Riportiamo alla luce il luogo dove hanno pugnalato Cesare

Riportiamo alla luce il luogo dove Cesare è stato pugnalato

Riportiamo alla luce il luogo dove hanno pugnalato Cesare, è l’appello rivolto al sindaco di Roma; arricchimento della città significa, infatti, anche realizzazione di importanti opere di scavo; con esse si restituirebbe a Roma e ai suoi cittadini un pezzo importante della sua storia eterna ed è per questo motivo che si muove una richiesta al sindaco di Roma.

Da poco tempo sono stati pubblicati i risultati, tristemente poco edificanti per la caput mundi, dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale in cui si “restituisce un’immagine critica e statica della città soprattutto rispetto alle sfide urbanistiche, demografiche ed economiche che Roma dovrà affrontare per riposizionarsi tra le grandi capitali internazionali“, come affermato dal presidente della stessa Agenzia. La ricerca mette in evidenza, tuttavia, un particolare ovvero l’attenzione dei romani per la cultura che resta tra i punti più apprezzati di Roma da parte della sua popolazione.

D’altra parte “Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza” così, nel 1787, scriveva di Roma Goethe, uno dei personaggi più rappresentativi della letteratura e del panorama culturale europeo; sono trascorsi oltre due secoli da quelle parole eppure Roma, nonostante i suoi mutamenti, esercita ancora quel fascino, quel magnetismo, quell’attrazione intima che solo chi ne resta rapito e stregato riesce a comprendere.

Sono numerosi i luoghi di interesse storico, artistico, architettonico, archeologico che Roma offre eppure ogni giorno Roma stupisce, richiama, rapisce con nuovi particolari, inedite scoperte, novità e occulti elementi della sua vita passata che, all’improvviso, emergono lasciando senza parole anche chi ne vive tutti gli aspetti quotidianamente; ma c’è, tra i tanti, un luogo legato alla Roma di 2000 anni fa, alla sua storia, a un momento decisivo della sua politica e dibattuto tra gli addetti ai lavori, tra quegli archeologi che hanno fatto del loro lavoro una missione trascorrendo una vita tra gli scavi, le rovine e i reperti di Roma antica; si tratta di Largo di Torre Argentina, luogo quasi sacro non solo per un archeologo ma anche per un amante e appassionato della storia antica sia perché è uno dei siti più antichi di Roma e sia perché riesuma il ricordo di uno degli omicidi più famosi della storia umana, quello di Giulio Cesare che in quel luogo fu assassinato.

Nel 2012 è stato annunciato che ulteriori scavi avrebbero identificato il punto preciso dell’assassinio di Cesare, evidenziato da una lastra di due metri per tre metri che Augusto fece porre prima che l’edificio fosse murato. Poco tempo dopo fu annunciato anche che gli scavi sotterranei della Curia sarebbero stati aperti al pubblico nel 2013, ma così non è stato.

Sul punto preciso dell’agguato, al contrario, è nata tra gli studiosi una disputa i cui due rappresentanti illustri sono il professor Andrea Carandini il quale, in più occasioni, ha ribadito che per rinvenire il punto esatto, avendo ricostruito nel dettaglio la posizione della Curia di Pompeo, occorrerebbe scavare verso i palazzi a ridosso del Teatro Argentina nella parte occupata da strada e marciapiedi creando uno spazio archeologico sufficiente a vedere abbastanza della Curia.

L’altro studioso è l’archeologa responsabile degli scavi nel sito archeologico, la dottoressa Marina Mattei, autrice delle rivelazioni secondo le quali sarebbe stato individuato il muro cementizio con cui Augusto avrebbe chiuso la Curia di Pompeo negli anni successivi alla morte di Giulio Cesare; qui, tuttavia, nasce il contrasto con Carandini il quale sostiene un diverso orientamento della Curia, del suo ingresso e del punto preciso dove fu accoltellato Cesare, con la necessità di scavare oltre il muro di cemento oltre il quale si nascondono i segreti della Curia e, con molta probabilità, della vicenda del cesaricidio; il salone di oltre 400 metri quadrati in cui era alloggiata la statua di Pompeo, ai piedi della quale cadde Cesare, si estende sotto la strada. Secondo Carandini le strade attuali ricalcano i percorsi dei viali all’interno del portico del teatro di Pompeo e le costruzioni attuali disegnano il semicerchio tipico del teatro.

È sempre Carandini a sostenere che Cesare cadde sul pulpito al di sotto della statua di Pompeo, che aveva ai lati i seggi dei senatori posti al di sopra di bassi gradini e questa teoria sarebbe comprovata da un brano di Plutarco il quale nella “Vita di Cesare” scrive: “Cesare si accasciò contro il piedistallo su cui era la statua di Pompeo. Fu inondato di sangue, sicché parve che Pompeo stesso guidasse la punizione del rivale disteso ai suoi piedi”.

La Curia di Pompeo che faceva parte del grande complesso del Teatro di Pompeo, nel Campo Marzio, era una struttura destinata alle sedute del Senato o delle assemblee delle tribù; nel periodo in cui si stava trasferendo la sede principale del Senato dalla Curia Cornelia alla nuova Curia Iulia – edificio oggi ancora esistente nel foro romano – ancora in costruzione, il Senato si riuniva in questo edificio di dimensioni più piccole.

C’è qualcuno, a Roma, che voglia ascoltare la voce di Carandini e la sua proposta rendendo, innanzi tutto fruibile al pubblico la zona archeologica di Largo Argentina? Non interessa a nessuno scoprire il punto esatto in cui è stato ucciso Giulio Cesare? Non interessa incrementare il turismo unica vera, grande e insostituibile risorsa di Roma? Non interessa aggiungere un luogo di così grande interesse archeologico e di importanza storica mondiale?

Rinnoviamo al sindaco di Roma Raggi l’invito a farsi portavoce e artefice di un arricchimento della sua città anche attraverso la realizzazione di quelle opere di scavo che restituiscano a Roma e ai suoi cittadini un pezzo importante della sua storia eterna.


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L’articolo è stato successivamente pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

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