere di una classe di professionisti della menzogna, della delazione, dell’accusa che era malvista ma tuttavia pericolosa. Bisogna tuttavia distinguere gli accusatori politici dai sicofanti comuni; i primi, se pure si servivano della pubblica accusa come arma di partito, o come strumento della loro ambizione, esercitavano un ufficio a volte anche utile in quanto sortivano l’effetto di difendere le leggi, l’equilibrio della polis e lo stesso ordine giuridico costituito in mancanza di una diversa difesa; il sicofante comune, invece, è un ricattatore, minacciava di dare impulso al processo per farsi tacitare estorcendo denari. È certo che i sicofanti furono la piaga e il disonore delle città greche, specie delle democrazie e se da un lato venivano usati dagli stessi uomini politici dall’altro non mancavano severe sanzioni contro l’abuso di tale attitudine accusatoria.

D’altra parte lo stesso professor Canfora sostiene che corruzione e demagogia sono due elementi complementari nella polis democratica greca in cui il principale luogo di corruzione è proprio il tribunale che nella Atene del V e IV secolo a.C. ha una centralità assoluta; i giurati sono tirati a sorte e hanno buone possibilità di vendere il proprio voto. D’altra parte sia la tragedia che la commedia greca rappresentano in maniera abbastanza chiara il rapporto che esisteva tra ricchezza e corruzione e tali temi sono facilmente rinvenibili in Aristofane così come anche in Sofocle.

Così come nell’antica Grecia anche a Roma la situazione non era delle migliori in quanto a corruzione; una corruzione che prendendo le mosse dal problema dei ‘brogli elettorali’ quale sua forma emblematica si estese all’acquisto vero e proprio dei voti fino a forme più eclatanti come quella del re Antioco di Siria, sconfitto nel 187 a.C. da Scipione Asiatico, fratello di Scipione l’Africano, il quale avrebbe pagato al vincitore quattro milioni di sesterzi anziché i 200.000 dichiarati nell’accordo di pace, per ottenere condizioni più vantaggiose. Chiaramente da questo contesto non rimase estraneo né indenne nemmeno Giulio Cesare il quale per accedere al consolato e abbattere il Senato corrotto assumendo la veste di salvatore di Roma e rifondatore della integrità della sua morale pubblica, utilizzò ogni mezzo a lui possibile che andava da quello violento a quello economico/finanziario.

Plutarco ci racconta che quando il tribuno cercò di impedirgli di entrare nel tempio di Saturno, che era l’erario in cui veniva custodita la riserva aurea dello Stato, citando delle leggi che ne impedivano l’ingresso a chiunque così come anche impedivano di toccare l’oro ivi custodito Cesare rispose che il tempo delle armi era diverso da quello delle leggi e utilizzando dei fabbri scardinò le porte dell’erario impadronendosi di migliaia di lingotti d’oro e di argento oltre che di numerosi milioni di sesterzi; era l’anno del 49 a.C. ma Cesare non era nuovo a simili episodi e comportamenti tanto è vero che già nel passato precisamente nel 59 a.C. si introdusse nel Campidoglio rubando un grosso quantitativo d’oro e sostituendo i lingotti sottratti con altri lingotti di bronzo placcati in oro e recanti il sigillo della Zecca di stato; Cesare come tantissimi altri uomini politici e pubblici della Roma antica contrasse debiti ingenti pur di finanziare la sua campagna elettorale e di ottenere la sua elezione arrivando al limite del fallimento finanziario; le due campagne elettorali che aveva dovuto sostenere per il pontificato e per la pretura avevano prodotto un gravissimo indebitamento di Cesare ma la politica romana era basata su questo sistema infatti è lo stesso Svetonio a farci intendere che la soluzione per il forte indebitamento, che avrebbe prodotto un giudizio nei confronti del debitore e la sua conseguente condanna, era secondo la visione di Cesare quella di sottrarsi in qualsiasi modo a tali conseguenze attraverso quegli strumenti che lo stesso Cesare adottò ovvero la sottrazione di denaro pubblico che lui aveva già effettuato, oppure la creazione del caos attraverso una guerra civile che fungesse da diversivo tanto che è sempre lo stesso Svetonio che attribuisce a Cesare la frase secondo cui il rimedio per il forte indebitamento era la guerra civile.

Ci si chiede come Cesare avesse potuto indebitarsi, alla stessa stregua di altri uomini politici in carriera, in modo così esagerato da temere il fallimento e la galera ma basta pensare che nella Roma dell’epoca i voti e il consenso si compravano elargendo risorse economiche alle classi più basse oppure concedendo prestiti a tassi di interesse molto bassi e vantaggiosi; chiaramente  le risorse finanziarie di Cesare non erano infinite nè illimitate e la sua fame di potere, parallela pertanto alle sue campagne elettorali, tanto era grande quanto denaro richiedesse per l’acquisto di voti e di alleanze politiche. Questa estrema necessità di denaro da parte di Giulio Cesare lo condusse ad accordi svariati con uomini ricchissimi così come anche uno spietato ed “inconsueto” atteggiamento durante le campagne di conquista che consisteva nel saccheggiare tutti i territori conquistati benché si fossero già arresi o non fossero dichiaratamente ostili a Roma; questo permetteva di raccogliere ingenti bottini che venivano successivamente rivenduti sul mercato per monetizzare, acquisire ed offrire una liquidità che da un lato consentisse di pagare i debiti esistenti e dall’altra parte continuare la campagna elettorale che era sempre più accesa e agguerrita oltre al pagamento delle spese di guerra.

D’altra parte nella Roma antica il sistema elettorale e la sua campagna era organizzato in modo tale che le probabilità di essere eletti senza il ricorso ad ingenti capitali erano veramente esigue se non addirittura nulle. Bisogna considerare che l’attività politica di Cesare si svolgeva all’interno di una città, di una società, in cui la corruzione era così altamente diffusa che è sufficiente pensare che Catone il censore, il quale era il custode dell’erario, venne processato almeno 44 volte. Lo stesso Plutarco si esprime negativamente sulla campagna elettorale di Cesare e sul suo atteggiamento, affermando che Cesare si era adattato benissimo al sistema politico di quel tempo già fortemente degenerato tanto da utilizzare sia la corruzione attraverso elargizione di denaro e attraverso l’utilizzo di ingenti somme e sia attraverso l’utilizzo anche della violenza in occasione delle elezioni. In tutto questo marasma, rispetto al quale Perrelli definì l’attuale caos moderno ben poca cosa, una delle figure caratterizzanti del sistema era quella dei divisores i quali erano coloro che da intermediari trattenevano le somme elargite dai candidati per poi distribuirle ai votanti nel momento in cui il candidato avesse ottenuto la vittoria elettorale; quindi un sistema non solo consolidato ma anche ben organizzato con tali figure, appunto i divisores, che fungevano da garanti del capitale sia per chi comprava i voti e sia per chi vendeva il proprio.

Tali fatti accadevano così frequentemente nell’antichità che la virtù, l’onestà e il bene comune divennero oggetto di riflessioni e teorie filosofiche dirette ad acquisire consapevolezza di quali fossero i mali delle società della propria epoca e a tentare di porvi rimedio mediante la teorizzazione di tipi differenti di modelli virtuosi di uomini e di società che raramente si applicarono al sistema benché in epoca imperiale alcuni meccanismi vennero estirpati lasciando, però, immutata la corruzione di funzionari e governatori.

[1] Fu un brillante e famoso oratore ateniese vissuto all’incirca dal 436 al 338 a. C.. Egli fu seguace del sofista Gorgia e sempre si battè nelle sue orazioni a favore dell’unità panellenica e contro i persiani. Invocò di volta in volta l’egemonia sulla Grecia di Atene nel 380 a.C., poi di Filippo di Macedonia nel 346 e nel 344 a.C. e poi nuovamente di Atene. Morì dopo la sconfitta degli alleati greci a Cheronea nel 338 a.C. contro i macedoni.

[2] Focione fu un politico e militare ateniese, frequentò la scuola di Platone, fu reggente di Atene tra il 322 e il 318 a.C., e la sua figura è stata riportata e narrata dagli storici come un uomo di grande onestà e rettitudine; egli difese Eschine accusato da Demostene di corruzione ma supportò Demostene nel suo sforzo di creare una coalizzazione di greci convinto che fosse impossibile sottrarsi alla volontà della maggioranza, tuttavia essendo filo-macedone a causa della sua politica tesa ad accettare l’impero macedone, fu deposto e condannato a bere la cicuta.

 

 

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